Tuareg, miti e realtà - Tucano Viaggi Skip to main content

La pista e la tana. Sono le due strategie utilizzate dai Tuareg per sopravvivere nel deserto.
Un popolo di nobili e di guerrieri, orgogliosi della loro pelle chiara, ma anche razzisti e predoni. Con tradizioni antiche, a volte crudeli. Come quella a cui si sottopongono le bambine, per diventare adulte prima del tempo e potersi sposare…

 

di Alberto Salza

 

«Il Sahara non si abita: lo si attraversa». A parlare è Saleh ag-Gahli, esimio carovaniere tuareg che porta il sale da Taoudenni a Timbouctou, in Mali. Tutti lo chiamano Amanar, la costellazione di Orione, punto di riferimento e guida nel deserto, che ti impedisce di perdere l’orientamento tra le basse dune dell’erg e le orride sassaie dell’hammada.
Per anni, con ogni mezzo, ho provato a seguire i metodi di Saleh per muovermi nel Sahara. Dall’Algeria al Niger e al Mali, i Tuareg si spostano continuamente, utilizzando due strategie: la pista e la tana. Il deserto può essere affrontato solo con il movimento o infrattandosi nei pochi luoghi dove si trova l’acqua: le oasi. Ho studiato il comportamento di una delle poche antilopi rimaste nel Sahara, la Gazella dorcas. Pur essendosi evolute quando il Sahara era una savana verde, le gazzelle mostrano una grandissima mobilità per la ricerca di acqua e cibo, in analogia con il nomadismo di chi cerca di vivere nel deserto. Inoltre, l’attività è limitata ai periodi freschi della giornata e incrementata nella stagione fredda (come avviene per le transumanze e l’azalai, la carovana del sale dei Tuareg). La gazzella conta su un folto mantello a estensione variabile e dal colore riflettente, proprio come l’ampia veste (che si può stringere o meno con laccioli in funzione della temperatura), tinta d’indaco brillante, che ha fatto dei Tuareg i cosiddetti “uomini blu”.
L’alternativa è la strategia della tana: ci si infratta creando un microclima alieno. Così fa il gerboa (Jaculus jaculus), un roditore di soli 40 grammi di peso, comune in Algeria e Niger. I suoi adattamenti sono tipici: è notturno; scava tane omeostatiche; è sensibilissimo ai pericoli; conserva i liquidi con reni specializzati; si riproduce rapidamente dopo i temporali (massima presenza di cibo e acqua).

Così è la vita nelle oasi e nelle città-porto dei Tuareg (Tamanrasset, Agadez, Djado, Bilma, Timbouctou, tra le altre). Qui gli uomini creano l’ombra e le case in terra cruda sono simili, come dicono i nomadi, “a caverne rovesciate, buie e fresche, buone per commercianti o discendenti di schiavi, i neri”. Oltre lo stereotipo europocentrico che vede i Tuareg come i “principi del deserto”, detesto da sempre il loro razzismo: gli appartenenti alle classi “nobili” (gli imúšay o “uomini liberi”) sono gli unici autorizzati a portare armi e possedere dromedari; tengono alla pelle bianca, derivata da un aplogruppo genico di origine iberica, tipico dei Berberi; tutti gli altri, i commercianti, gli artigiani (una casta endogamica) e, soprattutto, gli schiavi neri adibiti alla raccolte dell’acqua e alla coltivazione nelle oasi, sono da disprezzare. La protezione della pelle bianca ha portato all’uso del velo-turbante (taguelmust o litham) tra gli uomini, un telo di sei metri che, teoricamente, non possono togliersi in pubblico.

Tanta nobiltà non ha impedito ai Tuareg di essere volgari predoni. Le carovane che traversavano il Sahara venivano mafiosamente “protette” dai vari gruppi territoriali (kel) che incontravano sul percorso: la parola “razzia” ha origini berbere. Inoltre, oltre al lavoro coatto nelle oasi, gli uomini neri del sud fecero la fortuna dei Tuareg. Infatti, l’unica vera ricchezza del Sahara è sempre stato il sale, relitto di mari preistorici. Nel 1972 sono stato nell’Air nigerino durante la peggior carestia del secolo. I Tuareg mendicavano il sale, senza di cui si può morire di sete, con le acque demineralizzate del deserto. Può andare peggio nel Sahel (“la spiaggia”), l’ecosistema semi-umido a sud del Sahara: si calcola che da quelle parti un lavoratore agricolo abbia un fabbisogno giornaliero di 12-15 grammi di sale, localmente introvabile. Le “vere” carovane dei Tuareg non portavano seta o argento, ma sale per i tanto disprezzati “neri”. Ecco l’origine del successo di Fachi, nel Teneré nigerino, anche se ormai è un agglomerato di casupole semideserte e birilli di sale, ordinati come colonnine a sorreggere il cielo. Bilma, invece, è un palmeto, regno verde della seconda risorsa del deserto: i datteri. Originari dell’India, i datteri possono contenere il 63% di zuccheri (un etto può fornire 269 calorie), un po’ di proteine e niente grassi. Garantiscono un terzo della fibra di cui un uomo ha bisogno giornalmente. Contengono vitamina A, molte del gruppo B, potassio, ferro, sodio e calcio. Lo zucchero ne favorisce la conservazione; a ciò basta aggiungere il clima del deserto per avere una risorsa immarcescibile. “Un dattero ti deve durare tre giorni”, mi diceva Saleh circondato da balle di datteri a quintali. “Il primo giorno lecchi la buccia, il secondo mordi la polpa, il terzo succhi il nocciolo».

