La M41 segue uno dei più antichi tracciati della Via della Seta. Da Oš a Dušanbe attraversa il Tetto del Mondo e corre per quasi 1.300 chilometri tra altipiani d’alta quota, passi montani e paesaggi tra i più spettacolari dell’Asia centrale.
Testo di Palo Brovelli
C’erano una volta tante montagne, montagne alte… Tra le più alte al mondo. E in mezzo, pascoli, yurte, cavalli, aquile. Lì, una volta, si aggiravano guerrieri pieni di archi e di frecce, c’erano accampamenti e stendardi. C’era un mondo nomade, che prima aveva facce iraniche, e poi si riempì di orde di visi turchi. Genti arrivate da lontano, dal cuore della Siberia, o da altre montagne, lassù, nel Grande Nord. Dai monti dell’Altaj. Raccontano poeti e cantastorie, akyn e manaschi, che il potente Manas, eroe nato già adulto forse sulle rive del fiume Jenisej, unì tutte le tribù kirghize, sconfisse i suoi nemici e si rifugiò col suo popolo proprio qui, sulle terre che ora anch’io, alla ricerca della sua discendenza e dei paesaggi che ha visto coi suoi occhi tanti secoli fa, mi son permesso di calcare.
Sono in Kirghizistan, un piccolo paese poco noto, incastrato nel centro dell’Eurasia tra catene montuose che non finiscono mai e, anzi, crescono, e continuano ancor più alte, fino all’Hindukush, al Karakorum, al Pamir, all’Himalaya e fino al Tibet. Verdi color del pascolo, brune color di roccia, dai coni innevati, oppur giallastre, o rossicce d’arenaria, crepate di canyon e piene di laghi e laghetti e altopiani. Le seguirò, in parte, poi le valicherò, ancora e ancora, scendendo per le valli insieme alle greggi e ai branchi di cavalli. Salendo con la bruma, e i branchi di cavalli. Giù fino alla valle di Fergana, e poi su, fino al Pamir.
Nati a cavallo
Il cavallo è il re dei kirghizi. Anche dopo essere passati dal dominio dello zar a quello dei soviet, che cambiò loro i connotati. Da fiere tribù di nomadi, divennero tribù di paesani transumanti. Ebbero una casa, impararono a leggere e scrivere. Divennero operai e contadini. Ma nascono ancora in groppa a un cavallo. L’equino è compagno di vita, mezzo di trasporto, produttore di carne e di latte che, fermentato, diventa kumis, la bevanda nazionale. È ricchezza, insomma, come sempre è stato per il nomade dell’Asia, che per primo l’ha addomesticato nella notte dei tempi.
Io però parto in auto. Parto da Biškek, la sua capitale. I sovietici la chiamavano Frunze, il nome di un militare bolscevico. È una città moderna, piena di viali alberati, come spesso sono le città d’impianto russo. Parchi, monumenti roboanti, deliziose casette con giardino che s’alternano ad ampie piazze e periferie di grigi palazzoni che ormai diciam sovietici. Manas, col suo cavallo, s’è impadronito della sua piazza centrale, la Ala-Too (che è il nome della cordigliera locale), spodestando Lenin, che s’è ritirato in una piazzetta sul retro (ma non è sparito come nella maggior parte delle repubbliche ex sovietiche). D’altra parte, è lui il nuovo padre della patria. Proprio quel che ci voleva. Un turco ancestrale che condivide le origini con i cugini d’Asia centrale e ne rivendica le radici.
Su questi territori ne son passati tanti, suoi lontani parenti. Qui, a un’ottantina di chilometri da Biškek, sorgeva Balasagun, una delle capitali di uno dei primi grandi khanati turchi, quello karakhanide, che tra il X e il XIII sec. occupava gran parte dell’Asia Centrale. Là, nella piana gialla di erba arsa sorge ancora il moncone d’un enorme minareto, che chiamano torre di Burana, più o meno coevo dei mausolei e dell’altro minareto, decorati di mattoni e terracotta, a Uzgen, altra capitale karakhanide. Questa è giù, proprio dove comincia la valle di Fergana, la grande pianura celebrata fin dall’antichità come luogo d’origine dei mitici cavalli celesti, tanto ambiti persino dagli imperatori han del primo grande impero cinese, che fin qui, per secoli, allungarono la loro longa manus.
