Non è la Terra più crudele del Pianeta. E non è nemmeno abitata da predoni feroci. La Dancalia oggi si fa ammirare in tutta la sua forza, dove sole, acqua, sale e fuoco si sono divertiti a creare un paesaggio bellissimo
Testo di Andrea Semplici
La Dancalia è un antidoto. Ora che l’asfalto di una delle mille China Road che Pechino ha costruito in Africa ha raggiunto anche la sgangherata città di Afdera e le sue saline e che un’altra strada scende l’altopiano fino alla Piana del Sale, la Dancalia è davvero il rimedio perfetto contro gli stereotipi che avvolgono questa regione dell’oriente africano. La Dancalia, parte settentrionale della regione degli Afar, Etiopia orientale ai confini con Gibuti e l’Eritrea, non è più irraggiungibile. Non è più una regione che si voleva inaccessibile: è facile arrivare al lago Afdera – quel lago che il barone Franchetti, ultimo esploratore del colonialismo italiano volle dedicare al garibaldino Giulietti, come è facile salire sui pendii leggeri del vulcano Erta Ale, una delle terribili meraviglie della geologia della Terra. È facile arrivare fino alla Piana del Sale, dove Afar e Tigrini cavano, ancor oggi, i ganfur, i mattoni del sale, da rivendere nei mercati dell’altopiano etiopico. Adesso non vi è più alcun alibi, si può venire qui e guardare con i propri occhi senza credere a cronisti e scrittori di viaggio capaci solo di scrivere aggettivi ad effetto: questa non è la terra più crudele del Pianeta, non è abitata da predoni “feroci come il deserto, spietati perfino con sé stessi ed elusivi come una cupa leggenda” e l’Erta Ale non è il luogo più pericoloso del mondo.
L’ultima volta che ho raggiunto il cratere di questo formidabile vulcano – uno dei quattro sul Pianeta dove mugghia un perenne lago di lava – vi ho trovato, beatamente accampati sulla sua vetta, ventidue turisti italiani e due israeliani. Con tutto il loro staff di guide, scout, cuochi e cammellieri. Andare in Dancalia, oggi, significa cancellare lo stereotipo occidentale (e non solo: chiedete a un cittadino di Addis Abeba cosa pensa degli Afar…) su questa terra ai confini dell’Africa. E, forse, incrinare anche alcuni luoghi comuni sul Continente. Ogni volta che vi torno (è vero: la Dancalia è una piccola ossessione) mi fermo a trovare Mohammed Tchai Tchai. Mohammed è uno straordinario barista. Un commerciante coraggioso. Vive, con il suo piccolo clan familiare (la moglie, i figli, il marito della figlia più grande), in due capanne costruite su una sponda del canyon scavato dal fiume Saba. Questa è la pista che conduce dall’altopiano etiopico (duemila e passa metri di quota) a una delle più profonde depressioni africane (oltre cento metri sotto il livello del mare). Questo cammino era percorso, non poco tempo addietro, dalle infinite carovane del sale, dai cammellieri che, a piedi, in quattro giorni, scendevano dai crinali dell’altopiano fino al deserto della Piana del Sale per comprarvi l’ancora prezioso “oro bianco”.
Mohammed sta sotto un’acacia. Le braci del suo fuoco sono sempre accese. Offre tè bollente, vende paglia per i dromedari, ha piccole riserve di zucchero e farina di sorgo. È davvero un bar sotto un albero, un tranquillo luogo di sosta: se parti prima dell’alba da Berhale, ultimo villaggio afar prima della discesa nel canyon, passi davanti al bar di Mohammed non appena il sole si è alzato. Quando lo vidi con il suo sorriso superbo e generoso, con il groviglio dei capelli intrecciati, con la sua voglia di chiacchierare, con i figli a zampettare attorno, capii come siamo stoltamente saccenti noi cronisti e viaggiatori in queste terre. Il feroce Afar era una persona gentile e premurosa. Sciacquò tazzine di plastica e ci offrì il tè più buono della mia vita. Gli chiesi se potessi fotografarlo: si alzò, svanì dentro la capanna a igloo e ricomparve con una splendida camicia bianchissima made in China con su stampigliato un fantastico drago alato nero. Non aveva dimenticato il jile, il lungo pugnale ricurvo degli Afar. Sul manico, un fiore di plastica rosso.
L’acacia di Mohammed e l’avamposto da Far West di Afdera sono i miei due confini della Dancalia: a Sud, il deserto di lava, che accerchia il sorprendente lago salato, a Nord-Est, l’imponente falesia di roccia dell’altopiano etiopico. La Dancalia, in realtà, occupa un terzo, il frammento settentrionale, della grande regione degli Afar vasta più di 150 mila chilometri quadrati, estesa dal Mar Rosso alla città di Awash, nel cuore della Rift Valley etiopica. Qui si incrociano, in un magmatico scontro sotterraneo, tre faglie tettoniche. Diecimila chilometri quadrati della Dancalia sono sotto il livello del mare. Il viaggiatore, il turista, è affascinato dal fuoco dei vulcani. La Dancalia è uno dei luoghi più fragili e potenti della Terra. Qui, si assiste alla creazione della crosta terrestre, si ha la prova visiva della deriva dei continenti. In Dancalia, la lama di rasoio della Rift Valley entra in Africa. Eruzioni oligoceniche hanno allineato una dorsale impressionante di vulcani. Lo spettacolo notturno dell’Erta Ale, la “montagna che fuma”, è mozzafiato. In antiche preistorie, le acque di un mare furono sbarrate da immani sollevamenti geologici: si prosciugarono, lasciando come loro traccia una coltre salina spessa tre chilometri e vasta 600 chilometri quadrati. Questa è la Piana del Sale, un deserto accecante, una distesa bianchissima e abbagliante. Qui si alza un rilievo quasi insignificante: è Dallol, la “collina degli spiriti”, uno dei fenomeni vulcanici più bizzarri della Terra. La sua scenografia è irreale. Qui il sole, l’acqua, il fuoco e il sale si sono divertiti a modellare un paesaggio anarchico e bellissimo. A Dallol sei su Marte, e poi su una Luna colorata e variopinta. Geyser ribollenti disegnano una geografia folle. La coltre salata si trasforma in microisolotti screziati, in sculture floreali, in labirinti di acqua e concrezioni saline. I colori sono estremi: verde giada, giallo zolfo, azzurro cobalto si intrecciano in un arlecchino geologico attorno al quale il vento fa ruotare minacciose nuvole sulfuree. È un luogo pericoloso e da meraviglia, Dallol. Gli italiani vi estrassero potassio in lontani anni coloniali. Sembra che toccherà a società americane riaprire queste miniere estreme. Sì, la Dancalia è destinata a cambiare. Torneranno i minatori, sono già arrivati i turisti. E fra qualche milione di anni, comunque, ci penserà la geologia a mutare il volto della Dancalia. La penisola arabica e l’Africa stanno ancora allontanandosi al ritmo di due centimetri all’anno: l’epicentro di questo lento e velocissimo scossone è in questa regione. Non solo: i contrapposti dirupi della Rift Valley stanno, a loro volta, separandosi: quattro millimetri ogni anno. Fra trenta milioni di anni, l’intera Africa orientale navigherà, come una nuova immensa isola, in mezzo all’Oceano Indiano. Lo spiegai, con un disegno nella sabbia, a un vecchio dalla barba rossa di hennè seduto accanto al fuoco di Asso Bole, solitario villaggio alla fine del canyon del fiume Saba. Mi guardò con attenzione: “Inch’allah…se Dio vorrà”.



