Sumo, combattimento sacro - Tucano Viaggi Skip to main content

In origine, era un’esibizione a beneficio degli dèi. Oggi, è un rituale in movimento, un teatro della forza e della disciplina, che mette in scena l’equilibrio tra corpo e spirito. È uno specchio della società giapponese, del suo legame con lo shintoismo, con il rispetto per la forma, il gesto, la sacralità del corpo e della competizione.

 

Testo di Amanda Ronzoni

 

Il sumo è una forma tradizionale di combattimento corpo a corpo, di origine giapponese, in cui due lottatori, detti rikishi (osumosan), si affrontano in un anello circolare (dohyō) con lo scopo di spingere l’avversario fuori dal ring o farlo cadere a terra. Sarebbe riduttivo considerare il sumo un semplice sport. Si tratta infatti di un’attività che fonde ritualità, tradizione, religione e identità nazionale, intrinsecamente legata alla cultura giapponese, in particolare al pensiero shintoista.

Le radici del sumo risalgono a tempi precedenti la storia scritta. Secondo il Kojiki, uno dei testi fondamentali della mitologia giapponese (VIII sec.), il primo combattimento di sumo avvenne tra due kami (divinità), Takemikazuchi e Takeminakata, che si affrontarono per assicurarsi il dominio sulle isole giapponesi. Questo mito consacra il sumo come rito sacro.

Evento popolare e urbano

In epoca antica, veniva praticato come parte di riti agrari, per propiziare i raccolti, invocare la pioggia e intrattenere le divinità. I primi riferimenti storici al sumo come evento regolare risalgono al periodo Nara (710–794), quando divenne uno spettacolo di corte, con incontri tenuti davanti all’imperatore.

Nel periodo Heian (794–1185), passò da rito sacro a forma più strutturata di intrattenimento, mentre nel XVI secolo, durante l’epoca Sengoku, si svilupparono forme di combattimento professionale, in occasione di eventi spesso legati alla raccolta fondi per i templi. Solo nel periodo Edo (1603–1868), il sumo assume la forma moderna. Le autorità shogunali permisero lo svolgimento pubblico degli incontri in cambio di una regolamentazione più severa. Si svilupparono le prime scuderie (heya), e nacque l’uso del dohyō, il ring in terra battuta che, oggi, rappresenta il centro del combattimento. In questa fase divenne un evento popolare e urbano, parte della cultura di massa giapponese.

Il sumo conserva molte caratteristiche sacrali e rituali derivanti dallo Shintoismo. In origine, si trattava di un’esibizione a beneficio degli dèi ai quali si chiedeva, in cambio, benedizioni, prosperità e fertilità. Come per le danze rituali, era un’occasione di incontro tra uomini e divinità: si offriva intrattenimento nella speranza che gli dèi, benevolmente, si dimostrassero ben disposti ad accogliere le preghiere della comunità.

Il ring, mondo simbolico

Ancora oggi, la complessa gestualità del combattimento richiama rituali di origine shintoista. In particolare, grande importanza ha la purificazione del ring con il sale prima del combattimento. I lottatori battono le mani (hakushu) per attirare l’attenzione degli dèi, esattamente come fanno i fedeli quando pregano durante i riti shintoisti, mentre il gesto di alzare le braccia per mostrare di non portare armi è espressione di trasparenza e rispetto. Il dohyō matsuri, la cerimonia che precede ogni torneo, in cui si seppelliscono oggetti sacri al centro del ring per consacrarlo, ne rivela la natura di spazio sacro e non di semplice spazio sportivo. La sua struttura richiama quella di un altare shintoista, con un tetto sospeso (tsuriyane) sopra il dohyō, simile a quello dei santuari. Il ring diventa dunque un mondo simbolico separato, dove si svolge il combattimento rituale. La sconfitta non è solo fisica, ma spirituale: una perdita dell’equilibrio interiore e della volontà.

I rikishi non sono semplici atleti, ma figure cariche di simbolismo. Il loro aspetto – capelli raccolti in una sorta di chignon, vestiti tradizionali, una fisicità fuori dal comune – una vita comunitaria regolata in maniera rigorosa, dalla dieta all’abbigliamento, agli allenamenti, tutto li rende simili a monaci laici. Le categorie di lottatori sono stabilite secondo una gerarchia precisa. Lo yokozuna, grado più alto, incarna la perfezione tecnica e morale. I lottatori che riescono a raggiungere questo status sono oggi delle vere star, con un seguito di ammiratori e soprattutto ammiratrici, paragonabile a quello dei calciatori nel nostro Paese. Quando uno yokozuna combatte, si esibisce prima in una danza rituale (dohyō iri) per purificare lo spazio della lotta e onorare i kami, sottolineando la sua vicinanza alle divinità.

Nel sumo, il corpo del lottatore non è solo un mezzo per vincere, ma è un veicolo di significati spirituali: il lottatore incarna il rito. Ogni gesto, ogni movimento dentro il dohyō ha una valenza rituale. Il corpo nudo (coperto solo da un mawashi, il cinturone) non è esibizione, ma trasparenza: mostra la vulnerabilità e la forza dell’essere umano in relazione al sacro, mentre l’assenza di armatura, abiti o protezioni rimanda alla concezione shintoista della purezza e della sincerità (makoto). Come nei rituali shintoisti, il corpo deve essere puro, visibile, disciplinato e in armonia con l’ambiente sacro del dohyō.