Arrampicata al passo
Da queste parti, lungo i nuovi e vecchi rami della Via della seta, gran parte dei cammini è ancora di terra. Tra le strade più alte e impervie, una è la Strada del Pamir, in russo Pamirsky Trakt, o M41 come la chiamarono i sovietici, il cui tracciato moderno – ricavato su vie millenarie – fu voluto dallo zar a fine Ottocento, appena la zona divenne colonia russa, per scavalcare una delle regioni più elevate del Pianeta: il Pamir, o Bam-i-dunya, il Tetto del mondo. Comincia proprio qui, ai lembi di questa enorme, fertile valle, per millenni unico respiro e ristoro dopo monti e monti, per tutte le carovane che incrociavano in questa zona d’Asia Centrale. Comincia a Oš.
Qui, è un Kirghizistan diverso. Il resto, ha un approccio alla religione piuttosto blando, ma qui molti dei suoi abitanti sono uzbeki, di quelli rimasti di qua dal confine dopo la disgregazione dell’Urss, di quelli più conservatori, di quelli che pregano cinque volte al giorno. Così, a volte, quelle braci che paion quiete prendon fuoco, e allora le due parti della città si saccheggiano, si stuprano, si massacrano a vicenda. Poi, torna tutto come prima. O quasi. Sono i malanni dei confini tracciati a tavolino. Quelli di cui soffrono tutti gli ex sudditi di potenze coloniali.
Tra Oš e Dušanbe, la capitale del Tagikistan, all’altro capo della Strada, corrono quasi 1.300 km, di cui solo 200 in Kirghizistan. Sono quelli con il fondo migliore, ben asfaltati, a parte gli ultimi, l’arrampicata fino al passo Kyzyl Art (4.280 m), la frontiera, tra i pascoli. Lassù, bisogna avere le carte ben in regola, perché si trovano sempre guardie meticolose, che aprono i bagagli e ti guardan storto, cosa, questa, che capita raramente in Asia Centrale, uno dei posti più ospitali del mondo. Per qualche anno, questo è stato l’unico varco aperto tra i due paesi, in lotta per questioni territoriali, sempre per via di quelle linee tracciate in modo arbitrario di cui sopra.
Retaggio turco e indoeuropeo
Oltre al passo e al confine, ecco il Pamir. Ora siamo in Tagikistan, però la gente, i loro visi, non sembrano cambiare. Gli stessi zigomi puntuti, gli stessi occhi a mandorla, la stessa lingua turca. Anche qui, le frontiere sono politiche, ma poco etniche. Tutto si mescola, e così ecco che i kirghizi trabordano. Pascoli però non ce ne sono più. Né cavalli. Qui ci sono solo rocce e polvere, e un orizzonte di picchi vestiti di neve. E il filo spinato che si srotola a sinistra, che di là c’è la Cina e qui, per decenni, ci fu l’Urss. Nell’aria sottile che taglia la faccia, i radi villaggi, d’estate sono fatti di sole donne e bambini mocciosi, che gli uomini, pendolari del bisogno, ci si rifugiano solo d’inverno. Karakul per esempio, a 3.900 m, son poche case bianche e scalpiccio nelle vie silenziose in riva al lago dello stesso nome, salato più del mare e pieno di zanzare.
