È la G219. Attraversa uno dei paesaggi più alti e remoti della Terra. Tra passi oltre i quattromila metri, laghi e villaggi sospesi tra le montagne, segue l’antica via che collegava l’Asia centrale alla Cina. Un viaggio dove natura, storia e frontiere si incontrano.
Testo di Palo Brovelli
Ogni mio viaggio da queste parti comincia allo stesso modo: con il saluto della statua di Mao Zedong nel centro di Kashgar. Quel braccio alzato lo prendo sempre come un buon auspicio. Del resto, lui, di lunghe marce se ne intendeva. Qui siamo in uno dei cuori più profondi dell’Asia, uno dei posti più lontani da ogni mare, dove i fiumi colano verso bacini interni e si dissolvono nella sabbia. Posti ancora remoti, nonostante le loro città crescano, si sviluppino e si trasformino – bisogna ammetterlo – da periferie a nuovi centri. Specie qui, che siamo in questa nuova Cina “esterna”, una regione che proprio per questo mi affascina: per essere nuova… e per essere esterna… per essere Cina.
Qui, nello Xinjiang, le Province Nuove, la provincia più estesa della Cina, tutta la roccia che ho valicato, salito e ridisceso per giorni di là dal confine s’è fatta sabbia. Un’enorme, sconfinata distesa d’arena che è il risultato di un antico mare prosciugato dagli eoni. Un bacino endoreico, direbbero quelli bravi, o più semplicemente un mare interno che ora si chiama Taklamakan, ed è un deserto: il “deserto da cui non si ritorna”. Custodito da una corona di monti eccelsi, le catene del Tian Shan e del Kunlun Shan, c’è un fiume che gli scorre in mezzo. È il Tarim, un fiume errante come il lago in cui si getta. Ora lo vedi, ora scompare: il Lop Nur migra. Fino a che qualcuno non si prenderà la briga d’imbrigliarlo. Intorno stanno le oasi, coi pioppi e i canali, e i coltivi. E adesso anche le fabbriche, le autostrade, le caserme… con le moschee che si perdono già tra i palazzoni candidi e cubici portati dalla marea della nuova ondata coloniale che viene da oriente proprio per annegare il vecchio e rifondarci un nuovo ordine.
I signori dell’Asia centrale
L’antico adobe dei paesi è stato sciolto, sostituito da uno finto con l’anima in cemento, che sta già per somigliare a quello antico. Gli uiguri, i turchi orientali qui da più di mille anni, già più volte signori dell’Asia centrale, chinano la testa di fronte al progresso del Partito (“che pensa per il tuo bene”, recita spesso sui muri, a rosso vivo) e ai manganelli ormai onnipresenti, sguainati dalle casematte che sono ora a ogni angolo di strada, come da tempo in ogni angolo del Tibet, provincia cugina d’attenzioni “nemiche”.
Branca della Via della Seta, la strada che scelgo d’imboccare si snoda tra i monti del Kunlun Shan e il deserto, e si dirige a sud-est, passando per Yarkand e Hotan, sedi di antichi regni buddhisti, tra i primi al di qua dell’Himalaya, perché vicini ai centri monastici e universitari del Gandhara, ora nel Pakistan centro-occidentale. Fiorirono dal I al IX secolo sotto il governo di genti indoeuropee, i Saka, imparentati con gli Sciti delle steppe. Nulla resta, però, del loro passato remoto, di templi e mandala, se non sotto sabbie lontane, e ora va dissolvendosi anche quello più recente, uiguro e islamico, coperto dal cemento. A parte la maestria dei setaioli, i primi fuori dell’antica Cina, e i giacimenti di giada.
Ma è lassù – vedi? – lassù, a sud, oltre il Kunlun Shan, che la sabbia torna a essere roccia, pietra, e sale, sale fin tra le nuvole e, arrampicandoti lungo i canaloni delle acque che caracollano rapide giù verso il Tarim, ci trovi un altopiano a perdita d’occhio. Ci trovi dragoni a far la guardia ai templi. Che ora sono preservati, o ricostruiti, per amor di storia… anzi, di turismo. La strada si chiama G219, nel freddo gergo del catalogatore, ma mi piace chiamarla col nome più romantico di Strada del Cielo, perché è una delle più elevate al mondo, piena di uno stato effimero fatto di deserti, pianure sassose, villaggi di baracche, montagne innevate tra le più alte del pianeta, laghi da sogno, vestigia di antichi regni perduti. E polvere.