Il peso, vantaggio strategico

Il peso e la massa hanno qualità funzionali e simboliche. A differenza di molti sport, dove la velocità e la leggerezza sono essenziali, nel sumo il peso corporeo è un vantaggio strategico ma, soprattutto, un segno di eccezionalità e come tale vicino al sacro. Il corpo massiccio serve a resistere agli urti, a mantenere l’equilibrio, a dominare l’avversario con la sola presenza. I rikishi seguono diete caloriche e proteiche, per aumentare peso, ma anche forza e densità ossea. Il grasso non è visto come un difetto, ma come parte integrante della forza. Il corpo pesante diventa immagine di stabilità, dominio, centralità: il rikishi più forte è quello che non cade, che non si lascia spostare. I suoi movimenti, possenti, servono a scuotere il terreno, invitando la terra a essere fertile, spaventando e allontanando gli spiriti e gli influssi negativi.

Oggi il sumo è regolato dalla Nihon SumoKyokai, l’associazione giapponese che organizza tornei, assegna i ranghi e gestisce le “scuderie”. I tornei ufficiali (honbasho) sono sei all’anno e si tengono in città diverse. I lottatori vivono nelle heya (letteralmente “stanza”), sorta di confraternite dove si allenano, mangiano e vivono sotto la guida di un maestro (oyakata), spesso un ex campione. Si tratta di uno degli sport professionali più regolamentati al mondo, con codici di comportamento (che prescrivono anche il dress code e la condotta personale anche fuori dal ring) e una struttura gerarchica rigida.

Una serie su Netflix

Negli ultimi decenni, questa pratica ha conosciuto diversi momenti di crisi: dal calo dell’interesse giovanile, agli scandali (violenza nelle scuderie, scommesse illegali, bullismo e il razzismo nei confronti di lottatori stranieri), fino alle pressioni per modernizzare una struttura chiusa e maschilista.

In risposta, il sumo ha tentato di avviare una graduale apertura, accettando un crescente numero di lottatori stranieri (mongoli, europei, americani), alcuni dei quali sono diventati persino yokozuna (come Hakuho e Asashoryu). Parimenti, si è cercato di garantire una maggior trasparenza nella gestione delle scuderie, nel tentativo di riguadagnare una reputazione positiva e una maggior copertura mediatica, anche a livello internazionale.

Interessante spaccato sulla vita degli osumosan ce la dà la serie Sanctuary (2023), su piattaforma Netflix. Si tratta di un dramma sportivo, intriso di realismo sociale. Racconta la storia di un giovane ribelle che entra nel mondo del sumo non per vocazione, ma per soldi. Mostra il lato crudo e controverso di questa disciplina: un sistema rigido, gerarchie ferree, violenza fisica e psicologica. Ispirata a eventi reali e scandali interni al mondo del sumo, è una delle serie recenti più discusse e visivamente potenti. Altro spunto interessante arriva da Dosukoi Sukehira (2019), commedia melodrammatica, che narra le vicende di una ragazza ossessionata dalla bellezza fisica, che si reincarna in un corpo sovrappeso. Per accettare sé stessa decide di dedicarsi al sumo, sport da cui era attratta in passato. Intrigante la combinazione di elementi comici e riflessioni su identità corporea, genere e accettazione.

Il ruolo delle donne

Oggi resta aperto il dibattito sulla possibilità, per le donne, di praticare questa disciplina. Secondo la tradizione, le donne non possono salire sul dohyō, perché ritenute “impure” secondo la visione rituale dello Shintō (con particolare riferimento al ciclo mestruale). Questo divieto è oggetto di critiche crescenti, soprattutto in ambito internazionale e tra le nuove generazioni dei giapponesi. Esistono forme amatoriali e dilettantistiche di sumo femminile, ma non vi è ancora riconoscimento ufficiale a livello professionale.

Tra tradizione e modernità, il sumo oggi continua a essere non solo uno sport, ma un rituale in movimento, un teatro della forza e della disciplina, che mette in scena l’equilibrio tra corpo e spirito. È uno specchio della società giapponese, del suo legame con la tradizione, con lo shintoismo in particolare, con il rispetto per la forma, il gesto, la sacralità del corpo e della competizione.

Anche se il Giappone moderno è tecnologico e globalizzato, il sumo continua a essere un simbolo di identità nazionale, di appartenenza culturale e di continuità con il passato. Ogni torneo, ogni gesto sul ring, ogni passo del yokozuna è parte di un rito collettivo che collega presente e passato, rito e quotidianità, uomini e dèi.

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Amanda Ronzoni

Amanda Ronzoni è nata in Brianza nel 1972 e cresciuta in Liguria. Ha studiato a Cantù, Seregno e Venezia, a Kyoto e a Pechino. Ma cerca di imparare cose nuove anche osservando il prato davanti...