Spiriti inquieti, mostri vendicativi, sciamani viaggiatori e forze della natura personificate riflettono il rapporto profondo tra l’ambiente artico e l’uomo in lotta per la sopravvivenza. L’equilibrio cosmico? Si basa su un’armonia invisibile tra gli uomini e gli spiriti che popolano il mondo
Testo di Amanda Ronzoni
“Noi non crediamo. Noi temiamo”. Questa celebre affermazione dello sciamano Aua, riportata dall’esploratore Knut Rasmussen nell’omonimo libro dedicato alle tradizioni degli inuit, esprime la profonda relazione di queste popolazioni con il mondo spirituale e con un ambiente decisamente respingente. Più che una fede strutturata, la loro è una percezione intensa e rispettosa delle forze invisibili che governano la natura. Del resto, la Groenlandia, immensa isola sospesa tra l’Atlantico e l’Artico, ha per lungo tempo rappresentato una delle frontiere più ostiche alla vita umana. Terra di ghiacci eterni e venti implacabili, è stata lambita da tempi memorabili da piccoli gruppi di uomini che, con alterne vicende, hanno eletto a loro casa uno degli ambienti più inospitali del Pianeta. Una vita fatta di pericoli, stenti, che non ha impedito però lo svilupparsi di una ricca tradizione di miti e racconti, tramandati oralmente, insieme a danza, canti e artigianato sofisticati.
I miti groenlandesi sono popolati da creature inquietanti, spesso multiforma, letali come può esserlo la tempesta che qui si chiama piteraq, letteralmente “ciò che ti attacca”. Si tratta di un vento catabatico freddo che ha origine dalla calotta glaciale e soffia lungo la costa orientale. Spiriti inquieti, mostri vendicativi, sciamani viaggiatori e forze della natura personificate riflettono il rapporto profondo tra l’ambiente artico e l’uomo in lotta per la sopravvivenza.
Sedna, la dea del mare
Basta scorrere poche righe di una delle tante fiabe groenlandesi, per capire che non si tratta di racconti rassicuranti o edificanti, ma di veri e propri avvertimenti che, se sottovalutati, possono costare la vita. In esse si trova il profondo e contraddittorio legame tra le popolazioni locali e il loro ambiente: l’uomo può sperare di cavarsela solo rispettando rigorosamente riti e tabù che altro non sono se non regole di convivenza, istruzioni fondamentali per sopravvivere tra terra, ghiaccio e mare, circondati da un’abbondanza di animali che però possono essere letali.
Uno dei miti più centrali della tradizione groenlandese è quello di Sedna, la dea del mare e madre di tutte le creature marine. Non esiste una versione unica di questi racconti ma, secondo una delle versioni più diffuse, Sedna era una giovane donna sdegnosa, che non voleva prendere marito. Costretta dal padre a sposare un uomo che si rivelò essere uno spirito-uccello, disperata, cercò di sfuggirgli con l’aiuto del padre. Questi, nel tentativo di salvarsi dalla furia dello spirito che li inseguiva, gettò la figlia in mare e, quando lei cercò di aggrapparsi all’imbarcazione, le tagliò le dita che caddero nell’oceano. Qui, si trasformarono in foche, balene, trichechi. Anche Sedna finì sul fondo del mare, dove divenne sovrana degli abissi. Da allora, i cacciatori inuit hanno l’obbligo di rispettarne i voleri e mantenere l’equilibrio spirituale e non solo: la caccia non può essere indiscriminata, altrimenti Sedna si adira e trattiene gli animali marini nelle profondità. Solo l’intervento di uno sciamano, l’unico in grado di viaggiare nel mondo degli spiriti, può placare la sua ira. Il mito struttura quindi il comportamento etico ed ecologico (dove per ecologico si intende la buona gestione del proprio ambiente e della propria casa), per prevenire predazioni eccessive che si tradurrebbero in penurie future per un’intera comunità.
I giganti buoni scacciati dagli Inuit
Altra figura potente e inquietante è quella del qivittoq, un essere umano che si ritira sui monti, come un eremita, per diventare spirito. Nei racconti tradizionali, il qivittoq è spesso un individuo emarginato, umiliato o sofferente, che sceglie di abbandonare la comunità per sopravvivere da solo nei luoghi più remoti. Considerate le difficilissime condizioni di vita, un individuo solo ha minori possibilità di sopravvivere, rispetto a un nucleo di persone che mette risorse e conoscenze a fattor comune. Quindi, per riuscire a farcela, occorre che tale individuo si trasformi, sviluppando abilità sovrumane, come velocità, forza e la capacità di vivere senza cibo o calore. I qivittoq diventano creature semi-divine, temute e rispettate, a volte vendicative perché rancorose nei confronti del gruppo da cui si sono, per varie ragioni, staccati, o da cui sono stati allontanati. Una persona che perda il supporto del proprio gruppo famigliare e sociale è potenzialmente morta, per questo le pratiche sociali inuit fanno appello a un forte spirito comunitario, dove armonia e coesione fanno la differenza tra vivere e morire. Come ci racconta il danese Peter Freuchen, compagno di esplorazioni di Knud Rassmussen, che descrisse i qivittoq nel suo libro The Book of the Eskimos (1961), la paura dell’ostracismo poteva letteralmente trasformare una persona.
