Un imponente avvallamento dove le forze della natura sono tuttora al lavoro, come dimostrano i molti vulcani ancora attivi, le sorgenti ribollenti e i laghi salini nel fondovalle. Percorrere la Rift Valley, soprattutto tra Etiopia e Kenya, vuol dire addentrarsi in uno scenario primordiale con paesaggi spettacolari, dove la presenza umana è episodica, legata ai ritmi delle stagioni e alla disponibilità di acqua e pascoli.
Testo di Paolo Novaresio
Quindici milioni di anni fa, un gigantesco solco si aprì nello scudo roccioso che costituiva il tavolato dell’Africa orientale. Tormentata da violente correnti sotterranee, dilaniata da continue eruzioni vulcaniche, la terra sprofondò, in un solo enorme blocco. Il risultato di questo immane cataclisma fu la Rift Valley, la grande spaccatura che attraversa l’Africa dalla Dancalia al Mozambico per oltre 5.000 chilometri.
Le forze della tettonica che hanno dato origine a questo imponente avvallamento sono tuttora al lavoro, come dimostrano i molti vulcani ancora attivi, le sorgenti ribollenti e i laghi salini che costellano il fondovalle, in un alternarsi di paesaggi spettacolari.
Percorrere la Rift Valley, soprattutto nel tratto compreso tra Etiopia e Kenya, vuol dire addentrarsi in uno scenario primordiale, dove la presenza umana è episodica, legata ai ritmi delle stagioni e alla disponibilità di acqua e pascoli. I contrafforti del Rift ospitano infatti un complesso mosaico di popoli rimasti isolati per secoli, la cui origine affonda nella preistoria. Surma, Karo, Nyangatom, Dassanetch Arbore, Turkana, Gabbra, Samburu, Borana, El Molo, Rendille, solo per citarne alcuni, poiché nella sola valle dell’Omo vivono ben 45 etnie diverse. Si tratta di genti imparentate e amalgamate tra loro, frutto di un passato di oscure migrazioni ma, allo stesso tempo, fieramente diversi e orgogliosi della propria identità. Non sforzatevi di cercare di stabilire rigide classificazioni in questo intrico di nomi, lingue e culture: sarebbe inutile e soprattutto riduttivo.
Prendiamo ad esempio i Surma, divisi a loro volta in almeno tre distinti clan: sostengono di non avere alcuna affinità con i vicini Mursi e i Meen, anche se parlano lo stesso idioma e condividono con essi molti costumi, come l’uso del piattello labiale e la lotta coi bastoni. Oppure i Dassanetch, che vivono nella zona del delta dell’Omo, noti per accogliere nella tribù profughi di tutte le etnie.
Più a ovest, oltre i lindi villaggi dei Konso e le terre degli Erbore, vivono i Borana: nomadi del deserto e protagonisti di epiche migrazioni stagionali, che li conducono fino alla montagna di Marsabit e alle oasi del Kenya settentrionale. I loro “pozzi cantanti”, dove l’acqua risale dalle profondità del suolo, seguendo i ritmi di nenie ancestrali, sono una meraviglia di logistica e poetica, ma soprattutto, un inno alle capacità di sopravvivenza dell’uomo. Linee di frontiera immaginarie, tracciate nel nulla, separano il loro territorio da quello dei Samburu, dei Rendille e dei Turkana, anch’essi pastori nomadi per obbligo e vocazione.



