I navigatori austronesiani hanno unito ciò che il mare teneva isolato. Madagascar e Nuova Zelanda, due isole dalla straordinaria biodiversità, hanno in comune anche origini, lingua e costumi che affondano le radici nella leggenda.
Testo di Giacomo Iachia
Tra le tribù maori c’è un detto che più o meno recita così: “Al tramonto del sole, inizia la pesca”. Non è solamente una constatazione in materia ittica, ma un invito a non fermarsi all’orizzonte, perché è proprio spingendosi oltre che si colgono le opportunità migliori.
Quando penso alla cultura occidentale antica, mi accorgo invece che il mare è stato perlopiù considerato un limite. Ulisse, l’eroe che impiegò dieci anni per tornare a Itaca, perderà tutto – navi, amici e persino il proprio nome (definendosi “Nessuno” davanti a Polifemo) – prima di ritrovare la salvezza nella terra natìa. Il mare, come spazio di castigo ed espiazione, diventa per Enea il mezzo del riscatto, ma è transitorio: una volta sbarcato nel Lazio, il rapporto con esso giunge al termine. Per i Romani, le Colonne d’Ercole (l’attuale Stretto di Gibilterra) rappresentavano il confine simbolico e fisico tra il mondo civilizzato (Mare Nostrum) e l’ignoto e pericoloso Oceano Atlantico; così come poca fortuna il Mar Rosso riservò alla spedizione di Elio Gallo, nel 25 a.C., diretta verso le meraviglie dell’Arabia Felix e rimasta preda dei monsoni, che lo costrinsero a proseguire via terra la sua fallimentare impresa.
Ma c’è stato un tempo, così remoto alle nostre latitudini da apparire una fiaba, in cui per l’umanità il mare non era un confine, ma semplicemente casa. Uno spazio da abitare. Quando nella Pianura Padana fioriva la civiltà delle Terramare con i suoi villaggi di palafitte, e l’eruzione del vulcano Thera metteva fine alla talassocrazia minoica, l’Oceano Pacifico, il più vasto e quasi sconfinato del globo, veniva popolato dalle genti austronesiane. Prima le Filippine e l’arcipelago indonesiano, poi verso est, portando alla nascita della cultura Lapita in Melanesia e, successivamente, alla colonizzazione dell’intera Polinesia fino alla Nuova Zelanda e all’Isola di Pasqua. Con le loro piccole e indomite piroghe a bilanciere hanno trasformato il vuoto in pieno, l’oceano in un reticolo di strade immaginate e invisibili, basate sull’osservazione delle stelle, sulla rifrazione delle onde e sul rollio dello scafo, sulla presenza di uccelli o sul colore delle nuvole. Questo salto da un’isola all’altra è stato una soluzione alla scarsità di risorse utili – come cibo, legna, acqua e terra disponibile – sulle piccole isole del Pacifico. Ma io credo che abbiano trovato nella ricerca stessa il senso della propria esistenza.
L’albero sacro di Miary
Mentre affondavo i piedi nella sabbia, passo dopo passo, ho iniziato a pensare ai remi affioranti lungo gli scafi lignei di una waka, il termine maori per indicare una canoa. Ma i miei piedi si trovavano allora ben distanti, in un’altra isola, in un altro mare. Nel villaggio di Miary, nel sudovest tropicale del Madagascar, c’è uno spazio delimitato da alti muri perimetrali e da un cancello dal quale si intravede quella che potrebbe sembrare una fitta foresta. Si tratta in realtà di Fihamy, un unico eccezionale esemplare di Ficus benghalensis che, con le sue radici aeree, si propaga danzante e selvaggio come un Van Gogh.
Quando arrivò la custode per farmi entrare, si raccomandò con composta solerzia di togliere le scarpe. La sacralità del luogo, infatti, risale a tempi antichi e affonda le sue radici forse nel mito. Ma questa è un’altra storia. Sta di fatto che, sul far della sera, la sabbia era fresca come l’oceano e celava tra i suoi granelli tante piccole spine che mi riportarono all’hic et nunc: mi trovavo in un luogo sacro e indossare le scarpe era considerato fady, ovvero tabù, proibito. Quindi tapu. E la mia bussola, come penso quella di voi lettori, ha iniziato a vorticare senza senso e senza più direzione.
Mi sono seduto tra le sue radici, osservando come alla base dei tronchi ci fosse un numero imprecisato di bottiglie di rhum – sfortunatamente vuote – lasciate in cambio di un buon auspicio, e iniziai a unire i puntini, o meglio, a fare di un mucchio di stelle vicine una costellazione.
