Belém, un mondo di acqua - Tucano Viaggi Skip to main content

Volti meticci, intreccio di radici indigene, africane ed europee. Maree che entrano nei mercati, barche che parlano con le case, il cielo che cade ogni giorno in gocce calde. Belém galleggia tra fiume e pioggia. E l’acqua non divide: abbraccia, nutre, ricorda….

 

Testo di Fausta Filbier

 

A Belém, prima dei luoghi, ho notato la sua gente. Come se l’Amazzonia respirasse attraverso i loro volti. Nella capitale del Pará ho visto corpi capaci di raccontare storie di incroci e attraversamenti, di mescolanze antiche e ostinate. La pelle, i tratti, gli sguardi mi hanno restituito l’immagine viva del Brasile contemporaneo. Qui, si sono incontrati gli indios dell’Amazzonia, i neri dell’Africa, i bianchi dell’Europa. Qui, lingue, religioni e culture si sono fuse, dando origine a qualcosa di nuovo, unico, irripetibile.

I belemensi li ho incontrati alle quattro di un mattino, sotto una pioggia insistente, di quelle che in Amazzonia non fanno sconti a nessuno. A cambiare, è solo il modo di cadere: a scrosci violenti o in gocce larghe e pesanti. Mi trovavo nella grande piazza dell’Orologio, che abbraccia il porto principale. Aspettavo l’alba, per assistere all’arrivo delle barche che, dopo una notte di pesca, tornavano a riva cariche del loro bottino. Volevo esserci, respirare quel momento.

Sì, perché Belém, per trecento anni, è stata il più grande porto amazzonico, centro del commercio del caucciù e delle drogas do Sertão – cannella, zafferano, pepe, chiodi di garofano, guaraná, cacao. Oggi, vive soprattutto di pesca. Ed è qui, nel suo porto, che ho assistito a una scena che mi è parsa uscita da un dipinto di Hieronymus Bosch: centinaia di donne, uomini e bambini che vendevano, urlavano, si spingevano in una calca ondeggiante. Intorno a me, l’aria era densa di voci e odori, di vita cruda. Uomini e ragazzi scaricavano enormi casse di pesce, mentre tutto pulsava in un caos primordiale, come se il fiume avesse appena partorito la città.

Attenti al peso

Il pesce che le reti strappano alle acque dolci del Rio delle Amazzoni e a quelle salate dell’Atlantico è un universo sterminato, un catalogo di creature dai nomi che sembrano formule magiche: il gigantesco pirarucù, il ruvido tamoata, il poraqué elettrico, il guizzante tukumaré: un’infinità di corpi lucidi e muti, ammucchiati come un’offerta senza fine.

La notte stringe la piazza in un abbraccio scuro e ne sfuma i contorni, rendendo il mercato una visione, quasi un sogno febbrile. Le luci dei lampioni cadono dall’alto, come lune artificiali, e illuminano il selciato bagnato di pioggia, uno spazio dove non esiste respiro: pesci, uomini, casse, mani, voci: tutto si sovrappone, tutto preme contro tutto. Sopra ogni cosa, dominano gli avvoltoi, neri e massicci, sentinelle inquietanti di questo regno provvisorio. A terra, camminano con studiata indifferenza, aspettando uno scarto, un dono; nel cielo, disegnano cerchi lenti e funerei, come se il tempo stesso girasse in tondo.

Poi, quasi senza che me ne accorga, l’alba si ritrae e il mattino avanza con fatica, filtrando tra nuvole gonfie e scure. Il movimento si spegne, si ritira, si dissolve. Ho l’impressione che non sia mai esistito davvero, che tutto sia stato soltanto una proiezione della mia mente, un inganno della notte. Le barche scompaiono, le persone svaniscono, e dal buio riemergono, come rivelati da un incantesimo, i palazzi barocchi e l’imponente mercato del Ver-o-Peso. La struttura di ferro, costruita in Inghilterra nell’Ottocento e ricomposta qui, pezzo dopo pezzo, si staglia ora chiara e solenne. Le sue due torri, simbolo della città, vegliano sulla piazza ormai quieta. E il suo nome – “attenti al peso” – conserva la memoria di un tempo in cui, ogni merce, doveva essere pesata nella Casa do Haver-o-Peso, prima di diventare tassa, numero, dovere. Io resto a guardare, con la sensazione di aver assistito a qualcosa di segreto, che il giorno, puntuale, ha già iniziato a cancellare.

