Mekong, Madre delle Acque - Tucano Viaggi Skip to main content

E così, le misteriose giungle piene di fiere e di sguardi segreti sembrano storia antica, da questa barca d’un legno decorato e di sapore coloniale su cui son capitato a perlustrare il delta del Mekong. L’epica risalita del fiume alla ricerca di Kurz, dell’epocale pellicola di Coppola, è ormai lontana dalle suggestioni di conradiana memoria, che ci accompagnavano su per le sue acque, guardinghi e timorosi dell’ignoto esotico che pervade, fin dai tempi delle grandi esplorazioni, il nostro immaginario (se mai ne abbiamo avuto uno!) del Sudest asiatico

 

Testo di Paolo Brovelli

 

 

E così, le misteriose giungle piene di fiere e di sguardi segreti sembrano storia antica, da questa barca d’un legno decorato e di sapore coloniale su cui son capitato a perlustrare il delta del Mekong. L’epica risalita del fiume alla ricerca di Kurz, dell’epocale pellicola di Coppola, è ormai lontana dalle suggestioni di conradiana memoria, che ci accompagnavano su per le sue acque, guardinghi e timorosi dell’ignoto esotico che pervade, fin dai tempi delle grandi esplorazioni, il nostro immaginario (se mai ne abbiamo avuto uno!) del Sudest asiatico.

Queste regioni, di tigri, d’elefanti e di sovrani dagli alti copricapi d’oro, sono ormai casa di milioni di vietnamiti del Sud, nonché di comunità cambogiane fagocitate dal più potente vicino paese di Ho Chi Minh. Navigando per i suoi mille e mille canali e bracci, in quella parte d’Indocina che le genti d’Occidente battezzarono Cocincina, si vede, com’è d’uso da millenni, un brulicare di sampan, xuong e tante altre barche, barconi e canoe d’ogni dimensione, che ora però, non scivolano più nel silenzio, come un tempo, ma rombano motori fuoribordo. Carichi d’agricoltura e frutti minerari e pesci e pescatori e gente della miriade di villaggi e città che costellano le sue rive piene di templi, di campi, di fattorie, incrociano sulle sue acque sature, ahimè, di chimica malsana, ma anche del limo che la Madre delle Acque, come lo chiamano da queste parti, accumula fin dai suoi primi vagiti là, più di quattromila chilometri a monte. E che monte!

L’Area Protetta dei Tre Fiumi Paralleli

Sì, perché padre di questa madre fluida è nientemeno che il Tibet, genitore di quasi tutti i grandi corsi d’acqua di questa parte d’Asia. Da lassù, dai lembi sudorientali della provincia cinese (ma tibetana per geografia e cultura!) del Qinghai, nell’aria rarefatta dell’altopiano a oltre 4.000 metri, tra le nebbie e le nubi che lì sembrano basse e gli sguardi rari dei leopardi delle nevi. Da lassù, dico, tra il risuonare ipnotico dei mantra lamaisti (Om mani padme hum… Om mani padme hum) o nel mugghiar di yak che guardan torvi, caracolla torrentizio giù e giù, sui sassi e per le gole strette, proprio accanto ai suoi fratelli di culla, il Saluen e il Fiume Azzurro, nell’Area Protetta dei Tre Fiumi Paralleli, nella provincia (sempre sinica) dello Yunnan. Canyon, crepacci, foreste (qui sì) e silenzi. Più a valle, si fa confine di rive birmane e thailandesi, che son state (e in parte sono ancora) campi d’oppio, nel bel mezzo del famigerato Triangolo d’oro, ormai decadente tesoro falciato dai nuovi governi intransigenti.

Ne ha viste, e ne vede, il Mekong, di popoli e culture lungo le sue sponde. Il sud della Cina e l’Indocina tutta, sia sui monti sia nelle valli, è un enorme mosaico di famiglie di lingue e genti, che si frammenta in decine di tribù, ognuna coi propri miti e le proprie storie, che da millenni si spostano e migrano e sgomitano e s’avvicendano attorno al suo fertile alveo. Così, insieme alle sue acque, sono calati i khmer (II millennio AEV), portando l’arte agricola, portando il riso, per citare subito sostanza, e poi (V-IV sec. AEV), sulle sue rive sono approdati i tai, e tutti, a mano a mano, hanno creato civiltà che son durate secoli, passandosi il testimone, come sempre accade, che i giganti di ieri cadranno, nutrendo i nani che poggiano sulle loro spalle oggi.

Nelle terre lambite dal fiume, che oggi si spartiscono Myanmar, Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam (le ultime tre dal 1887 al 1954 unite sotto governo coloniale francese), si sono susseguite culture complesse, ma quasi sempre d’importazione. Su una base comune ancestrale legata a culti quasi magici dove tutto è divino – un monte, un fiume, un albero, ma anche una pietra – e tutto è retto dalla saggezza e dalla sacralità degli antenati, imprescindibili protettori di coloro cui tocca di trovarsi ancora su questa terra, si sono innestati semi portati dal vento dell’Ovest, dal Deccan, prima, e da Ceylon poi. È il potere delle religioni dei libri sacri. I testi sanscriti dei Veda e delle altre epiche indiane, il Mahabharata, il Ramayana, con il Manusmurti, il codice etico indù, importati dai potenti locali per darsi l’aura di sacralità imprescindibile per dominare (la stessa che usavano i barbari d’Occidente quando si facevano chiamare Cesari, o i nomadi d’Asia centrale quando millantavano origini gengiskhanidi), hanno dato origine a regni e imperi persino da fiaba.

