Omero, l’Iliade e le scoperte di Heinrich Schliemann ci mostrano come i racconti del passato possano custodire eventi realmente accaduti, parte fondamentale del nostro patrimonio culturale.
Testo di Amanda Ronzoni
Tra le numerose tavolette ritrovate negli archivi ittiti di Ḫattuša vi sono alcuni testi che menzionano la città di Wilusa e la popolazione degli Ahhiyawa. Si parla di coalizioni e di guerre. Siamo all’alba del famoso collasso dell’età del Bronzo, tra il XIII e il XII secolo a.C. La città di Wilusa viene oggi identificata dalla maggior parte degli studiosi con Ilio (altro nome di Troia) e gli Ahhiyawa con gli Achei. Ritenute a lungo leggenda, le gesta narrate da Omero assumono così i contorni della Storia: ancora sfumati e incerti, ma concreti come le mura riportate alla luce sul colle di Hissarlik, nell’odierna Turchia.
Ed è stata davvero un’emozione trovarsi davanti a questi resti. “Ilio dalle belle mura” era il celebre epiteto fisso (espediente poetico e mnemonico, residuo della tradizione orale) con cui Omero indicava la città di Troia. La suggestione cresce non appena scorgo, in cima a una roccia, una piccola civetta (Athene noctua), emblema della dea Atena. Gli antichi dèi greci qui sembrano essere ovunque. Possiamo solo immaginare cosa provò Heinrich Schliemann quando, nel 1870, arrivò sulla collina di Hissarlik, Iliade alla mano, determinato a riportare alla luce la città, nonostante lo scetticismo dell’accademia, che considerava i poemi omerici semplici narrazioni di fantasia.
Nove città stratificate
Alla faccia di chi gli dava del pazzo, rinvenne i resti non di una, ma di ben nove città stratificate l’una sull’altra. I resti sono ingarbugliati, anche purtroppo a causa dell’imperizia con cui furono condotti i primi scavi, ma un fatto è inequivocabile: non si tratta solo di letteratura o di mito. Troia è esistita davvero. Conobbe fortune alterne e, in un periodo compreso tra il 1300 e il 1180 a.C., troviamo le prove di una distruzione feroce, segnata da un incendio devastante e dalla mattanza di uomini e animali, che molti studiosi tendono a identificare con la guerra raccontata da Omero. Oggi, le rovine sono avvolte da una pace surreale e gli unici invasori sono gruppi di turisti che si aggirano in silenzio, fissando rocce e sassi come se potessero parlare. A loro modo lo fanno, grazie alle campagne archeologiche, ma bisogna saperli ascoltare.
È il paesaggio circostante a spiegare, meglio di qualsiasi esperto, molte cose: racconta di una città sorta su un’altura rocciosa in posizione strategica; dell’importanza di dominare, a poca distanza, uno stretto come quello dei Dardanelli, fondamentale per regolare i commerci della regione; di una piana verde, dove venivano addestrati gli amati cavalli per i quali i Troiani erano famosi.
Un intreccio complesso
Se vi sembra la trama di un film, sappiate che, secondo una diffusa ricostruzione, Steven Spielberg avrebbe preso ispirazione dall’archeologo Robert Braidwood per delineare il personaggio del professor Ravenwood, mentore di Indiana Jones.
Il Museo di Troia, nelle vicinanze degli scavi, fornisce preziose informazioni, con ricostruzioni e una datazione dei reperti sempre più precisa. Tuttavia, se ancora qualche pezzo del puzzle non combacia, poco male. È proprio l’intreccio fra mito, storia, poesia, fantasia e realtà che ci fa amare questi luoghi e ci spinge a visitarli. Il racconto omerico si intreccia con le tavolette ittite e con i geroglifici egizi. E quando gli studiosi riescono a fare squadra, uscendo dagli stretti ambiti di specializzazione per confrontarsi con esperti di altre discipline, i nomi cominciano a combaciare e gli eventi diventano meno nebulosi.
Sappiamo dagli scritti ittiti che Troia non era una città “greca”, ma apparteneva alla coalizione di Assuwa (etimologicamente connessa con il nome Asia), formata da circa ventidue città-Stato, alcune delle quali compaiono nel “Catalogo dei Troiani”, nel II libro dell’Iliade. I contendenti, gli Achei, erano anch’essi un insieme di principati dalla forte vocazione guerriera. Basta rileggere l’Iliade per cogliere il bagno di sangue che fu quella guerra, la ferocia e la barbarie di cui i nostri eroi si macchiarono. Dietro il presunto ratto di Elena, sono le motivazioni geopolitiche a spiegare le ragioni dello scontro: il controllo delle rotte commerciali e delle risorse strategiche – minerali, legname e cavalli – torna, come sempre nei periodi di turbolenza internazionale, al centro della scena, ingentilito dal mito e dalla letteratura. Del resto, se le fondamenta di una civiltà si cercano negli eroi, ben poco hanno di onorevole coloro che bruciano città, massacrano popolazioni inermi, vecchi e bambini compresi, e riducono in schiavitù i pochi sopravvissuti. Non solo la storia, ma anche la letteratura, quella di Omero, in questo caso, sembrano non averci insegnato nulla.
Ricordare i Martiri
A una sessantina di chilometri dal sito di Troia, dall’altra parte dello stretto dei Dardanelli, nella penisola di Gallipoli, si trova il Monumento ai Martiri di Çanakkale (Çanakkale Şehitleri Anıtı), che onora i soldati turchi, e non solo, caduti nella Campagna di Gallipoli (febbraio 1915-gennaio 1916) della Prima guerra mondiale. È un luogo pieno di luce e di silenzio, dove persone provenienti da ogni angolo del mondo arrivano per commemorare vite spezzate da un assurdo conflitto. Le perdite furono impressionanti: circa mezzo milione di uomini, molti giovanissimi e lontanissimi da casa, come australiani e neozelandesi. Un episodio che, a pochi chilometri dalle rovine di Troia, suona come una clamorosa beffa rispetto al presunto grado di civiltà che avremmo raggiunto.
Visitare il Memoriale insieme alle rovine di Troia assume un significato particolare. Le rocce mute testimoniano con evidenza quanto le fortune umane siano transitorie. I Greci dell’Asia Minore hanno sempre cantato come eroiche le gesta guerriere dei loro antenati in una terra che aveva altri nomi, altri popoli e altre storie da raccontare, tutte sepolte sotto strati di polvere e macerie.
Più che un’esaltazione del valore guerriero, forse, nei versi omerici dovremmo imparare a leggere un caveat contro la guerra e le sue scelleratezze. Quando viaggiamo, più che identità monolitiche e storie gloriose, dovremmo cercare i molti frammenti di cui siamo composti e accogliere con umiltà gli avvertimenti che ci arrivano dal passato.