Tapu e mana
Il concetto di tabù, che senza dubbio Freud ha fatto conoscere ai più, altro non è che una derivazione dalla parola tapu, in lingua maori: uno dei contributi culturali più profondi che il mondo austronesiano ha dato al linguaggio universale. Tapu è il pilastro invisibile che regola l’ordine sociale e naturale in tutto il mondo austronesiano e, successivamente, polinesiano: è una forza proveniente dagli dèi e dagli antenati che investe persone, oggetti o luoghi di una sacralità che può essere tanto vitale quanto pericolosa e che devia l’azione umana da quella ordinaria.
Ne esistono diverse forme: il tapu personale ordinario, che deriva dalla quantità di mana di un individuo, come un capo tribù; il tapu del sacerdote, quando evoca presagi o richiama gli spiriti; il tapu locale e provvisorio, particolarmente esasperante perché poneva limiti arbitrariamente codificati oralmente, come il divieto di passare su un ponte o di costruire in un bosco.
L’antropologo ed esploratore Frederick Maning, trasferitosi in Nuova Zelanda nel 1833, ci lascia questo ricordo che spiega quanto il tapu personale si trasmettesse, in caso di persone di alto rango, anche agli oggetti con cui venivano in contatto:
“Poteva capitare che un indigeno il cui tapu personale fosse particolarmente forte, trovandosi nella casa di un pakeha (straniero, ndr), chiedesse dell’acqua da bere. Il pakeha ingenuamente gli avrebbe versato dell’acqua in un bicchiere, o più probabilmente, a quei tempi, in una tazza da tè; l’indigeno avrebbe bevuto l’acqua e poi, con fare grave e tranquillo, l’avrebbe rotta, o altrimenti se ne sarebbe appropriato facendola sparire sotto il mantello. L’inesperto pakeha si sarebbe immediatamente infuriato, con grande stupore dell’indigeno, il quale considerava del tutto naturale che la tazza o il bicchiere fosse, nell’opinione del pakeha, un oggetto di poco conto; altrimenti non lo avrebbe posto nelle sue mani né gli avrebbe permesso di avvicinarselo alla testa, la parte del corpo più profondamente pervasa dal tapu. Entrambi sarebbero rimasti sorpresi e dispiaciuti: l’indigeno domandandosi cosa avesse potuto indurre il pakeha a una simile reazione, e il pakeha sorprendendosi dell’incomprensibile impudenza del maori.”
Il concetto di tapu è indissolubilmente complementare a quello di mana, ovvero il prestigio, il potere o, più in generale, l’energia che riveste esseri viventi e oggetti di un’aura sacrale. Dove il mana può essere messo in pericolo, interviene il tapu, cioè l’interdizione ad agire.
Il popolo delle canoe
Ancora seduto sulle radici fluttuanti del ficus nell’arido sudovest malgascio, confesso di aver perso non solo la bussola, ma anche il senso del tempo. La custode mi guardava con una mite aria di commiserazione. Se nel racconto di Maning si parlava di pakeha, qui io ero uno vazaha: uno straniero che aveva varcato un luogo sacro togliendosi le scarpe per non incorrere nel fady, che a sua volta aveva il compito di proteggere e rendere omaggio all’hasina che permeava ogni radice, ogni fronda, ogni granello di sabbia in cui i miei piedi erano affondati. L’hasina, ormai avrete intuito, è il corrispettivo malgascio del mana dei maori. E l’energia che si respirava in quel luogo, mentre la luce del sole si avviava al crepuscolo, è qualcosa che è tapu – anzi fady – mettere nero su bianco: inafferrabile.
Avviandomi a piccoli passi verso l’uscita, con grande soddisfazione della nostra paziente custode, affondando nuovamente i piedi nella sabbia sentii ancora lo sciabordio di una waka maori che mi portava questa volta in un viaggio semantico fino alla parola vawaka, “popolo delle canoe” in proto-austronesiano. Ed infine arrivai a vahoaka, semplicemente “popolo” in lingua malgascia.
Come gli antichi navigatori delle stelle, avevo anch’io disegnato la mia costellazione e, in quel momento, si chiuse alle mie spalle anche il cancello di Fihamy, il ficus sacro di Miary. Due luoghi del mio cuore, Nuova Zelanda e Madagascar, uniti dagli esploratori del mondo austronesiano in un tempo remoto e per loro ancora preistorico. Portarono la lingua e portarono un modo di rapportarsi con il mondo circostante fatto di energia, divieti, magia, rispetto e convivenza con la natura. Tutti doni portati dal mare.




