Il Marocco alla fine del Marocco. Dove l’Atlante si tuffa nel Sahara. E il Paese si trasfigura in canyon e montagne, dune e sabbie. Una perfetta scenografia naturale di celebri libri e film, dal Tè nel deserto al Gladiatore, da Kundun alla Mummia
Testo di Fausta Filbier
“Le dune gialle si estendevano di fronte, più avanti. C’era il calore ardente del sole, il lento inerpicarsi sulle alture e il cauto avventurarsi negli avvallamenti, a più e più riprese.” Il Sahara descritto da Paul Bowles ne Il tè nel deserto, uno dei suoi libri più conosciuti, è ambientato in Marocco. Ma sono solo poche pagine, anzi poche righe, che lo scrittore dedica alla magia del deserto. Lasciano un senso di insoddisfazione, di incompiutezza. E il desiderio di andarlo a scoprire, questo deserto. Che in Marocco porta nomi sconosciuti, evocativi, che parlano di mistero, lontananza: Kem Kem, Kereb Azouggouarh, Djebel Debgane. Questo è il Marocco alla fine del Marocco. Dove il volto più famoso del Paese, fatto di lussi e mondanità, di uadi e oasi, di magnifici ksour e kasbe, si trasfigura in canyon e montagne, dune e sabbia. Qui è dove l’Atlante si tuffa nel Sahara.
Zagora, nel sudest del Paese, è la cittadina che segna il confine tra questi mondi, così vicini eppure così totalmente diversi. Sulla strada principale un cartello avvisa: “52 jours à Tomboctou”. Da qui, si va verso il Sud, l’incognito, l’infinito. Nella trafficata Zagora, tra alberghi con piscina, negozi che traboccano di tappeti, argenti, stoffe, e ristorantini specializzati in tajine, è difficile anche solo immaginarli questi 52 giorni di deserto, fatti di carovane di cammelli, spedizioni in jeep, campi tra le dune. Il cartello, in realtà, è diventato una semplice quinta, utilizzata dai turisti che si sono fatti fotografare proprio lì davanti. E che del deserto hanno sentito, forse, solo l’odore della sabbia portata dal vento.
In jeep lungo la pista
L’infinito Sahara però è proprio a due passi, a Tagounite, qualche chilometro più a sud. Da questo minuscolo villaggio parte una pista, percorribile solo con una jeep e con un autista che conosca bene la zona, che s’inoltra verso est e arriva fino alle cittadine di Taouz, Merzouga, Erfoud. Sono circa trecento chilometri di vero, leggendario deserto. Che si possono ricoprire in un solo giorno e che permettono, anche a chi non se la sente d’impegnarsi in una spedizione, di gustare e immergersi nel Sahara quello autentico, immenso e lontano. La pista compare e scompare, e costeggia il territorio algerino. Non essendoci né strade né segnalazioni, si rischia costantemente di sconfinare. Capita così, all’improvviso, d’imbattersi in una postazione di militari: due tende, una jeep che ha visto tempi migliori, una radio trasmittente che gracchia di continuo. Il controllo dei documenti diventa l’unica occasione per questo pugno di uomini di fare due chiacchiere in francese e di offrire il solito bicchierino di dolcissimo tè (che fosse questo il Tè nel deserto di Bowles?).
Siamo solo a una manciata di chilometri dalle località più celebri e frequentate del Marocco, ma la sensazione di lontananza e di isolamento è totale. Al di là della pista, sulla sabbia finissima, non compaiono tracce lasciate da altre jeep. Né si nota alcun segno di passaggio umano. Tutt’intorno il paesaggio è grandioso, sorprendente. A nord si staglia l’alto profilo del Djebel Marakib, mentre in primo piano le rocce nerissime del Djebel Haouar fanno da sentinella a un cordone di dune color ocra: immense e vergini. Verso sud, oltre il confine algerino, s’intravedono le spaventose e inaccessibili sabbie sempre in movimento dell’Erg di Iguidi e dell’Erg Occidentale. Per l’intera giornata, davanti agli occhi, scorrono le immagini del Grande Sahara.
