Caral, la prima civiltà d’America - Tucano Viaggi Skip to main content

Circa duecento chilometri a nord di Lima, più di cinquemila anni fa, venne fondata Caral. Una civiltà che ha creato architetture monumentali, reti commerciali, e sviluppato conoscenze matematiche e astronomiche. Più di duemila anni prima dei Maya…

 

Testo di Paolo Brovelli

 

Eccomi qui, dopo cinquemila anni, su questo suolo spoglio, questo promontorio di sabbia dura che guarda la valle piena di campi di mais, di avocado, di yucca, cibo ancestrale d’America.
È un luogo come tanti, lungo la costa del Perù centrale, il Norte Chico, assetata della pioggia che non cade mai, fosca della nebbia che ora svanisce al sole affannato, ora si fa garua di gocce che aleggiano sottili come vapore, che ti sembra di veder pesci che entrano dalle porte per uscir dalle finestre. E quando c’è vento, poi, tutto si fa polvere, e spazza queste rovine che traboccano storia.

Nell’America antica, poche son le scritture, e non sono qui. E non sono antiche come il mondo come lo son queste piramidi tronche di pietre vulcaniche, queste enigmatiche arene, cerchi perfetti seminterrati davanti ai templi a scaloni della primigenia civiltà agricola del continente, quando al di là dei mari fiorivano quelle d’Egitto e di Mesopotamia, dell’Indo e del Fiume Giallo.

Musica di flauti per gli déi

Tremila anni prima di Cristo, qui a Caral suonavano musica di flauti a chissà quali dèi, scambiavano merci con la selva, oltre le Ande, e si proteggevano dai terremoti ponendo fondamenta di pietre avvolte in sacchi di rete, per ammortizzar le scosse. Le chiaman shicras, in quechua, la lingua degli antichi incas che ora è lingua ufficiale del Perù, e non solo, insieme allo spagnolo. Tutto ciò che è preispanico, da queste parti, viene battezzato con parole quechua.

Dino, la guida

Dino fa la guida qui da quando hanno aperto il sito, nel 2001. Dal 1994, quando cominciarono gli scavi seri, quelli che determinarono l’unicità della scoperta (già realizzata nei primi decenni del Novecento), ha lavorato fianco a fianco con gli archeologi, così è un po’ archeologo anche lui. Bruciato dal sole e dal vento, indossa un copricapo che lo protegge tutto, per non soccombere a questo clima secco, che taglia la pelle.

“Tutto il giorno qui, capirai che è dura in questo deserto,” dice mentre passeggiamo tra le rovine, tra il silenzio e il calpestìo dei sassolini sotto i sandali. “Peccato che ci vengano in pochi. Gli storici, nel mondo, non hanno ancora aggiornato i calendari, anche se sono anni che siamo Patrimonio Unesco. Hai visto che pista sconnessa, per arrivare qui?”

Il quipu, sistema per annotare

Sono poco meno di duecento chilometri da Lima, la capitale, ma ci vogliono quattro ore o più, per arrivarci. Anche per questo, forse, non è nei circuiti turistici. Eppure, dice, “hanno trovato dei corpi, delle mummie, e poi addirittura un quipu. Lo sai cos’è un quipu?” Mi chiede vedendomi straniero. E senza aspettar risposta: “Era un sistema per annotare, contare, inventariare, censire. Erano cordicelle di lana o cotone sulle quali erano registrate, con piccoli nodi messi ad arte, tutte le risorse dell’impero inca, uomini, nascite e morti, ricchezze, derrate, tasse e tributi. La nostra scrittura, insomma.” Poi conclude: “Gli incas non hanno inventato proprio un bel niente!”.

Anche se per gli sguardi da lontano gli incas erano l’Impero delle Ande – e in effetti furono uno degli imperi più estesi della storia – non erano che l’ultimo, la punta d’un iceberg di civiltà che ha cominciato a formarsi qui, sulle rive del fiume Supe, dove si contano venticinque centri abitati, dalla montagna fino al mare, che facevano capo proprio a questo, a parer degli archeologi il più importante, la capitale, se così si può chiamare.

