Universo curdo - Tucano Viaggi Skip to main content

Non riuscivo a dargli una forma, un volto preciso. Già il nome – Kurdistan – sembrava appartenere a una geografia dell’immaginazione, più che a una terra reale…

 

Testo di Fausta Filbier

 

Avevo letto storie, guardato film, sfogliato fotografie, ma nulla mi aveva preparato a ciò che avrei incontrato. Le città moderne, i grattacieli che catturano la luce, i caffè pieni di voci giovani, di ragazzi e ragazze seduti fianco a fianco. Nel Kurdistan iracheno tutto mi ha colto di sorpresa. A cominciare dalla sua capitale, Erbil. Mi è apparsa al mattino, quando la luce inizia a brillare e la città sembra trattenere il respiro. Le strade si svegliavano lentamente, tra il rombo dei motori e il profumo del tè che usciva dai bar già aperti. Al centro, la Cittadella vegliava da secoli, una massa di terra e memoria sospesa sopra il presente, mentre tutt’intorno il vetro e l’acciaio raccontavano un tempo nuovo, impaziente. In quel contrasto – tra l’antico e il futuro, tra ciò che resiste e ciò che cresce – ho capito che il Kurdistan iracheno non era solo un luogo, ma una tensione continua, un dialogo mai risolto tra passato e desiderio.

Mi è bastato salire sulla Cittadella per capire che qui, la modernità è solo l’ultimo strato di una storia millenaria, che non si è mai interrotta. Patrimonio Unesco, sorge su una collina artificiale, alta circa 30 metri, che copre una superficie di circa 60 ettari. Le sue dimensioni, relativamente contenute, racchiudono però una stratificazione storica unica al mondo, che ne fa la più antica città conosciuta, abitata ininterrottamente. Qui, sono custoditi oltre seimila anni di storia. Anticamente chiamata Arbela, non ha un fondatore identificabile: nacque come insediamento preistorico già nel V millennio a.C., probabilmente durante il periodo di Uruk, crescendo poi, fino a diventare una città importante dell’area mesopotamica. Fu però sotto gli Assiri, che Arbela assunse un ruolo centrale, diventando un importante centro religioso e politico. Nel corso dei millenni, fu abitata e governata da numerosi popoli e imperi: Sumeri, Accadi, Assiri, Medi, Persiani achemenidi, Greci seleucidi, Parti, Sasanidi, quindi Arabi, Mongoli, Ottomani e, fino a oggi, dalle comunità curde. Dal 2007, è oggetto di un importante restauro, che mira a preservarne l’identità millenaria, restituendo valore alle case, alle mura, alla memoria.

Erbil cresce, ed è cresciuta, intorno alla Cittadella come un pensiero antico, che non ha mai smesso di fluire. Da lassù, il Kurdistan iracheno appare per ciò che è sempre stato: una terra di passaggio, che ha imparato a resistere restando ferma. I curdi ripetono spesso che non hanno amici se non le montagne. Basta guardare l’orizzonte di Erbil per capirne il senso profondo: le montagne – dicono – non tradiscono, non promettono, non fuggono.

Un popolo senza Stato

I curdi vivono in un paradosso antico: popolo senza Stato, ma profondamente radicato. La loro identità non nasce da confini tracciati sulle mappe o da istituzioni centralizzate, ma da una trama più resistente, fatta di lingua, territorio e memoria condivisa. In questo angolo di Medio Oriente, l’intero popolo curdo condivide uno stesso destino. Sono tra i trentacinque e i quaranta milioni, sparsi su una terra storica chiamata Kurdistan, divisi da frontiere che non hanno scelto. La maggioranza è musulmana sunnita, ma convivono anche altre fedi, come lo yazidismo. Non sono arabi, né turchi, né persiani: sono un popolo indoeuropeo con lingua, cultura e un senso di appartenenza che resiste alle fratture della storia.

La loro condizione è figlia del Novecento: confini tracciati dopo il crollo degli imperi hanno spezzato territori abitati da secoli dalle stesse comunità. Oggi, la maggior parte dei curdi vive in Turchia (tra i quindici e i venti milioni); seguono Iraq e Iran, con circa sette milioni ciascuno, la Siria, due o tre milioni, l’Armenia con alcune migliaia, cui si aggiunge una diaspora diffusa, soprattutto in Europa, con la Germania come principale centro. Nonostante il loro numero, e il cruciale impegno nella guerra contro l’ISIS al fianco delle forze internazionali – in particolare, nella battaglia per la liberazione di città come Kobane e Mosul – non hanno mai ottenuto uno Stato nazionale. Per questo, sono considerati il più grande popolo apolide del mondo. Una storia, quella curda, segnata da tentativi di autonomia, speranze di riconoscimento, tradimenti e repressioni ripetute sotto governi diversi. Eppure, pur condividendo lingua e cultura, non sono un corpo unico. Rivalità antiche, leadership frammentate e l’assenza di un progetto politico comune hanno prodotto una realtà discontinua: un popolo unito dal passato, ma disperso nel presente, in attesa di una forma che ancora non ha trovato.

