L'ombelico della civiltà - Tucano Viaggi Skip to main content

Anatolia sudorientale, Alta Mesopotamia. A un centinaio di chilometri dal fiume Eufrate, una serie di scoperte archeologiche sta riscrivendo la storia, raccontandoci come gli uomini, prima ancora di sedentarizzarsi, abbiano iniziato a costruire templi dedicati agli dèi.

 

Testo di Amanda Ronzoni

 

Göbekli Tepe, in turco, significa Collina Panciuta (göbekli = panciuta, tepe = collina), ma oggi, per come appare, sembra piuttosto un ombelico: l’ombelico della nostra civiltà. Lo scavo, protetto da una grande tensostruttura bianca, è circondato da un camminamento gremito di visitatori. Tutti si muovono in religioso silenzio, gli occhi fissi su queste straordinarie pietre antiche. Blocchi di calcare intagliati in un tempo che non conosceva ancora utensili di metallo; stele alte fino a cinque metri e pesanti tra le sette e le dieci tonnellate, estratte e trasportate da una cava vicina in un’epoca in cui si ignorava ancora la ruota.

Le incisioni raccontano un mondo popolato da animali selvaggi: cinghiali, volpi, grandi felini, tori, arieti, asini selvatici, serpenti, rettili, scorpioni e uccelli. Sui pilastri principali, dalla caratteristica forma a T, compaiono elementi antropomorfi stilizzati: braccia, mani, cinture e altri ornamenti. Il loro significato non è ancora del tutto chiaro. Gli scavi sono tuttora in corso e, a ogni ritrovamento, si aggiungono nuove ipotesi mentre altre vengono abbandonate.

Un insolito manufatto

Che si tratti di un luogo fuori dell’ordinario è evidente. Lo si percepisce dalla luce, dall’aria, dai colori. La collina occupa il punto più alto di un altipiano calcareo, ben visibile da lontano e con una visuale a 360 gradi sulla piana circostante. Il fatto è che quella collina, in realtà, non dovrebbe esistere: nessun fenomeno naturale o evento geologico avrebbe potuto crearla.

Lo capì subito Klaus Schmidt, archeologo tedesco che, nell’ottobre del 1994, coronò il sogno di ogni ricercatore: imbattersi in un manufatto insolito, in un luogo che la popolazione locale considerava sacro da tempi immemorabili, ma che gli studiosi avevano ignorato per secoli, e riportare alla luce una scoperta destinata a rivoluzionare le interpretazioni sulla storia dell’umanità.

Già nel 1986 un contadino del posto, Şavak Yıldız, proprietario del terreno, arando aveva rinvenuto alcuni manufatti in pietra calcarea raffiguranti animali. Insieme al nipote Mahmut, oggi guida e custode del sito, li portò in un museo della zona, dove però finirono dimenticati.

Schmidt raccolse l’eredità scientifica di un collega più anziano e autorevole, Robert Braidwood, che negli anni Sessanta aveva iniziato a scavare nella regione dell’Eufrate, convinto che il passaggio dal nomadismo alla vita sedentaria nel Neolitico non andasse cercato nelle valli e nelle oasi del Vicino Oriente, bensì tra le colline ai piedi dei monti Zagros e della catena del Tauro, nell’Alta Mesopotamia.

Fu incontrando casualmente Şavak che Schmidt, in una sera d’autunno, arrivò davanti al rilievo chiamato Göbekli Tepe. Sulla sommità notò un gelso solitario. Era un indizio inequivocabile, un vero e proprio punto di riferimento. Come scrive lo stesso Schmidt: “Nella Turchia sudorientale, prevalentemente brulla e priva di vegetazione, capita spesso di vedere montagne su cui cresce un unico albero isolato, visitato dalla popolazione circostante per affidare ai suoi rami, e quindi al vento, desideri e preghiere. Notammo un albero isolato sulla cima più alta del colle che indicava chiaramente uno ziyaret (luogo sacro di pellegrinaggio). Eravamo certi di aver trovato Göbekli Tepe. Già così, da lontano, era evidente che questo luogo non aveva nulla a che vedere con i siti archeologici conosciuti fino ad allora

Il mentore di Indiana Jones

Se vi sembra la trama di un film, sappiate che, secondo una diffusa ricostruzione, Steven Spielberg avrebbe preso ispirazione dall’archeologo Robert Braidwood per delineare il personaggio del professor Ravenwood, mentore di Indiana Jones.