Carovane, oro e schiavi
Se si scava nella storia e si torna indietro nel tempo, si scopre che anche da Zagora e da Rissani (i nostri punti di partenza e di arrivo) sono passate, per più di mille anni, le ricche carovane cariche di oro e di schiavi che collegavano il Marocco alle altre grandi Regine della Sabbia, Chinguetti e Tomboctou. Qui, oggi, di quel passato glorioso fatto di commerci e di cultura rimane forse solo la memoria. Che rivive però nella magnificenza di questi panorami. Così, non serve chiudere gli occhi per immaginare lunghe fila di dromedari e di uomini, avvolti nei loro lunghi burnus, i mantelli con cappuccio indossati dai Berberi, che attraversano le distese infinite di sabbia.
E mentre la jeep corre su un tratto di hamada, un altopiano piatto e sassoso, dietro alcune rocce compare come dal nulla un accampamento di nomadi: tre grandi tende, un focolare, qualche capra. Non sono Tuareg, ma Berberi del sud. Chiamati Mori, etnicamente sono molto vicini alle genti della Mauritania e del nord del Mali. Vivono e sopravvivono in questo nulla. O almeno, in quello che a noi sembra un vuoto assoluto, ma che in realtà, per loro, è un pieno: di vita, di natura, di spiriti. Genti che dimostrano una grande capacità di adattamento, un’infinita forza fisica e interiore. Come scriveva Bruce Chatwin: “Più viaggiavo, più mi convincevo che i nomadi erano stati il motore della storia”. Il sole, tra queste pietre, batte implacabile. I pastori ci offrono da bere al riparo di una tenda. Un’abitudine all’ospitalità antica come il mondo, raccontata anche nel ritornello di una nenia marocchina: “Ho bevuto acqua di falda da un recipiente smaltato tutto scheggiato, unico per tutti gli ospiti; sapeva di sale, ma non si può rifiutare quando si è invitati sotto la tenda del pastore… però aveva un buon sapore e io avevo sete”.
Il Gladiatore e la Mummia
Quando, al calar del sole, abbandoniamo la pista sahariana, ci aspetta un’altra sorpresa: l’Erg Chebbi. Questo catino sabbioso, fatto di dune piramidali, incombe sul villaggio di Merzouga. Le sue sabbie corrono per una cinquantina di chilometri, con una profondità che tocca i dieci. Sempre belle, sempre impressionanti. Ma ormai civilizzate: Merzouga e i suoi alberghi lussuosi, i ristoranti, i negozi e i campeggi, hanno in parte cancellato quell’atmosfera di assoluta lontananza che il Sahara è capace di creare. Spesso, le dune si trasformano in un naturale ottovolante su cui – a piedi o in jeep – si può salire per poi buttarsi a capofitto. Una scenografia per un set cinematografico. Non è un caso che proprio qui si realizzano le nuove produzioni marocchine, che vantano film famosissimi. Sulle dune di Merzouga e nella cinecittà di Ouarzazate, nei villaggi fortificati e nelle kasbe del sud sono stati girati Il gladiatore di Ridley Scott, Kundun di Martin Scorsese, La Mummia di Stephen Sommers. La perfetta bellezza dei suoi paesaggi e dei suoi villaggi lo rende un’immenso teatro naturale: è la grande magia del Marocco. Che consente di unire, in un unico viaggio, in un unico itinerario, i selvaggi panorami del Sahara a un mondo da film. Come scriveva Paul Bowles: “Giungendo nel Sahara per la prima o la decima volta, si rimane colpiti dall’immobilità. Un incredibile silenzio assoluto domina i villaggi, e anche nei luoghi più affollati come i mercati aleggia la quiete… Poi c’è il cielo, che offusca tutti gli altri nient’altro che timide copie”.



