È un po’ come il popolo degli elfi di derivazione nordica e celtica. L’Huldufólk ha un ruolo particolare nell’immaginario collettivo islandese. Creature fiabesche? Non solo. Anche presenze che continuano, ancora oggi, a muoversi nelle luci incerte del crepuscolo o nelle lunghe notti boreali
Testo di Amanda Ronzoni
Tra i magnifici scenari naturali dell’Islanda, tra cascate, deserti, ghiacci e pareti di basalto colonnare, che sembrano disegnate da mani gigantesche, ci sono presenze sussurrate, personaggi di favole e leggende il cui volto si intravede tra le rocce vulcaniche, potenze che è meglio non disturbare. Alla domanda, se credano o meno nel popolo nascosto, la maggior parte degli islandesi risponde che non è che non ci credano. Del resto, come si fa a dire con certezza che esista qualcosa che non ci è dato di vedere? I sondaggi mostrano una significativa percentuale della popolazione (tra il 30% e il 50%) disposta ad ammettere l’eventualità che tali esseri esistano, pur non avendoli mai visti direttamente. Questo atteggiamento riflette una forma di rispetto per l’ignoto e per ciò che non può essere misurato con strumenti scientifici.
L’huldufólk – letteralmente “popolo nascosto” – mostra figure centrali nel folklore islandese, profondamente radicate nella tradizione del Paese. Spesso assimilato al popolo degli elfi di derivazione nordica e celtica, l’huldufólk costituisce un’entità distinta, con caratteristiche uniche e un ruolo particolare nell’immaginario collettivo isolano. Non si tratta semplicemente di creature fiabesche, ma di presenze che continuano, ancora oggi, a muoversi nelle luci incerte del crepuscolo o nelle lunghe notti boreali, a volte persino incidendo sulle scelte dell’amministrazione locale in materia di pianificazione urbanistica, sicuramente configurando in modo peculiare l’atteggiamento degli islandesi nei confronti del paesaggio naturale.
I figli sporchi di Eva
Il termine huldufólk compare per la prima volta nei testi scritti islandesi nel XIX secolo. Tuttavia, si tratta di credenze molto più antiche, tramandate oralmente per secoli. La loro origine mitica viene spesso collegata alla tradizione cristiana, secondo la quale l’huldufólk sarebbe nato dai figli che Eva nascose a Dio quando questi si recò in visita da lei. Per vergogna, Eva nascose i figli sporchi e mostrò solo quelli presentabili e puliti. Dio, che tutto conosce, dichiarò allora che quanto gli era stato nascosto, sarebbe rimasto invisibile anche agli occhi degli uomini, condannando questi bambini a vivere senza essere visti.
Al di là dell’influenza cristiana, le radici dell’huldufólk ci riportano al paganesimo norreno. In molte leggende islandesi, ricorrono come esseri che abitano una dimensione parallela, simile a quella umana, accessibile solo in condizioni particolari. Spesso rappresentati di bell’aspetto, vestiti elegantemente, vivono all’interno di contrafforti rocciosi o colline. Di indole cortese e civile, possono diventare vendicativi se minacciati o disturbati. Rientriamo così nel concetto di “sacro” come elemento potenzialmente pericoloso (non necessariamente nell’accezione di maligno o negativo), tipico di tutte le tradizioni religiose degli albori.
L’huldufólk incarna un atteggiamento tutto islandese nei confronti della natura. Il paesaggio ne esce quasi sacralizzato: la presenza di questi esseri è spesso evocata in connessione a particolari formazioni geologiche, come rocce solitarie dalle forme insolite, colline panciute, buchi nel terreno che si aprono improvvisi, l’incredibile convivenza di due elementi, che potremmo dire antitetici, come ghiaccio e fuoco. Ecco dunque che il senso di meraviglia di fronte alla natura crea il “sacro”, letteralmente incorporato in tratti specifici del paesaggio (in questo richiamando il concetto di shintai, corpo del divino, tipico dello shintoismo giapponese). Non stupisce dunque che, ancora oggi, capiti che i piani per la costruzione di strade o edifici vengano modificati o ritardati per evitare di disturbare l’huldufólk che presumibilmente abita determinati luoghi. Sono numerosi i casi documentati in cui, ingegneri e funzionari, hanno preso sul serio le indicazioni della popolazione locale, preoccupata che i lavori in corso potessero turbare gli spiriti nascosti.
Potremmo pensare dunque che il mito dell’huldufólk funga da meccanismo culturale a protezione dell’ambiente. In un territorio estremo e attivo dal punto di vista geologico come quello islandese, proprio per questo anche tanto fragile, credenze di questo tipo agiscono in deterrenza alla sconsiderata attività antropica sul territorio.
Anche nel panorama letterario, l’huldufólk occupa un posto speciale. A partire dalle saghe medievali in cui appaiono come spiriti o landvættir (genius loci), è con il XIX secolo che, complice un rinnovato gusto romantico per le tradizioni nordiche, il popolo nascosto trova una collocazione più definita nel panorama culturale, come elemento fondante dell’identità nazionale di un’Islanda che aspirava all’indipendenza dal regno danese.
Il crepuscolo degli dèi
Nelle saghe islandesi, che fungono da mappa genealogica per la popolazione, con le numerose storie di eroi, guerrieri e briganti, molti eventi si svolgono in luoghi reali ancora oggi visitabili e che conservano nei loro toponimi tracce del mito. Un esempio per tutti è il canyon di Ásbyrgi (la Gola degli dèi) che, secondo la leggenda, rappresenta l’impronta dello zoccolo di Sleipnir, il cavallo a otto zampe di Odino.
Nel pensiero norreno, la natura ha dunque un’anima, un carattere e una volontà propri. Prendiamo ad esempio i landvættir (genius loci): abitavano appunto luoghi specifici ed erano in grado di influire sulla vita umana, favorendo chi li rispettava e perseguitando i rei. In Islanda, il concetto di landvættir si materializza nello stemma nazionale, che raffigura un drago, un gigante di pietra, un toro e un’aquila/grifone che proteggono i quattro angoli dell’isola.
Una particolare fascinazione per la mitologia islandese ha mostrato lo scrittore argentino Jorge Luis Borges. Basta scorrere alcune delle sue opere, come Manuale di zoologia fantastica, Altre inquisizioni, e Il libro degli esseri immaginari. La sua prospettiva è al contempo letteraria, metafisica ed estetica, con una vena di malinconia e fatalismo, che ben si adatta allo spirito della tradizione norrena. L’essenzialità narrativa, la chiarezza stilistica e la fredda accettazione del destino che si realizza nel Ragnarok, o crepuscolo degli Dei, secondo Borges rendono la narrativa tipica delle saghe islandesi un modello di eleganza tragica, caratterizzata da un’oggettività epica, dove la parola non fornisce consolazione, ma diventa elegia dell’ineluttabile. Ed è così che la fascinazione per una terra di fuoco e di ghiaccio, appesa ai confini del mondo, dove il tempo e lo spazio giocano secondo parametri diversi che ad altre latitudini, si incarna nei suoi paesaggi, che diventano quindi panorami mentali per una geografia dell’anima.



