Arriva fino a noi un documento prezioso, che ci parla di pace. Una testimonianza di come, oltre ai conflitti, diplomazia e dialogo siano un’arte umana antica quanto il mondo.
Testo di Amanda Ronzoni
Due superpotenze si fronteggiano sulle sponde dell’Oronte, tra Libano e Siria. La tensione è altissima, le milizie sono pronte allo scontro. Sembra una notizia da prima pagina di oggi, invece correva l’anno 1274 a.C. Da una parte ci sono gli Egiziani di Ramsete II, dall’altra gli Ittiti di re Muwatalli II, stanziati nell’Anatolia centrale. Il primo, è convinto della propria vittoria, forte della superiorità numerica, ma non ha fatto i conti con gli strateghi ittiti e i loro carri da guerra. Gli scontri si protrarranno con alterne vicende per quindici lunghi anni. Nonostante la propaganda di Ramsete II, che era solito “pubblicare” le proprie gesta sui muri di mezzo regno vantandosi delle sue vittorie, sappiamo che gli Ittiti, da abili diplomatici quali erano, potevano contare su una fitta rete di alleanze e mettevano in atto tecniche di guerra avanzate.
Poiché, contro le aspettative egiziane, il conflitto si protraeva e le perdite cominciavano a farsi pesanti su entrambi i fronti, i due regnanti scelsero infine la via dell’accordo.
La capitale ittita
Questo ci raccontano sia i muri fatti iscrivere da Ramsete II a Luxor, sia le straordinarie tavolette d’argilla scoperte nel 1906 a Ḫattuša, che all’epoca della guerra era la capitale dell’impero ittita.
I resti della città si trovano nel cuore della Turchia, presso il villaggio di Boğazkale, a circa 200 chilometri da Ankara. Dopo un lungo periodo di oblio, durante il quale gli Ittiti sembrano sparire letteralmente dalla storia – Greci e Romani non ne scrivono affatto – le tracce della loro esistenza tornano alla luce a partire dalla fine dell’Ottocento. Si tratta di una di quelle scoperte per cui ogni archeologo metterebbe la firma: una civiltà perduta che riemerge dal nulla con imponenti architetture, templi e, soprattutto, migliaia di tavolette incise in una scrittura sconosciuta. In più, colpo di fortuna, tra le iscrizioni compare anche un testo tradotto nella lingua franca dell’epoca, l’accadico. Decodificata tra il 1914 e il 1917 dall’assiriologo ceco Bedřich Hrozný, quella ittita si rivelò una lingua indoeuropea, dandoci importanti indicazioni sulla possibile provenienza del suo popolo.
Ma torniamo alle tavolette in accadico: riportano chiaramente la versione ittita del Trattato di Qadesh (1259 a.C.), stipulato da Ramsete II e dal re Ḫattušili III, succeduto nel frattempo al fratello. Sappiamo che il documento originale era conservato negli archivi reali su tavolette d’argento, oggi perdute. Il suo contenuto testimonia la volontà di cooperazione e di cessazione delle ostilità tra le due superpotenze, che si impegnano in un patto di non belligeranza, nel rispetto reciproco dell’integrità territoriale, nella restituzione di prigionieri e dissidenti e, soprattutto, sanciscono un’alleanza di mutuo soccorso in caso di futuri attacchi da parte di nemici.
Considerato il più antico trattato di pace in forma scritta giunto fino a noi, è esposto, in copia su rame, presso il Palazzo dell’ONU, per i valori di civiltà cui si richiama.
Servi degli dèi
Tra le mura ciclopiche, lunghe otto chilometri, sono i leoni e le sfingi che sormontano le porte monumentali ad accoglierci, alteri guardiani di una civiltà lontana. Raccontano di un popolo arrivato, secondo l’ipotesi più accreditata, dalle steppe caucasiche tra il terzo e il secondo millennio a.C., che si sovrappose alla popolazione locale, preindoeuropea, gli Hatti, senza cancellarne la cultura, ma assimilandone le divinità, i rituali e perfino il nome. Ittiti, infatti, non è un’etichetta etnica, ma significa “gente del Paese di Hatti”. Politeisti sistematici, i re ittiti si definivano più come “servi degli dèi”, amministratori del volere superiore, che come incarnazioni divine, a differenza dei faraoni egizi. Veneravano un pantheon estremamente complesso che accoglieva centinaia di divinità hattiche, hurrite, siriane e mesopotamiche, come testimoniano i settantuno rilievi di divinità in processione scolpiti nel santuario rupestre di Yazılıkaya, a pochi chilometri da Ḫattuša.
Straordinario è anche il patrimonio di testi incisi su tavolette, che documentano l’intensa attività diplomatica e gli scambi con i popoli vicini. Non soltanto elenchi di bottini di guerra, ma trattati, lettere tra sovrani e contratti, spesso redatti in più lingue, dal babilonese cuneiforme all’accadico, impiegati come lingue della diplomazia internazionale. A conclusione dei patti, gli Ittiti e i loro interlocutori invocavano le rispettive divinità come garanti degli accordi sottoscritti.
I Popoli del Mare
Nonostante la posizione protetta su uno sperone di roccia facilmente difendibile, la copertura arborea circostante, le sette sorgenti d’acqua – preziose in caso d’assedio – e l’accordo di mutuo soccorso siglato con gli Egizi, Ḫattuša venne abbandonata intorno al 1180 a.C., dopo un vasto incendio, probabilmente provocato dai Kashka, una popolazione proveniente dalle regioni del Mar Nero. Oppure, in seguito alle incursioni dei famigerati Popoli del Mare. A questi ultimi viene attribuita parte della responsabilità del cosiddetto collasso dell’età del Bronzo, tra il 1200 e il 1150 a.C., che vide la caduta non solo dell’impero ittita, ma anche del mondo miceneo e di numerosi piccoli regni dell’odierna Siria, creando serie difficoltà anche ai faraoni del Nuovo Regno. Studi recenti hanno però evidenziato che l’Anatolia centrale fu colpita anche da una grave crisi climatica: una siccità protrattasi per almeno tre anni compromise la produzione di grano e il sistema degli scambi, innescando un ciclo di carestie, rivolte ed epidemie, cui si aggiunsero infine le invasioni dal mare. Alcuni studiosi hanno inoltre ipotizzato che il quadro possa essere stato aggravato da violente eruzioni vulcaniche, capaci di alterare temporaneamente il clima e di accentuare ulteriormente una crisi già in atto.
Scese così il silenzio su Ḫattuša, i suoi palazzi, i suoi dèi, sepolti tra le rovine e nascosti sotto le stratificazioni della storia. Dimenticati, ma non del tutto cancellati. Il culto della Grande Madre sopravvisse nelle figure di Cibele e Artemide, mentre l’eco dell’antica diplomazia, affidata alle tavolette, continua a risuonare come un monito nel cuore dei centri del potere moderno.




