Il lamassu, il Toro Alato degli Assiri, non era una statua qualunque. Era un guardiano. Corpo di toro, ali d’aquila, volto umano. Vegliava sugli ingressi dei palazzi di Ninive come un confine sacro tra il caos e l’ordine, tra il mondo degli uomini e quello degli dèi
Testo di Fausta Filbier
Oggi, di questa meraviglia del passato, restano pezzi: un volto incrinato, un torso mutilato, superfici ferite da colpi volutamente inferti. Non incute più né timore né protezione. È diventato frammento, silenzio, interrogativo. Testimonianza brutale di ciò che l’estremismo islamista ha tentato di fare alla Storia, cancellandola per paura di ciò che ricorda.
Siamo nel 2015 a Mosul, città del nord iracheno sul fiume Tigri, un tempo crocevia di culture e fedi lungo la Via della Seta. Il suo Mosul Cultural Museum, che custodisce una delle più grandi raccolte archeologiche del Medio Oriente, viene distrutto sotto i colpi metodici dei miliziani dell’Isis. Da un anno, l’Isis occupa Mosul, diventata capitale e simbolo della sua potenza militare. Proprio dal minareto della Moschea di Al-Nuri, il capo dell’Isis in Iraq, Abu Bakr al-Baghdadi, nel 2014 aveva proclamato il califfato. Mosul verrà liberata nel 2017, dopo una battaglia durissima, durata nove mesi e combattuta casa per casa, che devasta soprattutto la città vecchia. A fronteggiarsi, da una parte, i guerriglieri jihadisti, dall’altra, il leggendario team S.W.A.T. Ninive (da vedere, su Netflix, il film Mosul del 2019) e l’esercito iracheno riorganizzato che, negli anni precedenti, insieme ai peshmerga curdi, a milizie sciite (Aashd al-Shaabi) e a una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, aveva riconquistato le altre città del Nord Iraq, cadute in mano all’Isis.
Furia iconoclastica
Ma è a Mosul che, in tre anni di occupazione, i miliziani dell’Isis sfogano tutta la loro furia iconoclastica, instaurando un regime di terrore, che si rifà alla più oscurantista legge islamica. Oltre a raccapriccianti punizioni ed esecuzioni pubbliche e a persecuzioni di cristiani, sciiti, yazidi, fanno saltare la Moschea di Al-Nuri e il suo minareto, bruciano libri, manoscritti, le mura millenarie e i templi monumentali di Ninive, capitale assira sotto il re Sennacherib (704-681 a.C.) e il re Assurbanipal (668-626 a.C.), nonché centro del culto di Ishtar, dea dell’amore e della guerra, usano i bulldozer per abbattere il sito di Nimrud, una delle capitali dell’Impero neo-assiro (IX-VII sec. a.C.), ricca di palazzi, statue, rilievi. Ma, soprattutto, prendono letteralmente a mazzate i reperti archeologici del Museo, compresi quelli conservati nella Sala Assira. Il danno è catastrofico, perché proprio le collezioni di Mosul offrivano uno spaccato delle vicende della regione, dai sumeri fino all’arte islamica. Dal Toro Alato alle tavolette di argilla con iscrizioni sumere, assire, accadiche, babilonesi, dalle ceramiche alle stele: tutto sbriciolato. Dei reperti antichi, lasciano cumuli di macerie e polvere, nel tentativo di spezzare e cancellare i simboli di protezione, continuità, civiltà. Non paghi, diffondono i video della loro opera distruttrice: uno shock mondiale, una barbarie assoluta, che colpisce al cuore la Mesopotamia, culla della Storia del Mondo, e che cancella le radici dell’intera umanità.
Ma, in un luogo così iconico come il Museo di Mosul, oggi i frammenti parlano più di quanto facessero le statue e le tavolette integre. Raccontano di iconoclastia e di terrore, ma anche di resistenza. Perché quei resti non sono stati gettati via. Sono stati tutti, ma proprio tutti, minuziosamente raccolti, catalogati, studiati. Salvati.
Il Museo, compreso l’edificio che lo ospita, costruito negli Anni 50 del secolo scorso ed espressione dell’architettura moderna irachena, ma anche molti altri siti della città, tra cui tre dei suoi monumenti più significativi – la Moschea Al-Nouri con il minareto, la Chiesa di Al-Tahera, il Convento di Al-Saa’a – sono stati restaurati grazie ai fondi ricavati dalla campagna “Revive the Spirit of Mosul”, lanciata dall’Unesco nel 2018, che ha mobilitato fondi internazionali e collaborazioni. I finanziamenti sono arrivati da vari Paesi, università, fondazioni, istituzioni e privati, con contributi specifici dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Unione Europea.
Una nuova competenza irachena
“Il complesso lavoro di restauro è iniziato nel 2021” racconta Ahmed Al-Mukhtar, curatore del Museo delle Culture di Mosul” ed è svolto da giovani archeologi e tecnici iracheni supportati da esperti del Louvre di Parigi.” Una collaborazione fondamentale, perché la rinascita del Museo coincide con quella di una competenza locale capace, in futuro, di prendersi cura in autonomia del proprio patrimonio. Oggi, i restauratori si muovono intorno ai frammenti con rispetto quasi rituale. Il lavoro è chirurgico: si rimettono insieme pezzi di lamassu, teste di re, rilievi provenienti da Ninive e Nimrud, usando tecniche tradizionali e nuove tecnologie digitali. In alcuni casi, volutamente, si lasciano evidenti le ferite. Non sempre, si potrà restituire una forma completa. Forse, non è nemmeno questo l’obiettivo. Perché, proprio queste ferite, trasformano la statua in testimonianza: non solo di un culto antico, ma di una violenza moderna, che ha provato – invano – ad azzerare il passato. Raccontando ciò che è accaduto e diventando parte della narrazione museale. Prima fra tutte, la voragine nel pavimento della Sala Assira, provocata dalla dinamite usata per far saltare una piattaforma su cui si trovava un trono del IX secolo a.C. che, distruggendosi, sprofondò. Un soppalco appositamente creato permetterà di vederla ancora aperta, così come l’hanno lasciata i jihadisti.
Il Toro Alato e tutte le altre statue, nella loro condizione spezzata, hanno assunto un nuovo significato. Non sono più soltanto divinità antiche, ma simboli della vulnerabilità della memoria e, insieme, della sua capacità di sopravvivere. Anche in frantumi. Una scelta etica, prima ancora che museografica. Ricorda che la ricostruzione non è sempre riparazione perfetta, ma accettazione consapevole delle cicatrici.
“Il Museo di Mosul aprirà a inizio 2027” spiega Ahmed Al-Mukhtar. “E non sarà più solo un luogo di esposizione, ma uno spazio di educazione, consapevolezza e dialogo”. Davanti ai frammenti, il visitatore comprenderà che la Storia può essere colpita, spezzata, umiliata. Ma non cancellata. Il Museo parlerà di fanatismo e di conoscenza, di perdita e di responsabilità collettiva. E restituirà alla città una parte della sua anima più antica. In una Mosul che lentamente si ricostruisce, tra moschee e case, ponti e mercati, questo Museo racconterà che la rinascita più difficile – e forse la più necessaria – è quella della memoria.