Lo stesso stupore provato da Schmidt si ritrova oggi nei visitatori che, quasi seguendo un rituale, percorrono più volte il camminamento attorno agli scavi, ipnotizzati da queste pietre millenarie. Ogni giro rivela un dettaglio diverso: i denti digrignati di quello che potrebbe essere un rettile scolpito nel calcare; le setole di un cinghiale; uccelli e altri animali che sembrano popolare una sorta di giardino dell’Eden; i decori che ornano i giganteschi pilastri a T, forse raffigurazioni di uomini, forse di divinità. Le datazioni al radiocarbonio collocano il complesso tra il 9600-8200 a.C., facendone, allo stato attuale delle conoscenze, il più antico complesso monumentale a funzione rituale finora noto. Siamo diversi millenni prima della tradizionale ricostruzione secondo cui le costruzioni destinate al culto sarebbero nate soltanto dopo la sedentarizzazione, con il passaggio dalla caccia e dalla raccolta all’agricoltura e all’allevamento.

Un’ipotesi affascinante, avanzata dallo stesso Schmidt, suggerisce che Göbekli Tepe, insieme ad altri siti della regione, possa aver ispirato il ricordo delle montagne sacre della successiva mitologia sumera, dove gli dèi Anunna avrebbero insegnato agli uomini l’agricoltura e l’allevamento. Si tratta di una suggestione, non di una teoria dimostrata. Di certo la scoperta costringe a rivedere molte pagine dei libri di storia.

Resta altrettanto misterioso il motivo per cui, nell’VIII millennio a.C., il sito venne deliberatamente ricoperto di terra e detriti. I cacciatori-raccoglitori erano ormai diventati agricoltori e forse la sua funzione sacra si era esaurita: servivano nuovi culti e nuovi dèi.

Un luogo di pellegrinaggio

Göbekli Tepe era probabilmente un luogo di pellegrinaggio stagionale, dove gruppi di cacciatori-raccoglitori provenienti da un territorio vastissimo, dall’Anatolia alla Siria fino all’Iraq settentrionale, si ritrovavano periodicamente. I resti ossei e gli strumenti per la macinazione fanno pensare a grandi banchetti rituali che consolidavano alleanze e legami comunitari. Il progressivo cambiamento delle condizioni ambientali e una crescente stabilizzazione degli insediamenti avrebbero poi favorito la cosiddetta rivoluzione agricola.

A poca distanza da Göbekli Tepe, altri siti coevi stanno emergendo dagli scavi. La “gemella” Karahan Tepe ha restituito strutture altrettanto monumentali e, con grande entusiasmo dei ricercatori, una delle più antiche teste umane scolpite mai rinvenute. Ci sono poi Nevali Çori, Çayönü e Çatalhöyük: siti fondamentali della preistoria anatolica che, insieme, stanno riscrivendo la storia della Mezzaluna Fertile e arricchendola di nuovi capitoli.

L’Anatolia non è mai stata un palcoscenico vuoto. La sua straordinaria stratificazione insegna almeno due cose. La prima è che ciò che oggi chiamiamo Turchia, Grecia o Italia, come qualunque altro Stato nazionale, non è una realtà immutabile ma una costruzione storica elaborata nel corso dei secoli. La seconda è che il concetto stesso di identità, etnica o nazionale, è il risultato di continue contaminazioni, stratificazioni e rimescolamenti, più che di una presunta purezza culturale.

Sul substrato neolitico che oggi riemerge dagli scavi si innestò la civiltà ittita, con la capitale Ḫattuša; seguirono Frigi e Lidi, l’incontro con il mondo acheo, quindi i Persiani e Alessandro Magno. Poi arrivò Roma, con le sue strade e gli imponenti acquedotti. In seguito, la regione divenne una delle culle del cristianesimo. Dall’XI secolo si affermarono i Selgiuchidi, popolazioni turche portatrici della cultura islamica e iranica, fino all’Impero ottomano e all’età contemporanea.

Tra guerre e pace, miserie e prosperità, questo mare di esperienze, culture e tradizioni ci ricorda che il mondo è un mosaico da esplorare, non un insieme di blocchi rigidi, come talvolta la storia contemporanea sembra volerci far credere.

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Amanda Ronzoni

Amanda Ronzoni, giornalista e fotografa, è laureata in Lingue e Letterature Orientali (Giapponese), ha conseguito un corso di perfezionamento in Comunicazione ed è laureanda in Scienze...