La Strada del Karakorum - Tucano Viaggi Skip to main content

Dall’Asia centrale al subcontinente indiano questa via, lunga 1.300 chilometri, attraversa alcune delle montagne più alte e spettacolari della Terra. È l’erede di antiche carovaniere che, per secoli, hanno collegato il Turkestan, la Cina occidentale e il Pakistan.

 

Testo di Palo Brovelli

 

Ogni viaggio verso sud, da queste parti, comincia dall’acqua. Prima delle montagne, dei passi e delle frontiere, c’è l’Ysyk-Köl, il “lago caldo” del Kirghizistan, un mare interno grande quasi come l’Umbria. Un luogo che per generazioni ha visto passare nomadi, mercanti e viaggiatori, e dove ancora oggi sembra possibile intravedere le tracce delle antiche vie che conducevano verso la Cina e il subcontinente indiano. Lì, un tempo, le alte sfere di Mosca andavano in vacanza. A fare le terme. Ogni volta che ci passo, mi viene in mente “Il battello bianco”, elegiaco e tragico romanzo di Čyngyz Ajtmatov, famoso scrittore sovietico, anzi kirghizo, che del suo lago parla.

Le sue rive, che oggi accolgono bagnanti estivi, grazie al loro clima mite furono luoghi di enormi assembramenti di tribù nomadi. Sciti e sarmati prima, poi turchi celesti, karakhanidi, uiguri, kirghizi e chissà chi altro. Prova tangibile di ciò sono la mirabile distesa di petroglifi dell’Età del Bronzo e i balbal, le stele dalle fattezze umane, sulle pendici del Tian Shan, i Monti Celesti, tra le cui vette, a 1.600 metri, poggia il lago, accanto a Čolpon-Ata, sulla sponda settentrionale.

Dal lago si continua poi verso un altro sud: non verso Oš, ma verso Naryn. Tra fiumi e vallate, la vecchia carovaniera si dirige al passo Torugart, il confine cinese, puntando dritta verso lo scudo montano. Il Tian Shan è là, biancheggia a perdita d’occhio, barriera apparentemente invalicabile. La strada l’hanno asfaltata da poco, da quando questa rotta è entrata nella tentacolare BRI, e ora si arriva facilmente al culmine, nell’aria diafana, tra laghi, fumi di fuochi nomadi e fili spinati, lascito di altri tempi sempre pronti a ritornare.

Il confine dei giganti

Lì, a 3.752 metri, Kirghizistan e Cina si danno la mano. Anzi no. C’è qualche chilometro tra i due posti di controllo. Una zona di sicurezza tra quelli che erano due giganti dell’Eurasia, quando qui era tutto URSS.

La Repubblica Popolare Cinese spunta subito irta di burocrazia, ispezioni e soldati senza sorrisi, orgogliosa dei suoi palazzetti lindi nelle lande secche della provincia, sempre meno autonoma, dello Xinjiang, la terra degli uiguri, anch’essi turchi e islamici come i kirghizi, ma sempre meno liberi di esserlo. Specie da quando ondate di cinesi han hanno cominciato a sciabordare dall’Est, annacquando il fiero retaggio di un sangue che, sgorgato tra le genti mongole del Nord, da secoli circola nelle vene del bacino del Tarim e del deserto del Taklamakan.

Scivola, la strada, dal passo fino a valle: nuova, ampliata, sembra un’autostrada, ben diversa dal tracciato sassoso di pochi anni fa. Scivola fino a Kashgar, per secoli estremo avamposto dell’Impero di Mezzo sulla Via della Seta, con il suo celeberrimo mercato domenicale. Magnete per mercanti e viaggiatori, oggi il solerte governo di Pechino l’ha canonizzato rendendolo permanente. Ormai sembra un centro commerciale, coperto e sempre attivo. Avrà guadagnato affari, ma di sicuro ha perso il fascino d’antan di cui gli emuli occidentali di Marco Polo, sempre più numerosi, sono ghiotti.

Piace però ai turisti han, che ora arrivano a milioni dalle città costiere e dalla Cina propriamente detta, sicuri di trovarvi una casa ormai pacificata o, meglio, quasi bonificata da alieni residui di islam autonomista. L’intervento del governo centrale qui è stato il più massiccio di sempre: grandi spostamenti di popolazione da est, per affogare — o finalmente assimilare? — la minoranza, già maggioranza, uigura nel mare han; creazione di nuove città, fabbriche e infrastrutture. Sempre in nome di quella BRI che vuole avvicinare l’Oriente all’Occidente senza passare dal mare.

I cammelli battriani

È rimasto il mercato del bestiame, con le sue schiere di pecore, cavalli, cammelli battriani e yak, relegato però in una periferia polverosa tra i pioppi, lontano dai nuovi palazzoni, dai viali, dai viadotti, dai fiumi di traffico e dagli sciami di scooter elettrici che sfavillano assediando il bel centro storico. Quest’ultimo, da viva città tradizionale del Turkestan Orientale, fatta di case di fango e strade di polvere, si è trasformato in un lindo set fotografico per selfie di ragazze cinesi in costumi storici.