Panorami mozzafiato
Il Tibet, nel suo Far West, m’accoglie con l’Aksai Chin, landa di soda battuta dal vento, contesa da decenni tra Cina e India, che la rivendica come regione del vicino Ladakh. È, per me, l’inizio di un altro Tetto del Mondo, che in questo punto s’eleva fino a oltre 5.000 m e ci rimane per quasi duecento chilometri, prima di ridiscendere di qualche centinaio di metri. Pochi chilometri, e ben asfaltati, che però, per la meraviglia dei panorami e dei passi, davanti ai quali non si riesce a non fermarsi per perdere lo sguardo intorno, corrispondono a quasi un giorno della mia marcia. E il fiato lo mozzano davvero, anche da fermi.
Quassù non si vive e non s’è mai vissuto, e bisogna scollinare e scendere un po’, almeno a 4.600 m, per trovare i primi abitati, sparuti, eredità di centri carovanieri come Rutok, per esempio, sull’antica via per Leh, in Ladakh, o sinistre mutazioni dei tanti acquartieramenti dell’Esercito Popolare di Liberazione, come Domar, che qui le nuove città le fondano i militari, come i castra nell’antica Roma. A Rutok, appunto, stanno ricostruendo il monastero, splendente nelle sue nuove pitture parietali di Buddha, bodhisattva, svastiche e pagode. Tutto splende dorato e rosso vivo, e tutto odora d’incenso, coi monaci presi nelle faccende quotidiane, come in ogni monastero che si rispetti. E dalle finestre, alte sulla rocca, s’apprezza la pista che porta a sud, a una delle tante frontiere chiuse con l’India.
La Strada del Cielo è un filo tra i monti, una via obbligata, come tutte le altre qui. Seguono le valli, evitano i guadi più pericolosi, scavalcano passi evitando i cocuzzoli come prima evitavano i nemici. Come quella verso il mitico Regno di Guge sul trono delle sceniche rovine di Tsaparang, l’antica capitale, affacciata sul canyon del Langchen Tsangpo (il fiume Sutlej, più a valle il maggiore dei cinque fiumi del Punjab), tra lo spettacolo roccioso della Foresta Pietrificata di Zanda. Templi, stupa, sale di ricevimento, palazzi che affiorano dalla montagna fieri come quando, nel X secolo, controllavano un’altra carovaniera per il subcontinente indiano e generavano i monaci che avrebbero riportato la parola del Buddha per tutto il Tibet.
Sorgente dei grandi fiumi
Più avanti, il Monte Kailash, la montagna sacra, è un’altra perla sulla mia strada. Fonte di vita, dalla sua punta austera sgorgano quattro dei maggiori fiumi dell’Asia, tra cui il Brahmaputra e l’Indo. Buddhisti, bon, induisti, giainisti… tutti arrivano infervorati a compiere la kora o la yatra, a seconda del credo, la circumambulazione rituale. Gli indiani sono coperti come al Polo. Questi che vedo in giro nel villaggio vengono da Mumbai, sono tropicali, e non si tolgono mai il piumino fornito dall’agenzia turistica e gli scarponi, neanche coi 20 °C delle ore diurne.
E i camion rombano carichi. Vengono dall’est, sono tanti, e portano la Cina a ovest, per far città, per far la Cina ancor più grande. Per questo la strada adesso è bella e larga, che ci devono arrivare le ruspe per prelevare i minerali, o le armi perché tutto resti in ordine, là sui pascoli, tra le tende nere di pelli di yak, tra le mandrie e le greggi, coi bimbi sgualciti e sporchi che corrono a nascondersi, le donne che filano o cuociono brodi nei mastelli, e gli uomini incartapecoriti che lasciano il lavoro per offrirti quel tè fatto di burro salato a cui sorridi a mezzo.
Tante saranno le montagne da record che sfileranno alla mia destra, sul bordo meridionale dell’altipiano, lungo il corso dello Yarlung Tsangpo, che in India diventerà il Brahmaputra, persino il Chomolungma, ossia la Madre dell’Universo: l’Everest. E tanti i monasteri, i templi e gli stupa del mio viaggio fino a Lhasa, la capitale di questa provincia cinese del Tibet. Poveri, ricchi, splendidi o fatiscenti, non importa. Sul mio cammino, per quanto impervio, ci sarà sempre qualcuno che mi lascerà qualcosa e che, nel bisogno, mi tenderà una mano. Porta fortuna aiutare i viaggiatori.




