Il kiwi che salvò la foresta - Tucano Viaggi Skip to main content

Il kiwi e il kauri, simboli della Nuova Zelanda, sono sopravvissuti a secoli di distruzione grazie a efficaci politiche di tutela. Alla base della loro rinascita c’è anche l’antica visione maori della natura come relazione e responsabilità condivisa.

 

Testo di Giacomo Iachia

 

I simboli della Nuova Zelanda, il kiwi e il kauri, sono stati a lungo minacciati fino quasi all’estinzione. Il segreto per salvarli, insieme a leggi efficaci e a una diffusa sensibilità ambientalista, giunge forse dagli antichi maori, la cui relazione con la natura ha ancora molto da insegnarci.

Si può vincere accettando di perdere ogni cosa? C’è un racconto maori che trova sempre spazio nel mio cuore. Narra che il dio della foresta, Tāne Mahuta, mentre passeggiava tra gli alberi, suoi figli, si accorse di una cima ormai seccata. “Il male alla testa va estirpato alla radice!”. Così s’inginocchiò e scoprì un esercito di piccoli insetti intenti a rosicchiare lo sfortunato esemplare. Andò quindi a chiamare suo fratello Tāne Hoka-Hoka che, ispirandosi agli alberi, aveva creato gli uccelli, per porvi rimedio.

Convocarono quindi ogni specie di uccello, che planò a raccolta. Quando Tāne Mahuta chiese chi di loro avrebbe voluto scendere a terra per mangiare i nefasti parassiti, nessuno rispose. Chi rimase in silenzio, chi guardava in alto e chi ancora si nascondeva tra le ali dei vicini. Nessuno voleva lasciare il calore del sole, né le cime delle montagne, le alcove delle falesie sull’oceano o le correnti dei freschi meriggi d’autunno. Forse il mondo sarebbe finito, quand’ecco che si fece avanti il kiwi: “D’accordo, Tāne, scenderò io”.

Il pennuto venne avvisato che laggiù si sarebbe bagnato le zampe, il becco si sarebbe allungato oltremodo e che avrebbe perso le ali e la coda.

“Questo è niente, se in cambio otterremo la salvezza della foresta”.

Si dice che Tāne lo illuminò con un ultimo raggio di sole, prima di posarlo a terra. E così il kiwi salvò il pianeta, vincendo il timore di perdere la sua quotidianità, il suo aspetto, la luce della vita. Negli oscuri sottoboschi della Nuova Zelanda ottenne, mi piace pensare, oltre ogni attesa, un’altra luce: quella che lo ha reso una leggenda.

Privo di ali

L’Apteryx – nome scientifico del kiwi che, dall’antico greco, significa “privo di ali” – è endemico della Nuova Zelanda e ne è diventato il simbolo a tal punto che, nel mondo anglosassone, gli abitanti stessi della Lunga Nuvola Bianca vengono soprannominati kiwi. Se vi capitasse di fare un viaggio agli antipodi, troverete la sua immagine ovunque: in aeroporto, sulle magliette esposte nei negozi, nei supermercati o per pubblicizzare qualche nuovo prodotto in televisione. Incontrarne uno vero, tuttavia, è decisamente più arduo.

Se la fortuna aiuta gli audaci, ripensando alla leggenda maori, non è stato il caso del kiwi. Già dall’arrivo dei primi colonizzatori – gli stessi maori, giunti attorno al 1300 d.C. – la popolazione iniziò lentamente a diminuire con l’introduzione dei primi mammiferi predatori. Ma la situazione precipitò quattro secoli più tardi con l’arrivo degli inglesi.

L’impatto sui kiwi non fu diretto – i coloni non li cacciavano sistematicamente per scopi commerciali – ma fu una conseguenza indiretta e catastrofica dell’introduzione di specie aliene. Certamente la conversione di milioni di ettari in fattorie ridusse lo spazio vitale del kiwi; il vero fattore determinante, però, fu l’arrivo di nuovi predatori. Dai cani e gatti ai ratti, fino ai temibili opossum ed ermellini: i primi si cibano delle uova di kiwi, i secondi dei nuovi nati.

Questi ultimi, in particolare, furono introdotti per eliminare la piaga dei conigli, anch’essi precedentemente portati dagli europei. Il kiwi, evolutosi senza predatori terrestri, non ha ali, nidifica a terra e possiede un odore pungente di funghi e muschio che lo rende una preda fin troppo facile per l’olfatto dei mammiferi.

A rischio di estinzione

In un solo secolo la popolazione di kiwi passò da milioni di esemplari a poche decine di migliaia, portando la specie sull’orlo dell’estinzione. Oggi ne restano tra 65.000 e 70.000, molti dei quali ospitati in riserve o santuari recintati.

La Nuova Zelanda adotta alcune delle politiche di conservazione più rigorose al mondo per proteggere il proprio patrimonio naturale, basate sulla collaborazione tra il Department of Conservation (DOC), le comunità locali e i gruppi iwi, le comunità maori.