Avocado, patate e peperoni

Qui, la chiamano la Ciudad Sagrada, la Città Sacra. In realtà, pare che tutti i centri ospitassero autorità civili e religiose. Una società stratificata, con governanti, sacerdoti, e il popolo, che conosceva già il mais, l’avocado, la patata, il peperone… scavava terrazze e canali, coltivava e tesseva cotone di vari colori, con cui produceva vesti e anche le reti per pescare, fabbricava utensili di osso, pietra, legno, conchiglia… ma senza saper di ceramica. Per questo, calcolavano il tempo, i solstizi e gli equinozi, per la semina e i raccolti, le cerimonie e i rituali in cui il popolo tutto rendeva grazie agli dèi bruciando offerte di pesci, molluschi e altro su altari di fuoco sacro. E anche le ore del giorno, con una sorta di meridiana.

Altri, sono i centri associati a questa stessa civiltà, nelle valli dei fiumi vicini, Huaura, Pativilca e Fortaleza, e non può essere altrimenti, date le evidenze di contatti commerciali lungo la costa, su zattere, fino all’Equador e al Cile, e lungo i fiumi e oltre le Ande.

Non si sa molto, questo è certo, e quel che si sa è incerto. Le ipotesi (e le prove), però, bastano per sfatare finalmente le voci che archiviavano il continente americano come fanalino di coda della civiltà del nostro Pianeta. E quel che fece, lo fece da solo, isolato al di là degli oceani.

Giuseppe Orefici, il custode della civiltà Nasca

Negli ultimi giorni mi è successo di osservare alcuni vasi della cultura Nasca, che mi furono donati quasi mezzo secolo fa. La loro superficie levigata, il profilo sinuoso, i colori richiamano le sabbie del deserto: è bastato questo a riportarmi alla memoria un nome e un volto, quello del professor Giuseppe Orefici, che conobbi durante uno dei miei tanti viaggi in Perù.
Avevo da poco sorvolato le linee di Nasca. Le figure immense – colibrì, scimmie, trapezi e spirali – incise nel pietrisco della Pampa di San José erano ancora impresse nei miei occhi. Fu allora che incontrai Orefici, e ne rimasi subito colpito per due motivi: la vastità del suo sapere, che lo avrebbe consacrato come uno dei massimi esperti mondiali della civiltà Nasca, e la sua sorprendente gentilezza.
La sua casa, dove ebbi il privilegio di soggiornare, era parte del Museo Antonini, che lui stesso aveva contribuito a fondare insieme alla famiglia di Jorge M. Antonini, tra i più autorevoli archeologi peruviani, figura chiave – accanto a Maria Reiche – nello studio dei geoglifi. Quel museo non è soltanto un luogo di conservazione ma un centro vivo, frequentato da ricercatori, studenti, appassionati. E Orefici, con la sua ospitalità franca e luminosa, ne era il custode e il cuore pulsante.

A Cahuachi, camminando tra tumuli sabbiosi, piramidi scalonate e recinti cerimoniali, si aveva la sensazione che la sua presenza fosse ovunque. Mi chiedevo come un solo uomo avesse potuto dedicare decenni della propria vita a riportare alla luce ciò che il deserto aveva tentato di seppellire. Davanti alla Grande Piramide, alta 22 metri, al Tempio Scalonato o alla Piramide Arancione, dove emerse la celebre tomba della Sacerdotessa Bambina, era impossibile non riconoscere l’impronta del suo lavoro rigoroso e insieme visionario. Orefici non era soltanto un archeologo: era un divulgatore appassionato, attento ai visitatori e deciso a rendere visibile a tutti la grandiosità del più vasto complesso cerimoniale in mattoni crudi del mondo, un sito con oltre trenta strutture templari e piramidali attivo tra il IV secolo a.C. e il V secolo d.C. A lui si deve anche la fondazione del CISRAP, il Centro Italiano Studi e Ricerche Archeologiche Precolombiane, punto di riferimento internazionale per la ricerca sul mondo Nasca.

Si è spento il 27 giugno 2025, a Brescia, la città dove 79 anni fa era nato. Ma nelle
sabbie di Cahuachi, nelle sale del Museo Antonini e perfino nelle curve morbide di quei vasi che ancora oggi posso accarezzare, la sua voce continua a farsi sentire. Una voce che racconta, instancabile, il fascino remoto e ancora vivo della civiltà Nasca.

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Paolo Brovelli

Paolo Brovelli, viaggiatore, studioso di storia, geografia, geopolitica e di tutto quanto serva per comporre l'affresco del mondo in cui abbiamo il privilegio di vivere, da anni lavora per...