Ghadames, labirinto di sabbia - Tucano Viaggi Skip to main content

Sette quartieri racchiusi da antiche mura, vicoli ombrosi e palmeti: la città-oasi nel Sahara libico, oggi Patrimonio UNESCO, si anima ogni anno con il Festival dei datteri. Tra mercati, danze e profumi di spezie…

 

Testo di Fausta Filbier

 

Sette. Questo numero mi accompagna appena varco le antiche mura: sette quartieri, sette anime di pietra e polvere, ognuno con la sua voce, il suo respiro. Cammino piano tra le piazze silenziose, i mercati vuoti e le moschee che si ergono solenni; eppure, sento il rumore lontano delle carovane, dei passi che non ci sono più, dei mercanti che ridono sotto il sole. Ogni angolo della città sembra ripetere la mia meraviglia sette volte: sette archi, sette zinqas, sette lucernari che filtrano la luce calda, come lampade accese in un sogno antico.

Ghadames mi appare come un’oasi sospesa nel tempo, nel deserto occidentale libico, dove Algeria, Tunisia e Libia si sfiorano come confini invisibili eppure palpabili. Il vento porta con sé il sapore della sabbia, il profumo dei datteri maturi, l’odore della terracotta riscaldata dal sole, e io lo seguo come un filo invisibile che mi guida nei vicoli tortuosi. Qui, dove le rotte delle carovane un tempo si intrecciavano con quelle dell’Africa Nera e del Mediterraneo, cammino tra le tracce di chi è passato prima di me, e sento la città parlare, raccontare, ricordare.

Finestre e porte decorate

Le zinqas, strette e ombrose, mi accolgono come mani amiche. Il legno di palma dei passaggi coperti emana un profumo dolce e terroso, mescolato alla polvere fine che si solleva sotto i miei passi. Dai lucernari filtra una luce dorata, che danza sui muri ocra e bianchi e mi invita a guardare in alto, a respirare lentamente, a lasciarmi attraversare dal tempo. Ogni porta decorata con madreperla, ogni finestra con griglie di legno intagliato, è un segreto custodito, una storia sospesa, una promessa di vita che si rinnova nonostante il silenzio che oggi regna qui.

Mi fermo a osservare le case. Alcune sono chiuse da anni, altre attendono solo un ritorno. Immagino le mani che le hanno costruite, le voci che hanno animato le stanze, i bambini che hanno corso nei cortili. Penso ai commercianti che una volta si stringevano la mano nelle piazze, agli uomini e alle donne che preparavano spezie e tessuti, ai cammelli che riposavano all’ombra dei palazzi. Io cammino tra le loro ombre e sento la mia stessa presenza amplificata dal silenzio, come se fossi un’eco che la città accoglie e risponde.

L’acqua scorre sotto di me, invisibile, dai pozzi artesiani e dalla sorgente di Ain al-Faras. Sento il suo mormorio, che sembra raccontare la leggenda della mia nascita. Intorno a me, i giardini dell’oasi respirano, irrigati da canali invisibili. Il verde dei palmeti esplode tra la sabbia, e i datteri pendono come gemme dorate. Annuso l’aria: un miscuglio di terra calda, frutta matura, spezie dimenticate, fumo di legno bruciato, e sento che ogni passo mi porta più vicino a un passato che non posso toccare, ma posso percepire.

La festa dei datteri

Durante il Festival dei datteri, quando la città si risveglia, tutto cambia. Le porte si aprono, i muri si calcinano, le ghirlande pendono dalle finestre e profumano di palma fresca. I bambini ridono tra i vicoli, gli anziani parlano seduti sulle soglie delle case, e io cammino tra loro come un osservatore privilegiato, sentendo il battito della vita che torna a scorrere tra le mie mani. Mercati improvvisati, canti e danze, cavalli e cammelli che sfidano la polvere: tutto sembra tornare a respirare come un corpo antico che si muove con grazia ritrovata.

Ma è nei momenti più silenziosi che Ghadames mi parla davvero. Quando il vento attraversa i vicoli deserti, quando il sole cala dietro le mura ocra, quando il mio passo è l’unico rumore che rompe il silenzio, sento la città raccontarmi di sé: della sua forza, della sua fragilità, della bellezza che resiste nonostante tutto. Io cammino, osservo, ascolto, e mi accorgo che Ghadames non è solo un luogo: è memoria, è sensazione, è un viaggio dentro il tempo e dentro di me.

Sette. Sempre sette. Sette quartieri, sette piazze, sette voci che si sovrappongono nella mia testa mentre cammino, mentre sento il profumo dei datteri, il vento che porta la polvere, il rumore dei passi lontani. Io scopro Ghadames, ma in realtà è lei che scopre me, che mi insegna a vedere il silenzio, a sentire la luce filtrare dai lucernari, a respirare con lentezza tra vicoli e giardini, tra storia e leggenda, tra ombra e sole. Ogni passo è un dialogo, ogni respiro un racconto, ogni angolo un frammento di un passato che si fa presente sotto i miei occhi.

Io cammino, e Ghadames mi accompagna, passo dopo passo, zinqa dopo zinqa, luce dopo luce, silenzio dopo silenzio.

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Fausta Filbier

Fausta Filbier, nata a Roma, con radici che si intrecciano tra le montagne del Tirolo, le coste bretoni e il sole di Napoli, porta nel cuore un mosaico di terre e culture. Cresciuta a Trento, ha...