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Viaggiando lungo le strade dell’Iraq, lo sguardo si perde in un paesaggio ondulato, dove l’orizzonte è punteggiato da colline di terra, morbide e silenziose. A un occhio distratto sembrano rilievi naturali, ma chi conosce la storia sa che quei monticoli sono tell, accumuli di secoli e millenni di vita umana

 

Testo di Angela Pavone

 

Ogni strato di un tell racchiude il ricordo di una città vissuta, distrutta e poi ricostruita: case di mattoni crudi disfatti dal tempo, frammenti di ceramica, ossa, oggetti quotidiani e tracce di fuoco.

I tell sono la topografia della memoria, il modo in cui la storia si sedimenta nella terra. Guardandoli dal finestrino, si percepisce la vertigine del tempo: ogni collina è un archivio invisibile che custodisce la nascita della civiltà. In Iraq, il paesaggio stesso è un palinsesto di esistenze sovrapposte, dove la natura e l’uomo si fondono in una continuità millenaria. È qui, tra questi rilievi discreti e carichi di passato, che la storia del mondo ha cominciato a scriversi.

L’Iraq, culla di alcune tra le più antiche civiltà della storia, conserva nei suoi strati di terra la memoria dell’evoluzione umana, dalla preistoria ai grandi imperi del Vicino Oriente. La Mesopotamia, la terra tra i due fiumi, Tigri ed Eufrate, è la regione dove si svilupparono le prime società sedentarie, l’agricoltura e la scrittura. La preistoria più antica si apre nella grotta di Shanidar, sui monti Zagros nell’odierno Kurdistan iracheno, dove i resti di Neandertaliani datati a oltre 60.000 anni fa suggeriscono pratiche funerarie complesse. L’ipotesi è quella di corpi deposti con fiori e pigmenti che indicano una forma di ritualità e coscienza della morte, tra le prime mai registrate.

Con il ritiro dei ghiacci e il miglioramento climatico, le comunità si stabilirono in insediamenti permanenti come quelli rinvenuti nei siti di Jarmo (nei monti Zagros del Kurdistan iracheno) e Tell Hassuna (poco più a sud di Mosul) nel mezzo della Mezzaluna Fertile. Qui, nacque la rivoluzione agricola, inizialmente “seccagna”, dunque basata sulle piogge, poi irrigua, grazie allo scavo di canali e argini lungo il Tigri e l’Eufrate e i loro affluenti. Nel Neolitico la produzione di ceramica indica l’avvio di una vera rivoluzione tecnologica: contenitori per conservare cibo e acqua, simbolo di una società ormai stabile.

Tra il IV e il III millennio a.C. la pianura alluvionale meridionale vide nascere le prime città-stato sumere: Uruk, Ur, Eridu, Lagash, Isin, Larsa e Nippur. Uruk, uno dei siti più imponenti, mostra ancora oggi i resti dei templi dedicati alle divinità mesopotamiche Inanna e ad Anu, costruiti in mattoni crudi e rivestiti da mosaici di coni d’argilla colorata. In questo contesto, nacque la scrittura cuneiforme, sviluppata per esigenze pratiche: amministrazione dei magazzini, contabilità dei templi e dei palazzi, contratti e registrazione di scambi commerciali. Le tavolette d’argilla incise con segni a forma di cuneo, fatte con stili a sezione triangolare, rappresentano uno dei massimi strumenti di organizzazione sociale mai concepiti.

Il dio Nanna

A Ur, celebre per la ziqqurat dedicata al dio Nanna, l’archeologia ha riportato in luce tombe reali con oggetti d’oro e lapislazzuli, testimoni di un’artigianalità raffinata e oggi conservati al British e al Penn Museum. Alcune ipotesi recenti collegano gli antichi Sumeri agli odierni abitanti delle paludi mesopotamiche. Esistono alcuni confronti etnografici interessanti, come ad esempio le loro case cerimoniali, i cosiddetti mudhif, fatte di canne intrecciate, che ritroviamo rappresentati su rilievi dei palazzi reali assiri e su sigilli cilindrici.

Nel III millennio a.C. gli Accadi, popolazione semita, guidati da Sargon di Akkad, unificarono la Mesopotamia sotto il primo impero della storia e da cui si svilupparono la civiltà assira nel nord e la civiltà babilonese nel centro-sud della Mesopotamia.

Il collasso delle civiltà del Tardo Bronzo, nella seconda metà del II millennio a.C., segnò il crollo simultaneo di grandi potenze tra Mediterraneo e Mesopotamia e la dissoluzione delle reti commerciali internazionali. Le cause furono complesse: catastrofi naturali, cambiamento climatico, siccità e crisi agricole, migrazioni e guerre dei “Popoli del Mare”, sommate a rivolte interne e al crollo dei sistemi economici centralizzati.

Negli scavi archeologici, il collasso si riconosce in strati di distruzione con ceneri, travi carbonizzate, ceramiche bruciate e punte di freccia, seguiti da livelli più poveri: abitazioni semplici, produzioni ceramiche grezze e assenza di beni di lusso. In Mesopotamia, il declino portò a una frammentazione del potere e alla riduzione dei centri urbani, ma anche alla nascita di nuove realtà che, nell’età del Ferro, avrebbero dato origine ai grandi imperi neo-assiro e neo-babilonese.

