Eccolo, finalmente, è lui. È l’Oxos dei greci e l’Oxus dei latini, il Fiume-Mare, in farsi, il Jaihun degli arabi medievali. Sì, è proprio lui, l’Amu Darya, frontiera di imperi, confine di nazioni, giardino di deserti.
Testo di Paolo Brovelli
L’Amu Darya è uno squarcio, una Grande Muraglia d’acqua in mezzo al continente, cui si abbeveravano mondi antagonisti. Uno aperto a sud, sul Golfo Persico e il Mediterraneo, l’altro volto a settentrione, sulla sconfinata steppa eurasiatica. In età antica, all’epoca in cui in Occidente fioriva la civiltà ellenica e poi latina, per secoli sono stati due facce della stessa medaglia, due volti del mondo iranico, della civiltà degli arii, l’Iran e il Turan, la cultura persiana di qua e le sue propaggini di là, più o meno autonome e capaci di culture proprie.
Poi, verso il VI secolo, arrivarono i turchi. Calarono da nord, dal massiccio dell’Altaj, e le terre oltre il fiume, la Transoxiana degli antichi, il Mawarannahr degli arabi, cominciarono a trasformarsi. Le antiche lingue indoeuropee, che avevano accompagnato la civiltà iranica e i suoi mercanti, sogdiani o tocari, per tutta l’Asia centrale, fino a oltre il deserto del Gobi, scomparvero per sempre. Così come presero la via dell’oblio genti temute e rispettate da millenni, popoli d’origine ariana (ossia iranica, nella sua accezione originaria!) che avevano scorrazzato per l’Eurasia mediana, creando vasti imperi nomadi, come gli sciti, i sarmati, i saka (o saci), i massageti. Gli occhi degli abitanti si fecero più lunghi, i visi più larghi e il fiume continuava a scorrere. E ora sì, che le due rive erano davvero diverse.
Ciro, Alessandro, Kengis Khan e Tamerlano
Una frontiera così importante rappresenta una specie di porta proibita, che cela chissà quali tesori. È un limite invalicabile, un guanto di sfida, che ogni conquistatore ha dovuto raccogliere per dirsi grande. Un Rubicone, oltre il quale è negato il permesso di condurre gli eserciti, sia in un senso che nell’altro. Pochi e immortali sono stati coloro che hanno osato: Ciro il Grande di Persia, Alessandro il Macedone, gli arabi di Qutayba Ibn Muslim, Toghrul Beg e i suoi selgiuchidi, Gengis Khan, Tamerlano…
E qui mi trovo anch’io, oggi, a ricalcare le onorevoli orme di cotanti predecessori. Nano avvinghiato alle spalle di giganti, novello Ulisse per non viver come bruto, su questo ponte di cemento, quassù, nella grande oasi di Corasmia, dove le steppe e i deserti s’incontrano e danno tregua alla sete, varco le colonne d’Ercole d’Oriente, spalanco la porta del regno delle tenebre, alla ricerca di virtute e conoscenza. A me, però, uomo del Duemila, quelli che nella mente dei nostri viaggiatori ed eruditi d’altri tempi erano luoghi oscuri e pieni di triboli, non sono mai sembrati tali. Quelle tenebre, ora, non sono che un altro aspetto del preclaro nostro Pianeta, invece, che attende d’essere esplorato. E tanto interessante, quanto remoto, se non fisicamente (che in cinque ore di volo dall’Italia ci si arriva!), almeno per cultura.
Una corsa lunga 2.650 chilometri
Non sono molto lontano dalla foce, che un tempo era un delta di miriadi di rivoli, stagni e meandri, che poco più a nord si riversavano nel lago d’Aral. La fine di una corsa di 2.650 chilometri, cominciata a oltre 4.000 metri d’altezza, tra le plaghe grigie e ghiacciate del Bam-i-dunya, il Tetto del mondo, il Pamir tagiko, che gli dà il suo nome in quei suoi primi passi, quando gorgoglia tra le yurte e i radi villaggi bianchi e silenti degli allevatori di cavalli kirgizi. Da lì, caracolla giù per le aspre vallate dell’Hindukush, nel cuore dell’antica Battriana, nell’Afghanistan settentrionale, prendendo il nome di Panj e segnando, per molti chilometri. il confine tra questo e il Tagikistan – e per decenni il limite invalicabile dell’Unione Sovietica – lungo quella che, in altri periodi della storia, fu una tratta importante della Via della seta, tra resti millenari di antiche culture… Dallo zoroastrismo, originaria religione di tutta l’Asia centrale iranica, al buddhismo, che per questa via penetrò dall’India fino a qui, fino a Bamiyan, nel II-III secolo, e a quel monastero nella falesia sulla quale, fino alla distruzione talebana del 1996, erano scolpite le due famose, ciclopiche, statue del Buddha. Poi, scende dai monti, e diventa Amu Darya… confine afghano-uzbeko, fino alle esauste regioni del bassopiano, dove mollemente scivola tra i campi di cotone lungo la frontiera tra Turkmenistan e Uzbekistan.
La lunga agonia del lago d’Aral
Ora, in questa stagione estiva, qui vicino a Urganc, questo un tempo temibile fiume è ridotto a una serie di rigagnoli fangosi. E metton tristezza, perché il pensiero non può che andare alle distese salate costellate di relitti di vecchi pescherecci arrugginiti che, ancora fino a una cinquantina di anni fa, erano il lago d’Aral, uno degli ultimi residui d’un oceano che occupava tutta la parte centrale d’Eurasia, e che ora sono ridotte a un paio di stagni, tra la Repubblica autonoma dei Karakalpaki, uzbeka, e il Kazakhistan.
I sovietici lo sapevano dagli Anni Cinquanta del Novecento, che sarebbe andata così. Da quando decisero che quella zona dell’Asia centrale avrebbe dovuto produrre cotone per tutta l’Unione, utilizzando, per placare la sua enorme sete, soltanto le acque dell’Amu Darya. L’oro bianco, lo chiamavano. E allora cominciarono a trarne canali, per rinverdire l’inesorabile deserto che circonda il Fiume-Mare: il Kyzylkum, sulla sponda destra, e il Karakum, su quella sinistra. Proprio questa, nel 1954, vide l’inizio della costruzione del canale omonimo, un’opera idraulica lunga più di 1.300 chilometri, tutti in Turkmenistan, che storna gran parte dell’Amu Darya per portare vita (e cotone) dove c’erano solo sabbia e sassi, fino a sfociare nel Mar Caspio. Strada e unione, barriera e separazione, fonte di vita e causa di morte: questo il destino dei fiumi, e anche dell’Amu Darya, il cui corso, negli anni, ho seguito a monte e a valle per impararne le sponde e le genti, per lasciare che la suggestione mi portasse a sorvolare quei luoghi che per me son stati, per anni, del mito e ora, dopo mille libri, mille strette di mano, mille sorrisi scambiati, son diventati miei.



