Ballo in maschera - Tucano Viaggi Skip to main content

Il momento fatale è giunto. Come ogni anno, alla fine della lunga stagione secca, il mondo rischia di dissolversi, scomparendo nella calura e nella luce abbagliante che avvolge ogni cosa. È allora che appare la prima maschera

 

Testo di Paolo Novaresio

 

Ha abbandonato il regno della boscaglia, per venire tra gli Uomini, per aiutarli a ricostruire l’armonia tra sole, terra e acqua, instaurata all’inizio dei tempi dal Creatore Supremo. Sotto il costume di foglie intrecciate, tenute insieme da un groviglio di corde e legacci, non c’è un uomo ma un dio. Un dio senza volto, che incede a passo di danza, seguendo un percorso che solo lui conosce. Altre maschere appaiono sulla scena: alcune confezionate in corteccia e fibre vegetali, altre scolpite nel legno, a raffigurare le insegne dei differenti clan e soprattutto gli animali della boscaglia, veri e propri geni tutelari incaricati di proteggere il villaggio da disgrazie e calamità. 

Per noi occidentali, cinici e disincantati, questa pantomima non è altro che un’esibizione pittoresca, una festa bella da vedere e fotografare, ma nulla di più. Per gli agricoltori Bwa, uno dei tanti gruppi etnici del Burkina Faso, è tutta un’altra storia: l’apparizione delle maschere è una faccenda terribilmente seria, che implica il contatto col mondo del soprannaturale, necessario per ricreare l’ordine sociale, perennemente minacciato dal caos primordiale. 

Tutte le feste africane rispondono a questa necessità. Che l’obiettivo sia propiziare un buon raccolto, segnare il passaggio da un’età all’altra o semplicemente negoziare la benevolenza degli dèi e degli spiriti, non ha importanza. A volte le cosiddette “feste” seguono puntualmente tradizioni ancestrali, come tra i Krobo del Ghana, che durante il Festival del Miglio rendono omaggio agli antenati con danze sfrenate e grandi libagioni, le donne sontuosamente abbigliate con decine di fili di perle di vetro colorate. O come nell’occasione dell’Akwasidae, cerimonia complessa e sfarzosa in cui gli Ashanti (sempre in Ghana) celebrano la potenza e la grandezza del proprio re, simbolo di unità e identità etnica. E che dire dei riti vodu, uno dei culti più antichi del mondo, dove si danza sul sottile e friabile confine tra la vita e la morte? Magia nera, feticci, morti-viventi? Forse, ma anche una religione basata su una spiritualità profonda e la ricerca della purezza. Funzione prettamente sociale hanno invece i riti di iniziazione dei Bassari del Senegal, che sanciscono il passaggio dei ragazzi all’età adulta, con una serie di cerimoniali che culminano in grandi sfilate di danzatori e combattimenti tra gli iniziati e le maschere. La lotta è feroce, senza esclusione di colpi, ma non importa chi vinca o chi perda: da quel momento l’iniziato sarà un uomo a tutti gli effetti, assumerà un nuovo nome e diventerà automaticamente garante dell’ordine tribale. In altri casi, come nello spettacolare Carnevale celebrato ogni anno in Guinea Bissau, alla tradizione si affianca la modernità. Così, le feste carnevalesche, di origine europea, diventano un palcoscenico per mettere in mostra antiche sapienze e costumi sciamanici. Si balla come a Rio de Janeiro, ma al ritmo ossessivo dei tam-tam, tra orde di guerrieri armati di arco e frecce, maschere tribali e costumi di cartapesta, in un tripudio di allegro e consapevole sincretismo culturale. 

Ovunque e comunque, è nella festa che l’Africa esprime pienamente il suo spirito. è nella dimensione parallela della cerimonia, che si gioca la vera partita, celata da un complesso sistema di segni e apparenze. La festa è la vita vera. Tutto il resto, la vita quotidiana, il lavoro, i rapporti sociali e personali, non sono che riflessi in uno specchio: realtà virtuale, o se preferite, una sorta di second life in versione africana. In quest’ottica rovesciata i misteri dell’esistenza umana e dell’ultraterreno, ridotti a simboli, diventano finalmente manifesti e comprensibili a tutti. 

E non preoccupiamoci troppo di stabilire se la festa sia “autentica” oppure un semplice etno show, montato ad arte sul momento per soddisfare il turista occidentale con la sua macchina fotografica ruba-anime. Fateci caso: nelle feste africane difficilmente troverete tracce di impostura o presunta volgarità. Semplicemente, in Africa, la festa è un teatro totale, in cui pubblico e maschere-attori interagiscono direttamente tra loro. Sia al carnevale di Bissau, che tra i Bassari del Senegal o nelle sfilate di maschere in Burkina Faso, la gente si diverte, con l’estrema serietà e dedizione che si dedica al gioco. E il dio di turno, dal suo trono di nuvole, non può che approvare. Un popolo felice è un lusso che pochi, siano uomini o dèi, possono oggi permettersi. 

 

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Paolo Novaresio

Laureato in Storia Contemporanea, a partire dal 1975 ha viaggiato a tempo pieno in Africa visitando alcune tra le zone più remote del Continente e occupandosi dell’organizzazione di numerose...