Tra tutte quelle luci, persino l’enorme statua di Mao Zedong in Piazza del Popolo sembra aver timore di abbozzare il suo ancora eminente saluto.

A me però arriva, quel saluto. Lo ricambio prima di ripartire verso sud, sulla Strada del Karakorum, la Karakorum Highway (KKH), che da qui sale fino al passo Khunjerab (4.693 m) e poi ridiscende in terra pakistana fino quasi alla capitale Islamabad.

Più di mille chilometri, di cui almeno la metà tra i monti. Ormai liscia e larga come una vera strada da Stato moderno, fino al Khunjerab sale piano lungo il greto sassoso di un fiume, al cospetto di montagne variopinte, infilandosi in qualche gola, aprendosi in valli trasformate in laghi, lambendo anche il lago Karakul, fratello minore di quello tagiko, di nuovo sul Pamir, ai piedi del gigante Muztagh Ata (Padre delle montagne di ghiaccio, 7.546 m) e del Kongur (7.649 m), le sue due vette più alte.

Luoghi che fino a vent’anni fa erano lontani dal mondo come la luna, terre di pastori erranti che oggi hanno passerelle, ristoranti, hotel, bancarelle e perfino il noleggio di cammelli.

Sul passo, senza fiato

Anche Tashkurgan, capoluogo dell’omonima contea tagika, fascinosa fortezza allo sbocco del Corridoio del Wakhan afghano, in mezzo a un acquitrino, si è trasformata. Con la consueta metamorfosi è passata da antico ritrovo di pastori e mercanti venuti da lontano a moderno nodo logistico e commerciale della nuova Cina.

E poi, su, il passo. Alto da far mancare il fiato. E diverso da far mancare il fiato. Di qua, negli ultimi vent’anni, è cresciuto a vista d’occhio un complesso di edifici immacolati ed efficienti, pieni di sportelli e macchine a raggi X; di là, è rimasto tutto come nel secolo scorso: un casotto freddo e umido con due soldati e una sbarra.

È lassù che il mondo ridiventa indoeuropeo, che torna tangibile, schietto, persino vicino. La strada, invece, si trasforma in un precipizio che caracolla rapido tra vette a picco. Un tracciato che riassume sentieri e mulattiere che da millenni permettono a uomini e idee di fare la spola tra le due grandi realtà dell’Asia: il mondo cinese e quello indiano.

Approdo subito nella valle dell’Hunza, perla lungo questa strada d’incanto che, già Via della Seta, è ora, rimessa a nuovo dall’Impero di Mezzo, una Via del petrolio: quello che transita dal porto pakistano di Gwadar, sul Mare Arabico, ceduto ai cinesi nel 2013 per i traffici con il Golfo Persico e il Mediterraneo.

Poi si comincia a viaggiare tra giganti di sette e ottomila metri, sentendosi una formica sull’altare di San Pietro, serpeggiando in bilico tra l’Indo grigio d’alluvione e le nuvole bigie del monsone.

Nel saliscendi pietroso dei Territori del Nord, d’oasi in oasi, tra i muretti e le scacchiere degli orti d’arlecchino, stringo mani diverse. Genti indoeuropee, ma anche turche e tibetane, filtrate nel tempo tra i canyon del Karakorum, del Pamir, dell’Hindukush e dell’Himalaya, che qui, tra le pieghe del tetto del mondo, hanno costruito regni e castelli, riuniti sotto la buona pace pakistana solo una settantina d’anni fa.

Come nidi d’aquila

Le antiche residenze dei mir e dei raja, i signorotti locali, sono state restaurate grazie all’Aga Khan IV. Oggi si visitano e, in alcuni casi, trasformate in hotel e ristoranti, vi si dorme persino nel lusso e vi si gustano autentiche leccornie. Posti da favola orientale, spesso come nidi d’aquila sui picchi, costruiti per controllare i passi.

L’odore del naan, il pane, insieme a quello del montone e delle spezie, spira dai fuochi delle botteghe scure in tutti i bazar. Tessuti e berretti tappezzano pareti e soffitti, mentre i mercanti se ne stanno svaccati tra gli abiti della loro uniforme nazionale: i lunghi camicioni e i larghi pantaloni degli shalwar kameez.

“Ehi you, come in”, vieni, entra a vedere il tappeto, i rubini, l’argenteria. Vieni per un tè e due chiacchiere.

Baffi scuri, sorrisi sinceri e sguardi curiosi, da Gulmit a Gilgit, e ancora nel Baltistan, dove occhieggia il K2, a Skardu e Khaplu, sulla strada – proibita – verso il Ladakh e il Tibet.

Là, lontana, in fondo alla strada, giù dai monti e oltre le pianure, c’è Islamabad, la capitale. Lì è già Punjab, dove l’aria è sudore e odore, e le strade sono dense di gente, clacson e smog. Dense di miserie e carità.

L’annuso con avidità, quella curiosa e vorace di mondo, perché so che in un momento svanirà.

Ma Islamabad, per me, è già ritorno.

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Paolo Brovelli

Paolo Brovelli, viaggiatore, studioso di storia, geografia, geopolitica e di tutto quanto serva per comporre l'affresco del mondo in cui abbiamo il privilegio di vivere, da anni lavora per...