Il verde è eterno

È davanti a una delle porte del mercato coperto, da sempre cuore pulsante della città, che mi sono fermata. Lì, quasi per caso, ho scovato lo stemma di Belém. Mi sono avvicinata, come si fa davanti a qualcosa che chiede attenzione. Diviso in quattro parti, mi ha raccontato la città senza usare parole. In un riquadro, ho riconosciuto un sole che tramonta: segna l’ora in cui arrivò la spedizione di Francisco Caldeira de Castelo Branco, il momento esatto in cui Belém è nata, nel 1616. In un altro, ho visto la torre di Belém, memoria delle conquiste coloniali portoghesi. Poi, due bracci d’acqua, il fiume Pará e il Tocantins, che ho immaginato stringere la città in un abbraccio liquido, protettivo e insieme ineluttabile. Nell’ultimo spazio, una frase in latino: “il verde è eterno”. E in quell’istante, ho avuto la sensazione che, con poche immagini essenziali, tutta la storia e l’anima di Belém fossero racchiuse in quel riquadro…

Che questa sia una città di origine portoghese, l’ho percepito camminando lentamente per il centro, senza fretta. Non solo negli eleganti palazzi nobiliari rivestiti di azulejos, ma soprattutto nelle case colorate in stile coloniale, che si affacciano sulle strade – rua João Alfredo, rua S. António. Le ho guardate, a una a una: portano addosso il tempo, non lo nascondono. E mi è piaciuto il fatto che non siano state levigate, riverniciate, addomesticate. Perché conservano un fascino ruvido, vissuto, fisicamente autentico, lontano da quella restaurazione aggressiva che altrove in Brasile ha finito per cancellare l’anima dei luoghi.

Ma Belém mi ha parlato anche attraverso le sue architetture più solenni, e soprattutto attraverso il lavoro di due architetti italiani, che ne hanno disegnato il volto. Antonio Giuseppe Landi, bolognese, ha vissuto qui per quarant’anni e ha lasciato alla città la sua anima settecentesca. Le sue chiese e i suoi edifici – la cattedrale, il palazzo del Governatore – mi sono apparsi come un racconto in pietra del periodo d’oro del commercio del cacao: un tardo barocco addolcito dallo stile palladiano e neoclassico, elegante ma mai ostentato.

Più tardi, nel Novecento, un altro segno distintivo: quello del fiorentino Gino Coppedé. Il suo stile neogotico ha dato forma alle ambizioni del tempo del caucciù, alle glorie effimere di una ricchezza improvvisa. Così, camminando per Belém, ho avuto l’impressione che ogni epoca abbia lasciato il proprio strato, come una pelle sovrapposta all’altra, e che la città continui a vivere proprio in questo dialogo incessante tra passato e presente.

Una voce nella notte

E poi una sera, mentre camminavo nel buio, mi era capitato di sentire della musica. Una voce cantava un’aria di Puccini e si insinuava tra le strade silenziose, come un miraggio, un segno. Mi sono fermata, il cuore sospeso, e ho scoperto il suo teatro. Che mi è parso non solo come luogo, ma come una magia che ti trova senza che tu la cerchi. Per gli abitanti di Belém, il Teatro della Pace, costruito nel 1874 a somiglianza della Scala di Milano, è il vero teatro amazzonico, più autentico e vivo di quello più famoso di Manaus. E lo rivendica opponendo alla leggenda forse più turistica e letteraria di Manaus una realtà viva, pulsante, abitata. Una città in cui, un milione e mezzo di persone, respira ogni giorno tra palazzi coloniali, strade lastricate e una natura che non resta mai sullo sfondo, ma avvolge tutto: la selva, i fiumi, la pioggia. Ma per me, quella sera, il teatro, la città sono stati soprattutto voce e musica. Una scoperta inattesa.

Su tutto, la melodia della pioggia che qui, ha un suo ritmo antico. Dicono che d’estate piova tutti i giorni, d’inverno tutto il giorno. E l’acqua non è solo cielo che cade, ma anche fiume che abbraccia. Lo racconta lo stemma della città e lo suggerisce il suo nome intero, solenne e quasi liturgico: Nossa Senhora de Belém do Grão. Pará, nella lingua dei Tupinambá, significa “il fiume che è mare”. È il grande braccio destro del Rio delle Amazzoni, che lambisce la città dopo aver accolto il Tocantins: un fiume così vasto e gonfio d’acqua da far sparire l’altra riva, come se il mondo finisse lì.

“Il verde è eterno”, recita lo stemma. Eppure, la città cresce, si espande, cambia. Pur restando uno dei principali accessi all’Amazzonia e un porto cruciale per il commercio, Belém guarda avanti e si misura con le sfide del presente. Il Pará investe nella ricerca, nella bioeconomia, nella sostenibilità, nella valorizzazione delle sue filiere locali. Ma il vero tesoro resta lo stesso: la selva, il fiume, l’acqua. Qui, città e natura non si fronteggiano, camminano insieme. In un legame profondo e indissolubile che continua, ostinatamente, a nutrire sogni e speranze.

Viaggio

Ti sono piaciuti i racconti?
Lasciati ispirare dai nostri viaggi.

Scopri di più
Fausta Filbier

Fausta Filbier, nata a Roma, con radici che si intrecciano tra le montagne del Tirolo, le coste bretoni e il sole di Napoli, porta nel cuore un mosaico di terre e culture. Cresciuta a Trento, ha...