Donne, pirati e libertà - Tucano Viaggi Skip to main content

Tra storia e leggenda, il Madagascar del XVIII secolo fu teatro di originali esperimenti sociali che anticiparono alcuni ideali dell’Illuminismo. Dove le donne contribuirono alla nascita di nuove forme di libertà.

 

Testo di Giacomo Iachia

 

È davvero sensato designare come europei gli ideali dell’Illuminismo, e in particolare quelli dell’emancipazione dell’umanità? Dal Madagascar arriva una piccola storia dimenticata di magie, di reami utopici, di principesse e di pirati, che sta alla base della concezione moderna di libertà.

C’è stato un tempo, ormai remoto e di cui sopravvivono poche tracce, in cui il Madagascar si affacciava al mondo non solo con la sua straordinaria biodiversità, ma come laboratorio sociale dal quale uscivano incanti artificiali ed esperimenti sociologici.

Naufraghi e marinai

Tutto ebbe inizio nella seconda metà del Seicento quando, sulla costa nord-orientale dell’isola, trovarono rifugio marinai ammutinati, naufraghi e latitanti in cerca di fortuna. In altre parole: pirati! Il loro arrivo avviò una serie di sommovimenti sociali che portarono alla formazione di un’entità politica chiamata Confederazione Betsimisaraka, la cui popolazione – il cui nome significa “numerosi e inseparabili” – vive tutt’oggi tra i fiumi Bemarivo e Mananara. All’epoca gli abitanti della costa erano divisi in tre tribù in perenne competizione, alle quali si unirono i nuovi arrivati e le generazioni nate dalle reciproche unioni: gli Zana-Malata, di sangue europeo e indigeno.

Il fondatore della confederazione si chiamava Ratsimilaho, figlio di una principessa malgascia e di un pirata, e regnò tra il 1720 e il 1756. Le testimonianze lo descrivono come una sorta di re-filosofo illuminato che non solamente unì tribù diverse, ma governò secondo principi che potremmo definire proto-democratici, abolendo la schiavitù, istituendo assemblee per prendere le decisioni (kabary) e instaurando relazioni contrattuali codificate.

La repubblica Libertalia

È negli stessi anni che, curiosamente, iniziarono a circolare in Europa voci che annunciavano la nascita di una repubblica pirata basata su principi anarchici e libertari. Il suo nome era Libertalia. Ne siamo a conoscenza in virtù del libro “A General History of the Pyrates”, pubblicato nel 1724 da un certo capitano Charles Johnson, che si sospetta essere uno pseudonimo. Tra le sue pagine si narra di un gruppo di coloni europei, che decise di lanciare una sorta di esperimento libertario basato sul voto a maggioranza e sulla proprietà privata, ma anche sull’abolizione della schiavitù, della discriminazione razziale e della religione organizzata. La maggior parte delle fonti sostiene che si estendesse dalla baia d’Antongil a Mananjary, includendo l’isola di Sainte-Marie. Quest’area, in seguito, divenne il regno della nuova classe sociale meticcia, gli Zana-Malata. Altre fonti la collocano invece al centro della baia di Antongil. I pirati Thomas Tew, il provenzale Olivier Misson, ex ufficiale della marina francese, insieme all’ex prete domenicano Angelo Caraccioli, sono stati indicati tra i fondatori della leggendaria colonia pirata.

Oggi, in mancanza di tracce archeologiche, si è propensi a credere che Libertalia – intesa come vera e propria entità statuale – fosse solamente una leggenda. Ma le comunità che i pirati fondarono furono, da molti punti di vista, esperimenti consapevoli di democrazia radicale. O meglio, l’antropologo David Graeber afferma che furono “esperimenti politici proto-illuministi che videro la partecipazione attiva delle popolazioni malgasce, donne comprese”. Nel 1707 Daniel Defoe pubblicò un articolo in cui paragonava i pirati stanziati in Madagascar ai fondatori dell’antica Roma, ovvero a briganti che si erano insediati in un nuovo ambiente, avevano creato nuove leggi e, con il tempo, avevano assimilato usi e costumi della cultura locale.

Non mi è difficile affermare che la tesi secondo la quale, sulle coste del Madagascar, prese piede una sorta di illuminismo degli ultimi piuttosto che dei caffè di Parigi o di Königsberg e – soprattutto – che alcuni germi di un movimento razionale e libertario, che ha trovato in Europa la sua sintesi di successo, siano stati presenti anche in una società africana, pur con le sue contaminazioni, sia certamente isolata.

Ma vi sono convincenti indizi di verità. I pirati erano votati a una sorta di egualitarismo pratico e dai ponti delle navi trasferirono nei porti i loro valori e i loro meccanismi sociali. E qui, trovando rifugio nel mezzo dell’Oceano Indiano, crearono legami di cooperazione con le tribù indigene ma, soprattutto, con le donne.

