Un abominio di rocce laviche in una landa desolata con al centro una macchia d’acqua color giada: il lago Turkana, in Kenya. Per me è casa. L’ho scelto perché s’intona al colore degli occhi della donna della mia vita e possiede la cruda bellezza dell’infanzia perduta di tutta l’umanità. È casa perché, come l’Africa, è madre…
Testo di Alberto Salza
Nel mondo occidentale ci sono due grandi plot, trame di vita cui tutto si riconduce: l’Iliade e l’Odissea. Il turista fa un giro (tour) per riprendersi qualcosa che gli è stato tolto: il rapporto con la selva o il deserto, la vita tra persone connesse alla natura, i souvenir di un tempo perduto, come una donna. Il viaggiatore-odisseo, invece, è in balìa del Caso e ha gli dèi contro. Ma gli basta un soffiar di vento per muoversi nell’altrove, per poi soffermarsi tra le braccia di una qualche maga. Il pensiero alla mogliettina fedele è un’aggiunta post-omerica, anche se Ulisse ha un solo luogo cui tornare: casa. Per me “casa” è un abominio di rocce laviche in una landa desolata con al centro una macchia d’acqua color giada: il lago Turkana, in Kenya. L’ho scelto perché s’intona al colore degli occhi della donna della mia vita e possiede la cruda bellezza dell’infanzia perduta di tutta l’umanità. Già: da queste parti ebbe inizio l’evoluzione dell’uomo. È “casa” perché, come l’Africa, è “madre”.
La zona vanta la più elevata cronodiversità al mondo. Il concetto è analogo alla biodiversità: laggiù, in un’area ristretta, si inciampa in fossili di 4 milioni di anni fa, si ricostruisce lo sviluppo umano, si incontrano graffiti rupestri, si aggirano tumuli preistorici e si vive accanto a uomini che hanno le piume in testa e la lancia. Con il cellulare all’orecchio. Una tradizione locale narra le origini dell’uomo: “Al tempo vi erano solo due esseri umani, senza case o vestiti. Erano come scimmie: avevano pure la coda. Un giorno litigarono con le scimmie per il cibo. E persero la coda. Le scimmie giurarono che gliel’avrebbero restituita. Ma non l’hanno ancora fatto”. Il mito introduce un concetto di sostanza per l’antropologia postmoderna: il cambiamento. Popolazioni e individui, al Turkana come altrove, vivono in un flusso di aggiustamenti di vita e cultura. Il cambiamento non sempre va a buon fine (gli uomini muoiono e le culture possono svanire), ma non è necessariamente una rovina. Il cambiamento è un modello di vita, lontano dai pii desideri degli antropologi del “c’era una volta”. Un giorno mi venne chiesto da un viaggiatore che si accingeva a partire per il lago: “I Turkana vanno ancora in giro nudi?”. “No”, risposi. “Allora non mi interessano”. Mi chiesi che gusti sessuali avesse quell’uomo.
Il lago Turkana (ex Rodolfo) fu l’ultima scoperta di una certa importanza geografica in Africa, datata al marzo del 1888. Il fatto la dice lunga sulle condizioni di isolamento che circondano questo bacino idrico collassato nella Rift Valley. Le sue acque sono a 300 metri sul livello del mare, con una profondità di 100 metri ai limiti meridionali. Tutt’attorno ci sono altopiani che variano dai 1500 ai 2500 metri di quota. Il suo scopritore, Samuel Teleki von Szék – un conte ungherese inviato dall’impero asburgico – partì dalla costa davanti a Zanzibar, per arrivare da sud nella terra incognita del fantomatico lago. Il gentiluomo perse qualche centinaio di uomini e una quarantina di chili del proprio peso. Fu una marcia terribile per calura e mancanza d’acqua, dato che il Turkana è un severo maestro e un compagno cattivo.