Il grande Regno di Funan

All’inizio fu il regno che, da fonti cinesi (le uniche per molto tempo, quelle di viaggiatori curiosi o emissari imperiali), fu detto di Funan. I cambogiani (ossia i khmer) se ne arrogano la paternità, ma ognuno, si sa, si scrive la storia che pensa di meritarsi. La realtà propende, va detto, ma non è certa. Forse non era nemmeno un regno, ma un’alleanza di città stato, dal sud della Thailandia, per tutta la Cambogia e il Vietnam del Sud. I primi secoli dell’Era Volgare (I-VI sec.) furono suoi. Commerciavano già con mezzo mondo. Tra le acque del delta di cui sopra, ci hanno trovato anche monete imperiali romane!

Poi i grandi regni indù, che culminano nel grande e potente Impero khmer (802–1431), quello che ha prodotto i templi di Angkor, a decine, in Cambogia, passando per i precursori chenla (VI-VIII sec.), che già avevano eretto i loro santuari in zone limitrofe. Dal Mekong non dista molto il Wat Phu, tempio preangkoriano scivaita, ai piedi d’una montagna laotiana, che pare un grande lingam, il simbolo fallico di Sciva, appunto. Rovine che sembrano trasferite lì dal Subcontinente indiano ce ne sono molte, intorno al fiume, e fino alle sponde del Mar Cinese Meridionale, in Vietnam, sede dell’antico regno Champa, quello che ha prodotto My Son, per esempio, non lontano da Da Nang, enorme necropoli di decine di generazioni di sovrani indù.

I tai, da schiavi a padroni

Nel frattempo, altri testi sanscriti venivano tradotti e portati in mezzo ai popoli. Dal II secolo da Ceylon arrivano le parole del Buddha, col Tripitaka (o Canone pali, il pilastro del buddhismo Theravada, ora osservato da quasi tutta la penisola) e le sue venerande effigi, come la statua del Buddha di smeraldo (ora palladio thailandese, a Bangkok), o quella del Phra Bang (il Buddha Delicato, simbolo dei re laotiani ora in esilio), che si mescolano e si alternano agli dèi indù. E si fanno forti i tai, calati dalla costa della Cina dopo i khmer e, da loro schiavi, diventano padroni. In Thailandia. Ma anche nei regni laotiani. Lan Xiang, per esempio, il Regno del milione di elefanti, a Luang Prabang, conservata per i posteri dall’Unesco con i suoi cento templi e i mille monaci d’arancio vestiti, che all’alba girano scalzi e silenti per le vie a questuar il riso per sopravvivere nel loro oggi; a Vientiane, odierna capitale laotiana. Dal Mekong, quasi si scorge in città il Tat Luang, il grande stupa che pare abbia ospitato le ceneri dello sterno del Buddha in persona!

Non ho potuto fare come gli esploratori francesi Garnier e Doudart de Lagrée che, dal suo delta, sono partiti (1866-1868) alla ricerca della sua sorgente. Volevano trovare una via per la Cina, loro, per portarci la Francia, ma la via d’acqua si naviga solo a tratti, che ci son cascate, e rapide, e lì bisogna portare la barca a spalla. Adesso ci son pure le dighe, decine, in Cina, in Laos… Per l’energia, per le colture. Tanto importanti che nel 1995, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam hanno fondato la Mekong River Commission (MRC), per gestire e coordinare l’utilizzo e la preservazione del Mekong.

La memoria delle guerre d’Indocina

Non ho potuto, dicevo, ma ho navigato a volo d’uccello. Evitando le bombe inesplose delle guerre novecentesche d’Indocina, francesi, ma soprattutto americane, a milioni, che ancora esplodono sotto la zappa d’un contadino che vuole il suo orto. Visitando i villaggi delle tante minoranze etniche che convivono sulle sue rive: hmong, kha, cham… isolati per strade di terra e in palafitte di legno o di bambù, che ancora sacrificano bufali agli antenati in cruenti riti preistorici. Con le donne che pestano riso nei mortai e i bimbi mocciosi che rincorron galline per l’aia fangosa con le magliette stracce.

E poi ho parlato coi sopravvissuti del genocidio cambogiano dei Khmer rossi di Pol Pot, che ha ucciso, spietato, due terzi dei suoi compatrioti per far tornare il suo Paese al medioevo dell’antico impero, fuori tempo massimo. O con le donne dei mercati, che friggon gamberetti o scarabei o tarantole, o ribollono zuppe di pesce o di rane. Ho parlato. Ho ascoltato. Ho sentito il cinguettio di milioni di uccelli e il ronzìo assordante delle città di milioni di persone. Ho boccheggiato al sole umido del tropico e sono quasi annegato nelle piogge del suo monsone di giugno. E in tutto il mio viaggiare, andare e ritornare, ho cercato l’odor di queste terre, ma quel profumo intenso si dilegua in fretta, se non si è prodighi di suggestione.

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Paolo Brovelli

Paolo Brovelli, viaggiatore, studioso di storia, geografia, geopolitica e di tutto quanto serva per comporre l'affresco del mondo in cui abbiamo il privilegio di vivere, da anni lavora per...