È al crocevia di Murghab che kirghizi e tagiki cominciano a mescolarsi. Almeno a star vicini. È qui che il retaggio turco e quello indoeuropeo, persiano, si guardano negli occhi. È un villaggione cupo come il suo mercato fatto di negozi annidati in container arrugginiti, di occhi severi, di donne velate e schive, che i tagiki son più sensibili al richiamo di certo islam. Non mancano le cineserie, per la vicina frontiera e perché nemmeno in queste lande ci si può sottrarre al visionario progetto cinese della Belt and Road Initiative (BRI), la Nuova Via della seta, per intenderci. Da lì, affluiscono miliardi, strade e infrastrutture, e dosi massicce di influenza politica e culturale. Molti giovani tagiki e kirghisi imparano ora il mandarino e vanno a studiare a Shanghai o a Pechino, snobbando Mosca… per non parlar di Berkley.
Una deviazione verso sud lascia il tracciato principale, per un po’, trovando la strada tra rocce e sassi verso un altro mondo ancora, che stavolta è là, oltre un fiume, il Penj, ossia l’Amu Darya in nuce, l’Oxus, quel che sarà il ‘fiume mare’ dell’Uzbekistan (il Pamir è padre di tutti i grandi fiumi del Centro Asia, l’asso nella manica del Tagikistan per l’assetato secolo a venire). Il Penj s’innesta sulla valle del Wakhan, una delle antiche vie maestre per arrivare in Cina. La via di Marco Polo. Di là è Afghanistan, una regione imparentata coi tagiki di qui, gente dalle vesti variopinte. La valle è un’oasi enorme e rigogliosa, la prima dopo il Fergana, e fa rifiatare dagli estenuanti spigoli dell’altopiano. Ci son villaggi in terra cruda e bei campi arati, ci son cammelli al pascolo, pastori e capre, file di donne cariche di fascine. Un mondo lento, lungo il quale si stagliano rovine di antiche fortezze e templi buddhisti, che questa fu anche la via occidentale dei monaci che venivano dalle rinomate università-monastero del Gandhara, ora nell’alto Pakistan.
La dinastia samanide
Poi la valle diventa una gola più o meno angusta, di nuovo M41, ancora con le montagne afghane in faccia, il fiume affianco e i sobbalzi sulle reni. Le rare anse si fanno oasi sui due lati, come Khorog, vivace capitale di provincia, piena di mercati e pulmini carichi, già proiettata verso i passi che portano giù a Dušanbe.
Nella capitale, per le vie e le piazze, i tagiki sventrano la città sovietica e creano la narrazione del loro mito nazionale. Parte da Ismail I, emiro della dinastia samanide che ha riunificato la Persia storica (sec. IX-XI) spostandone il centro nella sua periferia, a Bukhara, tuttora città tagika, ma (come Samarcanda) in esilio in terra uzbeka, per i soliti ritagli coloniali. Così, Dušanbe, ex villaggio senza importanza, si è fatta carico del testimone. Lì, il colosso di Ismail sotto un arco tutto d’oro ne domina oggi la piazza principale, con un parco scenico innaffiato da fontane e una collina su cui torreggia, neoclassica, la locale Casa Bianca. In Tagikistan tutto è samanidi, fino alla moneta nazionale, il somoni, o al Picco del Comunismo (7.495 m), già vetta più alta dell’Urss e terza del Pamir, ora reintestato a Ismail Samani. Tutto fa brodo, per irrobustire la coscienza nazionale. Persino vietar per legge i nomi arabi o russi, tagikizzando anche i cognomi, come ha fatto anche il presidente a vita, Emomali Rahmon, che fino a qualche anno fa si chiamava Rahmonov.
Ma poi, se penso a noi che guardiamo spesso a Roma, mi stupisco che non sia addirittura come auspicherebbe l’amico Amirbek, fruttivendolo nel bazar centrale (nuovo e lindo come una sala da ballo), che sostiene che tutto nasce ben più indietro, comincia dai sogdiani, la cui lingua fin dal VI sec. a.C. era lingua franca lungo la Via della seta, fino in Cina. Lui, dice, ne è prova vivente, uno dei pochi che ancora parlano yaghnobi, un dialetto in via d’estinzione che si considera, appunto, suo erede diretto.
Di questo passo, non mi stupirò se incontrerò qualche discendente dell’uomo di Denisova!




