Scriveva Jorge Luis Borges in Sette notti… “La mitologia norrena è l’unica ’in cui gli dèi sono destinati a morire. Per questo è la più tragica e la più nobile.” Da Odino a Thor, da Freyja al frassino sacro: leggende e tradizioni religiose degli antichi popoli germanici del Nord Europa
Testo di Amanda Ronzoni
Il rapporto tra Jorge Luis Borges, il grande scrittore argentino, e la mitologia norrena è profondo, letterario e intellettualmente intenso. Lettore appassionato di saghe islandesi e miti germanici, apparentemente così lontani dal suo mondo, li incorporò nella sua particolare visione del mondo, lasciandoli percolare nella sua poetica, fino a diventare parte integrante della sua filosofia del tempo, del destino e dell’identità. Quale migliore guida, dunque, per esplorare l’orizzonte religioso e cosmologico dei popoli scandinavi precristiani, oltre il quale possiamo scorgere strutture sociali, culturali e psicologiche che hanno fornito a queste popolazioni un insieme di valori e, come spiegherebbe l’antropologo Clifford Geertz, mappe cognitive e morali che aiutano le persone a orientarsi nel mondo?
La mitologia norrena è appunto l’insieme di credenze religiose, delle leggende e delle tradizioni mitologiche dei popoli germanici del Nord Europa, in particolare di quelli stanziati in Scandinavia e in Islanda prima della cristianizzazione. Tramandata oralmente per secoli, fu messa per iscritto tra il XII e il XIII secolo, e la troviamo oggi condensata in testi come l’Edda poetica e l’Edda in prosa di Snorri Sturluson. Al centro del cosmo norreno, che è strutturato in nove mondi, si trova il gigantesco frassino Yggdrasill, che li collega e sostiene con i suoi rami e radici. Snorri Sturluson lo descrive così nell’Edda in prosa: “Un frassino si chiama Yggdrasill, grandissimo e il più sacro degli alberi. I suoi rami si stendono su tutto il mondo e si elevano sopra il cielo.” (Gylfaginning, cap. 15)
L’albero cosmico, asse tra inferi, terra e cielo
L’albero è un simbolo potente: struttura dell’universo, mappa del destino, sistema di significati, “l’albero misuratore, eccelso che penetra la terra” (Edda Poetica, La profezia della veggente) è l’axis mundi dell’universo scandinavo, la sede più sacra dove si radunano gli dei. Diffuso tra i popoli germanici come elemento cosmologico di straordinaria importanza, più che tra le popolazioni indoeuropee, probabilmente arriva nel cuore dell’Europa dalle tradizioni delle genti uralo-altaiche, note per le loro concezioni sciamaniche, che ci portano fino in Siberia. L’albero cosmico, asse tra cielo, terra e inferi, è anche il tramite per lo sciamano per muoversi attraverso i molteplici livelli dell’essere. E molti elementi di sciamanesimo, nella religione scandinava, sembrano attingere al mondo uralo-altaico, compresi alcuni epiteti di Odino (come la conoscenza dei canti magici, l’uso di tecniche estatiche, la capacità di trasformarsi in uccello o altri animali) e le vicende che lo riguardano (il sacrificio dell’occhio e il suo auto-immolarsi). Più concretamente gli alberi sono al centro della vita dei popoli scandinavi: servono per costruire le navi, per i pali che adornano i troni dei re e dei capi, da un frassino e un olmo gli dèi crearono il primo uomo e la prima donna.
Le distese boscose del Nord Europa plasmano così la vita dei loro abitanti, stretti tra mare e cielo, lungo i fiordi impervi. Gli elementi naturali locali nelle loro manifestazioni più eclatanti (il tuono, il vento, la tempesta) popolano di figure il pantheon norreno, che è composto da due stirpi principali di dèi: gli Æsir e i Vanir, che in origine si affrontarono in una guerra cosmica, poi conclusa con una tregua e uno scambio di divinità.“Io so che io pendevo dall’albero ventoso, per nove notti intere, ferito da una lancia, consacrato a Odino, io stesso offerto a me stesso.” (Hávamál, strofa 138). Thor, figlio di Odino, è invece il dio del tuono, della forza e padroneggia il martello Mjölnir, creato dai nani. Difensore degli dèi contro i giganti, è una figura popolarissima anche nel culto popolare. “Thor viaggiava sempre con il suo carro trainato da due capre, Tanngnjóstr e Tanngrisnir, e quando lanciava il suo martello, il cielo si frantumava in tuoni.” L’antagonista, trickster astuto e malizioso, è Loki, dio dell’inganno e distruttivo padre di mostri. Sarà lui a scatenare la fine del mondo. Secondo l’Edda: “Loki fu il padre del mostruoso lupo Fenrir, del serpente Jörmungandr e di Hel, regina del regno dei morti. Tutti destinati a un ruolo nel Ragnarok.” (Gylfaginning, cap. 34)
Posto non secondario spetta a Freyja, dea dell’amore, della bellezza e della morte, che è anche una potente maga.
