Lhasa, la “dimora degli dèi” - Tucano Viaggi Skip to main content

I tetti d’oro luccicavano sempre più vivi. Ora si vedono le pareti bianche dei monasteri. Si scorgono le mura che limitano la città e galoppano sulle creste, come la Muraglia della Cina. Infine, si sentono, portate dal vento, le voci profonde delle trombe lunghissime suonate nei monasteri…

 

Testo di Piero Verni

 

 

Oltre le grandi cime dell’Himalaya che coronano la valle di Katmandu, si trova il Tibet uno sterminato altopiano grande quasi quanto l’Europa che separa e nel medesimo tempo collega le steppe mongole alle pianure indiane. Chiamato popolarmente Paese delle Nevi o Tetto del Mondo – si trova infatti ad una altitudine media di oltre tremila metri – è stato nel corso della sua storia millenaria un immenso crocevia di razze, culture, religioni, etnie e civiltà. Questo autentico Cuore dell’Asia è rimasto indipendente fino alla metà del secolo scorso, ma dal 1951 è entrato a far parte della Repubblica Popolare Cinese. Lhasa, la Dimora degli Dei, capitale del Paese delle Nevi è il cuore e l’anima del Tibet che ancora oggi si identifica con essa. Sino all’inizio degli Anni Cinquanta era una piccola città medievale, nelle cui vicinanze sorgevano i tre più grandi monasteri tibetani, e con una popolazione che superava di poco le ventimila unità.  

Oggi è una metropoli asiatica, dove il vecchio quartiere tibetano è poca cosa rispetto alla miriade di costruzioni moderne e grattacieli costruiti dall’occupante cinese che, per altro, oggi è notevolmente maggioritario rispetto alla popolazione autoctona. Eppure, nonostante tutto, continua ad essere il luogo più sacro agli occhi degli abitanti del Paese delle Nevi che continuano a venire in pellegrinaggio a Lhasa per visitare i suoi luoghi santi. Il più importante è l’antica residenza dei Dalai Lama, il Potala, che domina la valle di Lhasa con il suo imponente edificio – ben tredici piani e 117 metri di altezza – che svetta sulla città e lo si può vedere da decine di chilometri. Il Potala era, e continua ad essere, il simbolo del Tibet. Questo palazzo viene giustamente considerato uno dei tesori più preziosi dell’intera architettura dell’Asia. È talmente sconfinato che nessuno conosce con esattezza il numero delle sue stanze. Fino al 1959 oltre alle residenze dei Dalai Lama ospitava un monastero, decine di cappelle, e gli uffici governativi. Era l’anima del Tibet e il punto di riferimento religioso, sociale e culturale dell’intero Tetto del Mondo. Adesso, nelle mutate condizioni politiche del Tibet contemporaneo, la situazione è ovviamente diversa. Il Potala continua ad essere per i pellegrini un luogo da venerare ma per le centinaia di turisti che lo visitano ogni giorno, specie per quelli cinesi, è solo un museo, sia pure enorme, ricco di storia e pieno di tesori artistici. Il Jokang, la cattedrale più importante di Lhasa fatta costruire dal re Songtsen Gampo nel 7° secolo è il centro attorno a cui pulsa il cuore spirituale della città. In questo superbo complesso religioso si trovano tutti gli splendori, le eleganze e le opulente ricchezze dell’arte del Paese delle Nevi. Lunghe file di pellegrini passano davanti alle statue dei Buddha, di Tzongkhapa, di Padmasambhava, di Avalokitesvara, del Buddha della Medicina e di tante altre divinità e santi buddhisti. Si fermano per un istante in raccoglimento, le mani giunte e gli occhi socchiusi, depongono sugli altari le loro offerte – quasi sempre lumini colmi di burro fuso al cui interno arde uno stoppino – e proseguono alla volta del prossimo altare e della prossima offerta. 

A circa quattro chilometri dal centro di Lhasa si trova il Norbu Linka, il Parco del Gioiello. Fatto costruire nel diciottesimo secolo da Jampel Gyatso, l’ottavo Dalai Lama, questo insieme di palazzi e cappelle fungeva da residenza estiva dei sovrani spirituali e temporali del Tibet che in primavera erano soliti lasciare il Potala per trasferirsi al Parco del Gioiello seguiti da una imponente processione. I palazzi principali del complesso del Norbu Linka sono quelli fatti costruire dall’ottavo, tredicesimo e quattordicesimo Dalai Lama e proprio la residenza di quest’ultimo (Tagtu Migyur Podrang) è oggi stata trasformata in un interessante museo. 

 

Anche se non sono mancati in Tibet casi di maestri laici che hanno creato centri spirituali e trasmesso l’insegnamento attraverso canali extra-monastici, è nel monastero che il Buddhismo tibetano ha individuato la sede più adatta per preservarsi e svilupparsi. Da quelli più piccoli alle vere e proprie città monastiche dove vivevano migliaia di monaci, i monasteri (gompa) hanno rappresentato il cuore della civiltà tibeto-himalayana. Il gompa è stato, ed ancora continua ad esserlo dove le condizioni politiche lo consentono, il più “alto” punto di riferimento delle popolazioni di tradizione buddhista. In un mondo così profondamente segnato dalla presenza del sacro, il monastero svolge la funzione di luogo religioso per eccellenza. Al suo interno si celebrano, nel nome dell’intera comunità, i rituali e le complesse liturgie i cui effetti non saranno di beneficio solo per gli officianti ma per l’intero corpo sociale. Prima dell’invasione cinese si contavano in Tibet centinaia di monasteri la quasi totalità dei quali è stata distrutta nel decennio allucinato della cosiddetta Rivoluzione Culturale. Dai primi anni ’80 dello scorso secolo è stato consentito ai tibetani di iniziare a ricostruire i loro monasteri e oggi, almeno i principali, sono tornati di nuovo a vivere. 

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Piero Verni

Piero Verni, giornalista, scrittore, documentarista, è un profondo conoscitore della civiltà tibetana e delle culture indo-himalayane, a cui ha dedicato numerosi reportages, libri e documentari. È...