Una delle iniziative ambientali più ambiziose si chiama Predator Free 2050 e mira a eliminare completamente i principali predatori invasivi dal Paese. Sebbene nelle due isole principali il numero dei kiwi al di fuori delle aree protette sia ancora in diminuzione e l’eradicazione dei predatori sia ben lontana dall’essere completata, esistono luoghi dove il kiwi è tornato a vivere senza minacce: alcune isole minori da cui i predatori sono stati eliminati.

Stewart Island, per esempio, la terza isola più grande della Nuova Zelanda, è uno dei pochi posti dove si può avvistare il Tokoeka, il kiwi bruno del sud, talvolta attivo anche durante il giorno e persino sulle spiagge. Ma sono più di cento le isole, da Little Barrier Island, al largo di Auckland, a Kapiti Island, non lontano dalla capitale Wellington, dove sono stati avviati con successo programmi di conservazione.

Il re della foresta

Quella del kiwi non è una storia isolata. Proprio quegli alberi che, secondo la leggenda maori, l’uccello senza ali aveva accettato di difendere hanno seguito un destino simile.

Penso al kauri, l’albero-emblema di questo remoto angolo di mondo. Noto all’anagrafe come Agathis australis, con le sue dimensioni imponenti è considerato il re della foresta, tanto che uno degli esemplari più antichi porta il nome del dio della foresta, la nostra vecchia conoscenza Tāne Mahuta. Cinquantuno metri di altezza e quasi quattordici di circonferenza del tronco. La sua età resta incerta, ma potrebbe risalire a prima di Cristo. Quando i primi maori approdarono sulla North Island con le loro canoe, Tāne già giganteggiava in loro attesa.

Per la cultura maori il kauri è il pilastro sacro tra il cielo e la terra. Ma questa sua qualità divenne la sua condanna all’arrivo degli europei. Il suo legno dritto, privo di nodi, leggero eppure estremamente resistente era ideale per la costruzione di navi e abitazioni. Anche la resina fossile del kauri si rivelò preziosa per produrre vernici di alta qualità e linoleum, tanto che nacque la corporazione dei gum-diggers: migliaia di cercatori, molti dei quali immigrati dalmati, setacciavano i terreni del Northland con lunghe aste di ferro per individuare la resina sepolta dove un tempo sorgevano le foreste.

La conservazione del kauri oggi è diventata una vera corsa contro il tempo, non più per fermare cunei e seghe, ma per combattere anche un nemico invisibile: il Kauri Dieback (Phytophthora agathidicida), un patogeno simile a un fungo che uccide l’albero attaccandone le radici.

I numeri, che non spiegano mai tutto, hanno però il vantaggio di essere sinceri. Ed inquietanti. In circa 150 anni la foresta di kauri è passata da 1,2 milioni di ettari a soli 7.000 ettari di foresta vergine. Esistono inoltre oltre 60.000 ettari di foresta secondaria, dove esemplari di circa 80-100 anni stanno lentamente rigenerando l’ecosistema.

I diritti della natura

Li chiamano rickers. Sono giovani alberi stretti e filiformi che ancora non hanno sviluppato il caratteristico tronco massiccio. Il loro nome deriva da un antico termine nautico che significa “pali di sostegno”, come i pennoni delle navi per le quali un tempo venivano utilizzati.

Me li ricordo bene mentre esploravo la selvaggia Penisola di Coromandel. Ci vorranno secoli prima che i rickers diventino giganti e realizzino il proprio destino, sorreggendo ancora una volta il cielo.

E, perdonate il gioco di parole, grazie al cielo non soltanto alla speranza si aggrappano i destini dei simboli della Lunga Nuvola Bianca, ma anche ad azioni concrete che negli ultimi decenni stanno dando buoni frutti.

La Nuova Zelanda è stata la prima nazione al mondo a riconoscere diritti legali a entità naturali, trattandole come persone giuridiche. Te Urewera è un ex parco nazionale che oggi, di fatto, “possiede sé stesso”: non è più proprietà dello Stato, ma un’entità legale autonoma rappresentata da un consiglio.

Tutte le azioni volte alla conservazione del patrimonio naturale della Nuova Zelanda sono permeate dalla visione maori della Kaitiakitanga, che significa custodia. A differenza dei concetti occidentali di proprietà pubblica o privata, la Kaitiakitanga si basa sull’idea che gli esseri umani non siano i padroni della Terra, ma parte di essa. Il rapporto con la natura non viene quindi concepito come possesso, bensì come relazione.

Forse è questo l’unico modo possibile affinché un giorno i viaggiatori di domani, esplorando la Penisola del Coromandel, non osservino una foresta di rickers, ma incontrino i giganteschi kauri, i pilastri del cielo..

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Giacomo Iachia

Giacomo Iachia, vive il viaggio – geografico e immaginario – come dimensione essenziale dell’esistenza umana. Dopo la laurea in Relazioni Internazionali all’Università Cattolica di Milano,...