Il Kurdistan iracheno

In Iraq, dal 1991 il Kurdistan, regione a maggioranza curda con città come Erbil, centro politico-amministrativo, Duhok e Sulaymaniyah, sembra vivere in una sospensione della storia. Autonomo nei fatti, riconosciuto solo con la Costituzione del 2005, ha un parlamento, un governo regionale e un proprio esercito, i peshmerga, “coloro che affrontano la morte”: un nome che è già una dichiarazione di destino. Ma l’autonomia non coincide con la sovranità. È uno spazio conquistato, non definitivo. I rapporti con Baghdad restano infatti un confronto costante, spesso teso, che ruota intorno a ciò che decide il futuro: risorse, bilancio, petrolio. Sotto questa terra scorrono ricchezze che promettono indipendenza. Per anni, il Kurdistan iracheno ha cercato una propria via economica, firmando accordi diretti con compagnie straniere, attirando investimenti, trasformando Erbil in una città verticale e ambiziosa. Una crescita reale, ma fragile. L’economia resta esposta: dipendente dagli idrocarburi, da un settore pubblico che assorbe occupazione e consenso, dalle decisioni prese altrove. I ritardi nei trasferimenti finanziari da Baghdad si riflettono su stipendi sospesi, servizi che vacillano, fiducia che si consuma lentamente. Dietro le facciate di vetro, l’equilibrio è più instabile di quanto appaia.

L’importanza dei clan

E poi c’è la memoria. Che non è un capitolo chiuso. È una presenza silenziosa, che pesa più delle parole. Le violenze del Novecento, le campagne di repressione, gli sfollamenti forzati non sono materia di celebrazione, ma continuano a vivere nella diffidenza verso il potere centrale, nell’attenzione ossessiva alla sicurezza, nella forza dell’identificazione collettiva. Da questo passato nasce anche una prudenza politica imparata sul campo. Il referendum a favore dell’indipendenza del 2017, vinto a larga maggioranza, si è rivelato una sconfitta strategica: non è stato riconosciuto come vincolante né dalle autorità irachene, né dalla comunità internazionale. Baghdad ne è uscita rafforzata, le ambizioni indipendentiste ridimensionate. Da allora, la linea sembra cambiata: consolidare ciò che esiste, piuttosto che forzare ciò che manca.

Perché qui, prima della nazione, dei partiti e delle bandiere, c’era la tribù, l’ashiret: non folklore, ma una vera grammatica sociale, che per secoli ha regolato protezione, giustizia, alleanze, sopravvivenza. I clan – Barzani, Herki, Surchi, Dizai, tra i più noti – custodiscono storie di migrazioni, fedeltà tramandate e fratture mai del tutto ricomposte. L’agha, lo sheikh – guida politica, giudice, mediatore – conservano oggi un potere meno visibile, ma non scomparso: continuano a influenzare voti, relazioni economiche, modalità di risoluzione dei conflitti locali e famigliari.

Cercavo di capire la complessità di questo popolo, di questo Paese, e ne parlavo in un caffè, proprio nella piazza principale di Erbil, con Saman Kareem, architetto specializzato in restauro e conservazione di beni storici e culturali, nonché appassionato musicista. Con una grande ardore negli occhi, mi parlava del futuro dei giovani curdi, in una società in cui gli under 35 rappresentano circa la metà della popolazione. “Ci sentiamo cittadini di realtà in espansione, più che membri di una tribù”, mi diceva, “guardiamo ai grattacieli, non alle genealogie”. Mi spiegava come, molti, cerchino di prendere le distanze dalle regole rigide del sistema tribale, a volte persino di ribellarsi, ma raramente riescano a spezzarle davvero. Parlando delle donne, mi spiegava come fossero in prima linea in questa tensione: più presenti nello spazio pubblico, più istruite, più visibili. “Ma restano comunque confinate nel perimetro del clan e della famiglia,” aggiungeva. “Più libere, sì, ma fino a un certo punto.”

Qui, la modernità non ha cancellato le strutture tradizionali: le ha assorbite, intrecciate, rendendole opache, come se il passato continuasse a parlare, anche quando sembra tacere.

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Fausta Filbier

Fausta Filbier, nata a Roma, con radici che si intrecciano tra le montagne del Tirolo, le coste bretoni e il sole di Napoli, porta nel cuore un mosaico di terre e culture. Cresciuta a Trento, ha...