Ancora, tra i personaggi che animano miti e racconti groenlandesi, troviamo i tuniq (o tornit), gli antichi giganti che un tempo abitavano la Groenlandia. Esseri possenti ma ingenui, in grado di sollevare enormi rocce e percorrere grandi distanze senza sforzo alcuno, secondo le leggende, furono gradualmente sconfitti o scacciati dagli Inuit (che in lingua locale significa la gente, gli uomini), più abili ed adattabili. In alcune storie si dice che i tuniq non fossero esseri malvagi, ma semplicemente non adatti al nuovo ordine spirituale e sociale costituitesi probabilmente con l’arrivo di nuove popolazioni. Probabilmente questi racconti riportano le vicende legate agli scontri che si sono verificati in tempi antichi tra gruppi umani pre-Inuit e nuovi arrivati in cerca di terre e risorse per vivere.
A fondamento della mitologia groenlandese vi è un forte animismo: ogni essere – animale, umano, non umano – possiede uno spirito, o inua, che a sua volta può essere benevolo o malevolo. Tale inclinazione è determinata dalle azioni umane, mentre l’equilibrio cosmico si basa su un’armonia invisibile tra gli uomini e gli spiriti che popolano il mondo. Ci sono molti racconti che parlano di trasformazioni: da animali in esseri umani, o viceversa, come il mito del cane che diventa uomo, in cui un cane fedele, maltrattato dalla moglie del padrone, fugge e diventa un uomo, fondando un nuovo clan. Rasmussen raccolse centinaia di queste leggende nella sua monumentale opera Across Arctic America (1927). Egli stesso, figlio di una groenlandese Inuit, considerava il mito locale come un “poema dell’esistenza artica” e scriveva: “Gli eschimesi vivono in un mondo in eterna trasformazione, dove il confine tra uomo e animale, spirito e realtà, è solo una questione di fede”.
Il bianco non è mai né neutro, né vuoto
Non stupisce dunque che gli angakok (sciamani) siano figure centrali nel panorama mitico, dove svolgono un’opera fondamentale di mediatori tra il mondo degli uomini e quello degli spiriti. Attraverso stati alterati di coscienza, indotti nel corso di danze e canti, grazie anche al ritmo del tamburo, possono volare, immergersi negli abissi o dialogare con gli animali e le divinità. La loro missione è curare, proteggere la comunità, placare Sedna o liberare le anime smarrite, riportare l’equilibrio tra le dimensioni umana e spirituale.
E in una terra che resta nella morsa del ghiaccio a lungo nel corso dell’anno, il bianco non è mai neutro. Cambia con la luce, con il vento, con il momento del giorno. Le condizioni atmosferiche alterano costantemente la percezione del colore. Il sole basso sull’orizzonte, la rifrazione sulla neve compatta, l’opacità del cielo carico di ghiaccio: tutto genera sfumature di bianco, grigio, blu, argento, rosa pallido. Per questo gli Inuit sviluppano un’acutezza visiva e simbolica nel riconoscere queste variazioni, che entrano nel linguaggio, nei racconti e nella spiritualità. Significative in proposito, sono le parole del poeta canadese inuit Jose Kusugak, che ha scritto: “Il bianco non è mai vuoto. Contiene il ricordo del vento, l’eco delle foche, il respiro degli antenati”.
Il bianco non è un vuoto, ma un palinsesto vivente. Ogni sfumatura suggerisce qualcosa: un presagio, una traccia, una storia. La neve fresca racconta dell’ultima tempesta; la patina ghiacciata sul mare rivela se le foche stanno cacciando sotto il ghiaccio. Non a caso, molte figure divine o spirituali si manifestano proprio attraverso forme bianche o traslucide. Il bianco è il colore del sacro, ancora una volta, curiosamente, come per gli animali messaggeri degli dei nello shintoismo giapponese.
I segreti degli intagliatori inuit
E tuttavia il bianco può avere anche una sfumatura pericolosa. Può diventare cecità. Il cosiddetto white out, bianco totale, può diventare mortale con la sua assenza di orientamento visivo, causato dalle impervie meteorologiche. I racconti inuit spesso avvertono dei pericoli del blizzard spirit, una forza che confonde la mente e può far perdere la strada. Questo elemento ambivalente è ricorrente anche nella narrativa contemporanea.
Gli intagliatori inuit, che lavorano con materiali bianchi, come l’avorio di tricheco, l’osso di balena o la pietra ollare, sanno che la luce gioca un ruolo chiave. Le superfici bianche scolpite catturano l’ombra in modo da rivelare volti, animali, spiriti nascosti. Il bianco è usato come luogo di manifestazione dell’invisibile.
Anche nella danza e nel canto rituale (come i canti di gola o katajjaq), il bianco fa da sfondo simbolico: il ritmo simula il respiro nel freddo, l’alternanza della luce nei mesi artici. In questi contesti, il bianco è tempo e spazio insieme.
I miti groenlandesi sono molto più che favole antiche: sono mappe interiori, linguaggi dell’anima artica, strumenti per comprendere il tempo, il dolore, la natura. In un mondo che cambia, e nell’Artico più in fretta che ad altre latitudini, la Groenlandia continua a raccontare con voci di spiriti, tamburi e vento, la sua lunga storia scolpita nel ghiaccio. Il grido di un’umanità che non si è mai arresa.