Questo è ciò che il segretario di Teleki vide e annotò sul diario il giorno della scoperta:
“A ogni passo lo scenario diveniva sempre più spaventoso e desertico. […] Ripide pareti basaltiche si alternavano a gole ingombre di massi lavici che davano l’impressione di essere ancora roventi, come appena scagliati da una qualche forza enorme. […] Il morale alto datoci dal pensiero della fine del nostro lungo cammino si era da tempo dissolto e le nostre speranze si limitavano al ritrovamento di una qualche piccola pozza d’acqua verde e limacciosa in cui spegnere la sete, quando all’improvviso […] si aprì davanti a noi una scena così grandiosa, stupenda, spalancata verso l’orizzonte, da farci pensare che fossimo vittime di un’illusione ottica; eravamo disposti piuttosto a credere che il tutto fosse una mera fantasmagoria”. Così il lago apparve al conte: inimmaginabile. Vi prego di sospendere il criterio d’incredulità e di entrarci dentro. Il lago Turkana ha una superficie di 6405 kmq e si estende tra i 2° 58’- 4° 40’ N e tra i 35° 50’- 36° 43’ E. Ha un solo immissario dall’Etiopia, l’Omo, e nessun emissario: il livello è mantenuto più o meno costante dalla fortissima evaporazione, dovuta a sole e vento. Da nord a sud il lago Turkana è lungo 240 km, per una larghezza massima di 55 km. La costa orientale è un semi-deserto: riceve circa 250 mm di pioggia l’anno, suddivisa in due stagioni. Le “grandi piogge” cadono tra la fine di marzo e l’inizio di maggio; le “piccole piogge” si hanno tra ottobre e dicembre. La portata è molto diversa: a Loiyangalani è ripartita in 150 e 75 mm. A North Horr, al limitare del deserto del Chalbi, si hanno 125 e 75 mm per stagione. L’umidità relativa non supera il 40% nell’arco dell’anno.
Il Turkana è al centro di un sistema ecologico tendente al disequilibrio, seppur persistente. Le ricerche eco-antropologiche evidenziano come tale persistenza sia garantita anche dall’economia pastorale, tramite il lavoro di “potatura” e diffusione dei semi (nelle feci e nel vello) prodotto dai continui spostamenti delle greggi dei nomadi, protagonisti assoluti nel territorio. L’acqua del lago, pur bevibile (gli El Molo la prediligono, anche se sa di lisciva) raggiunge elevate concentrazioni di fluoro, potassio (1000 ppm, cento volte i valori medi delle acque potabili) e sodio, con un indice alcalino di pH 9 che fa virare la cartina al tornasole verso il viola. I venti sono molto forti e aumentano l’evapotraspirazione nelle zone umide residuali.
In compenso il lago ospita numerose specie di pesci, di cui una ventina commestibili. Tra di esse spiccano il pesce persico (Lates niloticus, che raggiunge i 150 chili) e varie specie di tilapia. I pesci sono predati da una popolazione di coccodrilli del Nilo, cui il Turkana era connesso tre milioni di anni fa, che arriva alle trentamila unità. Numerose sono le specie di uccelli limicoli, dai cormorani ai pellicani, dai pivieri ai fenicotteri rosa. Nell’entroterra sono scomparsi le gazzelle di Grant, le zebre, gli struzzi e vari predatori (sciacalli e iene). Solo quarant’anni fa si trovavano leopardi dentro Loiyangalani, e l’ultimo elefante della zona morì nel 1960. Le donne del Turkana portano un mondo attorno al collo: milioni di perline colorate. Ogni filo rappresenta un momento di vita, donato alla ragazza dalla madre o, per nobili scopi di protezione (come tra i cavalieri di re Artù), dal suo “amante”, un guerriero che non potrà mai sposare per ragioni di esogamia. Una ragazza mi disse: “Le collane sono libri di storia. I miei figli sapranno tutto della famiglia, del marchio e degli antenati”. Nel nulla cromatico del semideserto pensai che l’arcobaleno di perline sarebbe stato l’unica fonte di percezione per il bambino. Una cascata di colori e un seno dondolante.
Durante una spedizione nello spaventoso prolungamento inaridito del lago che è la Suguta Valley, alla fine di venti giorni di marcia bestiale su sassi e lava, incontrammo una bimbetta turkana, che avanzava in senso opposto sui flip flop di copertone. Aveva con sé una lattina da conserva usata tenuta con un fil di ferro, un po’ d’acqua e basta. I cammellieri le chiesero dove andasse, tutta sola. “Va a Nadomé, da dove siamo partiti noi”, mi riferirono. “Ma come farà?”, chiesi spaventato. “Oh, troverà qualcuno che l’aiuta”.



