Migliaia di manoscritti, antichi di secoli. Sepolti, dimenticati. Si trovano nelle case, nelle biblioteche, nei musei di Chinguetti, millenaria città carovaniera nel cuore del Sahara mauro. Un tesoro prezioso, memoria di una raffinata cultura africana. Da salvare…
Testo di Fausta Filbier
“Dimmi Chinguetti, meraviglia del deserto, che cosa hai sotterrato nelle tue dune infuocate? Il passato di un popolo e l’anima splendente di una nazione di cui l’universo si nobilita…” Il poeta mauro Issel Mon cantò Chinguetti, città nel cuore della Mauritania, sommersa, circondata dal mare di dune gigantesche dell’erg Ouarane, che combattono costantemente per invaderla. Mosse dall’harmattan, il torrido vento sahariano, iperboliche quantità di sabbia impalpabile si spostano, modificando il paesaggio giorno dopo giorno. E in effetti, proprio tra le sue dune infinite Chinguetti, settima Città Santa dell’islam fondata nel Mille, nasconde un tesoro d’inestimabile valore: migliaia di antichi manoscritti sepolti, abbandonati, dimenticati nelle sue biblioteche e nelle sue case.
Un prezioso patrimonio di cultura e tradizione, storia e scienza, fragilissimo, come solo le pagine manoscritte di migliaia di volumi possono esserlo. Carte ingiallite, sottili pergamene, fogli di pelle di capra e di gazzella, testimonianze uniche, spesso inesplorate, di civiltà, tempi e luoghi lontani e misteriosi. Manoscritti che hanno percorso il Sahara lungo le vie carovaniere e che hanno attraversato i secoli per arrivare fino a noi, sopravvivendo alle travagliate vicende di questo angolo di Africa. Era quello il tempo delle carovane transahariane che trasportavano il sale. Diego Gomez, storico portoghese del Quattrocento, racconta di carovane composte da cinquecento e più cammelli che si snodavano per chilometri tra le dune. Percorrevano in un mese la pista tra Ouadane e Tomboctou, dove i sovrani dei grandi regni negri del Ghana e del Mali offrivano oro in cambio di sale. E attraversavano le oasi sull’altopiano dell’Adrar, Ouadane e Chinguetti, che diventarono non solo punti di riferimento per i commerci e gli scambi, ma anche crocevia di popoli e di culture, luoghi di incontro tra uomini di fede, filosofi, scienziati. Perché le carovane, oltre a sale, oro, avorio, schiavi, trasportavano anche un bene preziosissimo, pagato letteralmente a peso d’oro e che poteva valere anche dodici cammelli a pezzo: i libri.
I libri? Prestigio delle famiglie nobili
Oggi quei libri si trovano nei musei, nelle biblioteche e nelle case maure, ma c’è stato un tempo in cui viaggiavano insieme alle carovane, appesi alle selle dei cammelli, protetti da grandi sacche di cuoio. Percorrevano le rotte del Sahara diffondendo culture e conoscenze di popoli diversi. E rappresentavano un elemento di grande prestigio per le grandi famiglie maure e le carovane a cui appartenevano. Attorno a queste biblioteche itineranti le famiglie marabuttiche crearono una fitta rete di scuole. Ed è così che nel cuore del deserto, negli accampamenti, sotto le tende nacquero le Mahadara, cioè le Libere Università della Sabbia. Libere non solo perché nomadi, ma anche per la libertà di pensiero, di discussione e di dibattito che in esse vi si esercitava. Per più di otto secoli le Mahadara furono raffinati luoghi di cultura; le ultime di cui si ha notizia risalgono agli inizi del Novecento.
Ma oggi, dove sono quegli antichi manoscritti? Si parla di circa 100 mila volumi (una stima approssimativa per difetto) che risalgono a un periodo compreso tra gli inizi del Quattordicesimo e il primo decennio del Ventesimo secolo, e che oggi rischiano di andare perduti per sempre, vittime del tempo, del clima e, soprattutto, dell’incuria dell’uomo. La Mauritania ne conserva il numero più grande, mentre circa 40 mila si troverebbero negli altri Paesi sahariani (20 mila a Tomboctou). La maggior parte di questi manoscritti è dispersa nelle case dei privati, discendenti di quelle antiche famiglie carovaniere, sia a Chinguetti, sia nelle diverse città della Mauritania. Un sapere – messo in pericolo dall’acqua, dal fuoco, dalle termiti e dalla sabbia – che giace quasi dimenticato, mangiucchiato dai topi, in casse e bauli, o impilato su scaffali impolverati. E che non è mai stato censito, catalogato, ordinato per intero. Si tratta di opere scritte in arabo classico e in hassanya, l’antica lingua maura. Opere eccelse, copiate, studiate, commentate, decorate, che coprono un po’ tutti i campi del sapere: dalla filosofia all’astronomia, dalla matematica alla medicina, dalla farmacopea alla grammatica, dalla logica al diritto islamico. Numerosissime sono le copie del Corano, così come i commenti e le interpretazioni dedicate al libro sacro dell’islam. Chinguetti fu infatti un celebre centro islamico: nelle sue scuole coraniche insegnarono eruditi del sapere religioso e delle lettere arabe, e i suoi allievi, a migliaia, arrivarono da tutta l’Africa.
Trattati di medicina, astrologia, letterature
Le più ricche biblioteche di Chinguetti oggi sono nelle case private delle antiche famiglie maure: gli Ahel Ahmed Chèrif, i Laghall, gli Ahel Habbott. Proprio gli Ahel Habbot, in alcuni locali vicino alla Grande Moschea, hanno creato la biblioteca più importante della città. Fondata da Sidi Mohammed Habbott nel Diciottesimo secolo, oggi conserva circa 1.200 opere che trattano di scienze coraniche e religiose, di medicina, astrologia, letterature. Ma anche qui, nonostante gli sforzi, polvere e abbandono rischiano di far scomparire per sempre un tesoro inestimabile. Chinguetti, come Tomboctou, è stata dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Ma questo non ha cambiato l’infausto destino delle due leggendarie città, dei suoi abitanti e dei suoi tesori. Le implacabili sabbie del Sahara stanno soffocando case, moschee e manoscritti. Servono progetti di assistenza e di cooperazione. Idee e denaro. Ma serve anche vincere le resistenze di chi possiede queste ricchezze cartacee che rimangono ancora sottochiave, non violate né dai governi, né dall’Unesco, né dalle missioni scientifiche che in questi ultimi decenni avrebbero potuto sottrarle all’oblio del mondo.
Nel più grande deserto della terra, i popoli nomadi che lo percorsero scrissero le loro civiltà e ne conservarono gelosamente i testi. Oggi, purtroppo, questi capolavori stanno sbriciolandosi tra le sabbie. Per tutti, sahariani e occidentali, è importante salvarli. Perché costituiscono la prova dell’esistenza di una raffinata cultura africana erudita precedente alla colonizzazione europea. Ma soprattutto, perché sono la sola, insostituibile memoria di una parte di storia universale.