I Tuareg o, come preferiscono autodefinirsi, i Kel Tamasheq (quelli che parlano la “giusta lingua”) o Kel Taguelmust (“la gente velata”), sono circa 3.720 mila, su un territorio enorme; pur essendo islamizzati da tempo, sono matrilineari, facendo risalire l’intero gruppo a una mitica regina dell’Hoggar algerino, Tin Hinan, la cui supposta tomba è visibile ad Abalessa. Questo implica uno status per le donne unico nell’area: non portano il velo, sono depositarie delle arti e della poesia, oltre che dell’educazione dei figli. Hanno anche comportamenti liberi, senza esagerare, però…
In mezzo al Sahara, incontrai Shina, donna tuareg di bella età. La sua faccia sembrava la mappa dei fiumi secchi del deserto, con la pelle arida, erosa in mille spaccature. Narrava di tempi lontani: ”Bella è la puledra grassa che drizza il collo, bella è Amenna, bello il suo corpo. Alla gazzella s’addice l’eleganza; meglio s’addice ad Amenna la grazia opulenta”. Questo è il poema per una donna nobile, e il suo promesso sposo glielo cantava spesso. Così, per amore e per tradizione, Shina fu sottoposta all’adanay. Consunta dagli anni e dalle siccità, oggi di certo tutto pareva, meno che una cavalla grassa, l’epitome della bellezza tuareg. In età prepuberale aveva subìto la pratica dell’adanay, l’alimentazione intensiva a base di latte. Tre volte al giorno, lontano dai pasti, la ragazzina di allora era stata costretta a bere latte in grandi quantità, talvolta per mezzo di un recipiente munito di becco (aghalla) inserito in bocca. Se mancava il latte, si rimpinzava di pappa di miglio e acqua. “Avevo la nausea, ma alla fine ottenni proporzioni di donna matura. E potei sposarmi” disse, ricordando il menarca anticipato provocato dalla dieta, e la prematura consumazione del matrimonio. Shina era stata una sposa d’Africa, donna per cui nessun sacrificio è troppo grande, se paragonato al privilegio di divenire madre “legittima”.

I Tuareg son gente che si lava con la sabbia, anche per le abluzioni della preghiera: hanno ricevuto una speciale dispensa da Maometto. Dicono: “Chiedi pure il latte alla cammella, un figlio a tua moglie, ma l’acqua, quella chiedila a Dio”. È una sorta di religione della sete. Per questo, i Tuareg sono precisi nel denominare le acque di superficie, le poche che, stagionali o perenni, appaiono nel loro ambiente iperarido. Il termine ağuelman indica un bacino d’acqua naturale, permanente o temporaneo, di qualsiasi dimensione, lago, stagno o pozzanghera. Però tesâhaq è proprio solo una pozzanghera, mentre ağuel hok è una piccola depressione nel suolo, con acqua pluviale temporanea. Una cavità naturale a serbatoio, di qualsiasi dimensione, si chiama téwegh, mentre la parola tesaq (assai simile a “pozzanghera”) indica un grande bacino naturale d’acqua. Una cavità che diventi bacino d’acqua per molti mesi è detta anâhgh. Una cavità di raccolta nella roccia, invece, si chiama tawârdé. La più infima unità di raccolta idrica, una piccola cavità naturale a forma di catino, in grado di conservare l’acqua piovana anche solo per pochi giorni, pure essa ha un nome proprio: tağidda. Dopo c’è solo l’otre, la ghirba che, in arabo, significa “la pelle”, da cui il detto “lasciarci la ghirba”: morire.

Mentre facevo l’autostop verso il Niger, il camionista algerino mi disse: “Se il tuo cammello muore, tu muori. Quando siamo nel deserto, siamo nella merd…” La sapeva lunga, in quanto era un Tuareg che aveva abbandonato il dromedario per l’autocarro Gazelle della Berliet. Puntammo verso In Guezzam, Assamaka e Teguiddan Tessoum, laddove, secondo la mitica mappa Michelin 153 del 1970, avremmo trovato finalmente “acqua salina, pessima, molto poca, a 47 metri”. Che altro potevamo fare?

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Alberto Salza

Antropologo ricercatore free lance su temi evolutivi ed ecologici. Dal 1983 collabora con il Dipartimento di Scienze Biologiche, Antropologiche e Archeologiche dell’Università di Torino. Da...