Il Ragnarok, la fine del Mondo
Centrale risulta anche la prospettiva legata a un evento terribile: il Ragnarok, ovvero la fine del Mondo. Si tratta di un momento drammatico, temuto e ineluttabile, che rispecchia probabilmente le incertezze della vita nei tempi remoti. Si tratta però di una visione ciclica, non meramente distruttiva ma anzi rigeneratrice. Nel Völuspá, la profetessa (völva) annuncia il destino degli dèi: “Soffierà Garmr davanti alla Caverna di Gnipa, / il lupo romperà i legami. / Conosco molto, vedo ancora più oltre, / la rovina imminente degli dèi vittoriosi.” (strofa 44)
Fenrir ucciderà Odino, ma sarà vendicato da suo figlio Víðarr. Thor e Jörmungandr si uccideranno a vicenda. Alla fine, il mondo verrà inghiottito dalle fiamme e risorgerà: “Vedrò sollevarsi una seconda volta / la terra dal mare, verde e bella. / Le cascate cadranno, l’aquila volerà, / e pescherà nel ruscello.” (Völuspá, strofa 59)
La mitologia norrena incarna un’etica profondamente legata al concetto di destino (wyrd) e alla necessità di affrontarlo con coraggio. Come dice Odino nel Hávamál: “Il coraggio è la miglior eredità che un uomo possa lasciare.” (strofa 77)
Per questo la morte non è vista con paura, ma con accettazione eroica, e la gloria si conquista nell’azione, non nella sopravvivenza. Anche gli dèi, pur consapevoli del loro infausto destino, lo affrontano con dignità. Il cerchio della vita si apre e si chiude, la Natura lo segue e lo rimette in atto perennemente.
Mitologia e paesaggio, connessione sacra e vivente
La mitologia norrena non è solo un insieme di racconti su dèi, giganti e creature fantastiche: è un modo di vedere il mondo, un sistema simbolico profondamente legato al paesaggio nordico. Qui, la natura non è mai stata uno sfondo inerte, ma si delinea come un’entità viva, abitata da spiriti, forze e presenze, di cui l’uomo non ha conoscenza piena. Il paesaggio stesso si configurava allora come una sorta di testo sacro, da leggere e rispettare, che raccontando il passato mitico, è in grado di influenzare il comportamento umano nel presente. Questo legame tra mitologia e geografia si riflette nella struttura stessa dell’universo norreno, nei luoghi sacri, nei culti e nei racconti popolari sopravvissuti per secoli.
Nel mito cosmogonico norreno, l’universo nasce dal caos primordiale di Ginnungagap, lo spazio vuoto tra i mondi di ghiaccio (Niflheim) e di fuoco (Muspelheim). Dalla collisione di queste forze opposte nasce Ymir, il primo gigante, dal cui corpo gli dèi plasmano il mondo: le montagne dalle sue ossa, i mari dal suo sangue, il cielo dal suo cranio. Questo atto di creazione non è astratto, ma profondamente legato agli elementi fisici delle lande nordiche: mare, ghiaccio, rocce, fuoco, vento.
Midgard, il mondo di mezzo abitato dagli uomini, è concepito come un cerchio protetto da un’enorme muraglia costruita con le sopracciglia di Ymir. Al centro si erge Yggdrasill, il frassino cosmico, che connette i nove mondi e le varie dimensioni dell’esistenza. Le sue radici si estendono fino a Niflheim, Jotunheim (il regno dei giganti), e Asgard (la dimora degli dèi), rendendo ogni parte del cosmo interconnessa e viva. In questa visione, ogni elemento del paesaggio – montagna, albero, fonte – può diventare un luogo sacro o magico, un nodo della rete cosmica. E qui un legame interessante e intenso si instaura niente meno che con la concezione cinese di paesaggio, che utilizza un termine, shan sui, composto dai due logogrammi che significano montagna e acqua. Un concetto profondamente diverso dal nostro paesaggio, che deriva invece da paese e che sottende una dimensione totalmente antropica e antropizzata.
Gli dèi norreni non vivono in una dimensione altra da quellaumana, ma si muovono e sono presenti nel mondo naturale. Thor, il dio del tuono, attraversa i cieli con il suo carro trainato da capri, provocando i temporali. Freyr, dio della fertilità e del sole, è associato alla crescita dei campi e all’equilibrio delle stagioni. Njord, dio del mare e del vento, protegge marinai e pescatori. Ogni divinità è radicata in un preciso elemento del paesaggio: il mare, la foresta, la montagna, la tempesta.
La cacciata degli dèi
Anche i luoghi fisici del mondo reale erano considerati sacri, sedi di genius loci. Le fonti d’acqua erano spesso associate alle disir, spiriti femminili protettrici della famiglia e della fertilità, mentre rocce isolate e colline ospitavano i landvættir, spiriti guardiani del territorio. In epoche antiche, molti rituali religiosi si tenevano all’aperto, nei boschi, presso laghi o rocce specifiche, le colonne dei templi erano gli alberi maestosi che si ergevano verso il cielo. I nomi scelti per la toponomastica condensano gli antichi racconti e “geolocalizzano” eventi mitici, iscrivendo il mito nel paesaggio rendendolo memoria vivente. La continuità tra narrazione mitica e paesaggio reale rende sacro il territorio e spirituale ogni esperienza di esso: un mezzo per riconnettersi con una dimensione più profonda che pervade la nostra realtà. La mitologia norrena ci ricorda che il paesaggio non è solo uno spazio da abitare, ma un essere vivente da ascoltare.
L’avvento del cristianesimo ha causato la cacciata degli dèi norreni e il tramonto di molte credenze legate al paesaggio, di cui permangono tuttavia varie reinterpretazioni nel contesto della spiritualità contemporanea. L’interesse moderno per ecologia, sostenibilità e forme alternative di spiritualità ha portato a una rivisitazione delle antiche mitologie, interpretate più come strumenti per pensare da capo i nostri logori rapporti con natura e ambiente, che non come caposaldi di un patrimonio culturale monoblocco.