Le mura di Ninive

Nel periodo successivo, gli Assiri costruirono un dominio potente con capitali come Assur (nell’odierno sito di Qal’at Shirqat), Kalkhu (l’odierno sito di Nimrud), Dur-Sharrukin (l’odierno villaggio di Khorsabad) e Ninive (l’odierna città di Mosul). A Ninive, nonostante fosse vittima della furia distruttrice del sedicente califfato islamico dal 2014 al 2017, si possono ancora ammirare mura ricostruite e porte urbiche monumentali. I grandi palazzi reali un tempo erano protette da colossali lamassu, figure alate con corpo di toro e volto umano, simbolo di potere e protezione, ora conservati nei grandi musei occidentali e in parte nel museo archeologico di Baghdad. A Ninive, l’ISIS ha distrutto un patrimonio culturale immenso e la perdita è incalcolabile, a partire dalla devastazione del Museo delle Culture di Mosul e dagli scavi di tunnel sotterranei nei tell all’interno delle mura di Ninive, dove hanno rinvenuto molti oggetti, poi venduti sul mercato nero dell’antiquariato per autofinanziare la loro Jihad islamica.

Ma non tutto è perso. Durante il regno di Sennacherib, nel VII secolo a.C., l’impero raggiunse il massimo splendore: canali con rilievi che rappresentano il sovrano e divinità, e acquedotti costruiti con grossi blocchi di calcare con incisioni in cuneiforme vanno a formare un sistema idraulico sofisticato e lungo centinaia di chilometri, che andava ad irrigare la pianura di Ninive. Un vero e proprio capolavoro di ingegneria idraulica che si può ammirare nei siti archeologici del Kurdistan iracheno: Faida, Halamata, Khinnis e Jerwan.

Il nipote di Sennacherib, Assurbanipal, intellettuale e stratega, fondò la celebre biblioteca di Ninive, la più importante raccolta di testi del Vicino Oriente antico, ora conservati al British Museum. La caduta della città, nel 612 a.C., segnò la fine dell’impero neo-assiro.

Il testimone passò al regno neo-babilonese di Nabucodonosor II, che fece di Babilonia una metropoli di splendore leggendario. Oggi si possono visitare i resti della Porta di Ishtar, del palazzo reale e della via processionale.

La battaglia di Guagamela

Nel 539 a.C. la conquista persiana di Ciro il Grande introdusse l’Iraq all’impero achemenide, culminando due secoli dopo nella battaglia di Gaugamela nel 331 a.C., dove Alessandro Magno sconfisse Dario III. Le ricerche del sito di Gir-e Gomel, condotte dall’Università di Udine, gettano nuova luce su questo evento epocale.

Il periodo ellenistico vide la fondazione di città e santuari misti tra cultura greca e mesopotamica. Nel periodo partico e sasanide, tra il III secolo a.C. e il VII d.C., fiorirono siti come Hatra, regno arabo clientelare dei Parti, celebre per i templi in pietra e le decorazioni scultoree. Con la conquista araba del VII secolo iniziò la fase abbaside, in cui Baghdad divenne la capitale del sapere islamico. Gli edifici di Baghdad, Samarra e Ukhaidir testimoniano un’architettura raffinata, con stucchi decorativi geometrici e floreali di straordinaria eleganza.

L’invasione mongola del 1258 segnò una drammatica cesura, ma l’eredità artistica influenzò l’architettura successiva. In età ottomana, l’Iraq rimase un crocevia culturale, e siti come Baghdad vecchia e Mosul conservano ancora tracce di questa stratificazione storica.

Il XX e il XXI secolo hanno visto l’archeologia irachena soffrire per guerre, vandalismi e distruzioni, in particolare a causa dell’ISIS, che ha devastato siti come Ninive e Hatra. Tuttavia, progetti internazionali di recupero, restauro archeologico e conservazione del patrimonio culturale, insieme a progetti dedicati all’archeologia pubblica, ovvero quella del coinvolgimento delle comunità locali, stanno riportando l’archeologia tra le mani degli iracheni, promuovendo la tutela del patrimonio e la consapevolezza del suo valore universale.

L’Eden era qui

L’archeologia dell’Iraq non è solo una storia del passato, ma una testimonianza della capacità umana di costruire, innovare e rinascere. Dai Neandertaliani di Shanidar ai palazzi babilonesi, dai canali assiri alle cupole abbasidi, il suolo iracheno racconta un lungo dialogo tra uomo, ambiente e civiltà. L’Iraq è una terra dove nacquero le prime città e i primi miti, e non a caso i testi biblici la ricordano come la culla del mondo, perché era tra le acque del Tigri e dell’Eufrate che la Genesi colloca l’Eden, ed è da queste stesse terre che, secondo la tradizione biblica, proveniva Abramo, nato a Ur dei Caldei. Qui l’uomo, per la prima volta, cercò di dare ordine al caos, costruendo torri che sfidavano il cielo e tracciando segni che avrebbero dato voce al pensiero. In questo senso, l’Iraq non è soltanto un luogo geografico, ma una metafora della nostra origine, il punto in cui la storia, la fede e la memoria si intrecciano per raccontare l’inizio della nostra umanità condivisa.

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Angela Pavone

Angela Valeria Pavone è un’archeologa specializzata nel Vicino Oriente antico, con una particolare attenzione all’area mesopotamica. Si è laureata presso l’Università degli Studi di Udine e...