Mogli libere e devote

Che il matrimonio sia sempre stato anche un atto di conservazione della ricchezza, di rinsaldamento della comunità e – negli strati più alti della società – uno strumento geopolitico, è universalmente riconosciuto. La peculiarità delle donne malgasce sta nel fatto che non furono semplici pedine in un gioco di potere maschile, ma protagoniste sociali a pieno titolo. Erano infatti le stesse donne ad andare in cerca di uomini stranieri da sposare, e il movente non era primariamente romantico. Cercavano rispetto, non protezione. E i mezzi per ottenerlo.

I pirati, infatti, avevano un problema: smerciare grandi quantità di ricchezze ottenute con mezzi illegali e ricavarne in sicurezza i mezzi necessari per condurre una vita agiata. Le vadimbazaha, le donne degli stranieri, formavano con loro alleanze commerciali, erano bilingui o trilingui, molte di loro sapevano leggere e scrivere e potevano non rinunciare alle proprie relazioni poligamiche. Ma in gioco non c’erano solo il rispetto e l’acquisizione delle ricchezze: lo storico Dominique Bois afferma infatti che “persino i vazaha più spiantati avevano la possibilità di trovarsi una moglie devota”. Qual era dunque la pietra angolare delle loro scelte? La libertà.

Credo che le donne Betsimisaraka abbiano trovato nei nuovi arrivati le condizioni ottimali per la propria emancipazione. Innanzitutto, i pirati non avevano madri o altri parenti in grado di interferire con le decisioni delle mogli; in secondo luogo, non disponevano delle competenze sociali più elementari per cavarsela, come la conoscenza della lingua locale. Questo poneva le donne malgasce non solo nella posizione di intermediarie, ma di vere e proprie mentori. Infine, l’alleanza coniugale offriva l’opportunità di creare una nuova classe sociale, quella degli Zana-Malata. Le città portuali del nordest del Madagascar, nel XVIII secolo, si potrebbero definire delle vere e proprie “città delle donne”.

Come suggello e garanzia ultima dei loro interessi, le donne non esitavano a compiere stregonerie o incantesimi: dalla fehitratra, un sortilegio che lascia il marito fedifrago incapace di controllare le proprie funzioni fisiologiche, alla roadia, un incantesimo che colpisce i commercianti che, viaggiando, cedono alla tentazione. La magia amorosa – ody fitia – non era che un altro modo per esercitare potere e controllo. Il fatto che molti pirati si ammalassero di malaria e di altre malattie tropicali non faceva che rinsaldare l’efficacia attribuita a queste arti occulte.

Il ritorno del patriarcato

Questo modello sociale, che vedeva le donne protagoniste attive della vita pubblica, entrò in crisi con l’ascesa del popolo Merina che unificò il Madagascar in un unico regno nel XIX secolo. Sebbene abbiano avuto grandi e potenti regine, come Ranavalona I, la loro struttura sociale era fortemente centralizzata e gerarchica. In seguito, il periodo coloniale francese istituì un sistema legale profondamente patriarcale: i diritti fondiari vennero intestati solamente agli uomini e le donne furono escluse sia dalle amministrazioni locali sia dagli istituti di formazione tecnica e politica. La crisi economica seguita all’indipendenza, che ha progressivamente relegato il Paese ai margini delle classifiche economiche internazionali, è stata soltanto l’ultima e più incisiva delle trasformazioni che hanno ridimensionato il ruolo delle donne nella società.

Sebbene questo modello sociale sia naufragato, Jennifer Cole, dell’Università di Chicago, riferisce che ancora oggi vari uomini della Toamasina contemporanea – l’antica Tamatave – “hanno spiegato con orgoglio di non essersi comprati mai neanche una camicia, per dimostrare la totale fiducia con cui delegano alle mogli la gestione del proprio denaro”. La speranza, in un Paese dove i matrimoni precoci rappresentano ancora oltre il 35%, dove gli uomini guadagnano il 37% in più delle donne e dove, secondo la Banca Mondiale, solamente il 18,5% dei seggi dell’Assemblea Nazionale è occupato da donne, è che alcune dinamiche virtuose sopravvissute in ambito domestico al fragore del tempo possano fiorire nuovamente anche nella società, attraverso nuove generazioni proiettate nel futuro e consapevoli della propria storia.

Viaggio

Ti sono piaciuti i racconti?
Lasciati ispirare dai nostri viaggi.

Scopri di più
Giacomo Iachia

Giacomo Iachia, vive il viaggio – geografico e immaginario – come dimensione essenziale dell’esistenza umana. Dopo la laurea in Relazioni Internazionali all’Università Cattolica di Milano,...