I diari della bicicletta (con motore) - Tucano Viaggi Skip to main content

“L’Argentina è perfetta se vuoi trovare spazio”. Lo scriveva un giovane Ernesto Guevara: da Buenos Aires era diretto a Nordovest. Mille chilometri di paesaggi strepitosi e improvvisi, dove le montagne impazziscono di colori. “Sono colmo di bellezza” diceva. Ma le Ande, in fondo, sono un’illusione…

 

Testo di Andrea Semplici

 

Il Latinoamerica è una storia di viaggiatori, di gitani sedentari, che mai smettono i loro vagabondaggi. Una volta, anni fa, mi misi in testa di seguire una leggenda di questo andare per il continente sudamericano. Aveva ventidue anni, studiava con qualche svogliatezza medicina, e addosso aveva la voglia di andarsene per il mondo. Il primo gennaio del 1950, un imberbe Ernesto Guevara lasciava Buenos Aires in sella a una bicicletta motorizzata. Davanti a sé aveva mille e più chilometri, era diretto al Grande Nord, verso le Ande, verso l’Argentina più solitaria. Aveva sessanta pesos in tasca.

Aspetto “Ernesto” là dove cominciano i canyons scavati dalle acque del Rio de las Conchas, il fiume delle Conchiglie, corridoio di ingresso a queste regioni. Questa è la Quebrada de Cafayate ed è un buon posto per aspettare: il paesaggio è strepitoso e improvviso, un arcobaleno di roccia. Qui le montagne impazziscono di colori.
Vedo arrivare Ernesto, sta pedalando, di colpo si ferma come sorpreso. Rimane lì, imbambolato mentre il canyon cambia tonalità con il passare delle nuvole in cielo. Sul suo diario scriverà: «Sono colmo di bellezza». Nella quebrada le montagne sanno trasformarsi, diventano viventi: assumono la forma di un Sapo (il Rospo), di un Fraile (il Frate) fino alla foresta di pietra delle torri merlate dei Castillos e l’anfiteatro nascosto della Garganta del Diablo. Ernesto mi saluta con un gesto del braccio: “L’Argentina è perfetta se vuoi trovare spazio”.

Salta, San Felipe de Salta, capoluogo del Nord dell’Argentina, oramai è vicina. Sono vicine le grandi Ande. Lascio “Ernesto” mentre se ne va a cercare qualcuno che lo ospiti. Io ho voglia di assaggiare empanadas seduto in un’osteria sotto i portici della piazza centrale. Salta, la Bella. La Ciudad linda. Conservatrice, coloniale, pretenziosa. La città sfoggia eleganza, modernità, superbia e, allo stesso tempo, è fiera dell’eredità di gauchos dal poncho scarlatto. Saltimbanchi sulla piazza e opulenza rurale. A notte, si balla il tango senza la presunzione dei porteños. Si mangia carne e locro, saporito sformato di mais. Si sta bene a Salta.

Ancora più a Nord. A Jujuy, città andina, passeggio per l’affollato Mercado del Sur, assaggio tamales e humita, cibo di strada a base di mais, da donne indie dalle grandi gonne colorate. Jujuy è la frontiera con le terre ancora realmente indigene dell’Argentina. Attorno vi sono le montagne vere, l’immensa solitudine della Puna, il deserto di alta quota che sfiora il cielo.

La strada per la Bolivia attraversa la Quebrada de Humahuaca. È fra le regioni più belle dell’Argentina. A Purmamarca le montagne sfumano in Sette Colori da impressionista, nella dolcezza di Tilcara trovano rifugio poeti e artisti, ai quattromila metri di Salinas Grandes cavatori dalla pelle bruciata estraggono il sale. Voglio raggiungere la solitudine di Iruya. Cinquantaquattro chilometri di strada di terra, priva di parapetti, che vortica su se stessa. Ancora quattromila metri, passo del Condor, c’è un altare di vino e sigarette, doni per la Pachamama, la Madre Terra. Poi precipitiamo di mille metri. Letto di un fiume. Madonne disseminate lungo la strada. Le ruote affondano nei guadi. Poi, in alto, una luce color dell’ambra illumina una chiesa. Arriviamo a Iruya, mille e cinquecento abitanti, mentre si accendono i lampioni. Luci fioche e rossastre. Per strada uomini soli con il cappello nero e il volto di silenzio. Qualche donna passa sfiorando le pareti delle case: hanno la pelle grattugiata dal sole, sono avvolte in maglioni rossi e hanno un bambino imbatuffolato sulla schiena. I ciottoli dei vicoli sono sconnessi. Le donne hanno trasformato le loro cucine in comedor, preparano zuppe di patate e milanesa. Il menù è un foglio di quaderno, alla parete un certificato di “protagonista di turismo responsabile”. All’hostal  Milmahausi ascolto Pablo: suona un Vivaldi “strappaemozioni” con un vecchio violino. Le montagne davanti a me sembrano sgretolarsi in una cascata di detriti.

Alla Poma, a tremila metri di quota, seguo due vecchi fino al cimitero. Lei ha in mano una corona di fiori di carta. L’uomo tiene stretta al petto una Bibbia. È la vigilia del giorno dei Morti. Si va al cimitero per adornare le tombe con nuovi fiori dai colori vivaci. A casa è già pronta la tavola con las ofrendas, le offerte al parente che se ne è andato e che, per una notte, tornerà per la cena di una notte andina.

Arrivo fino alla frontiera con la Bolivia. Per lasciarvi il cuore, immagino. A Yavi, paese invisibile. Quassù, terra solitaria e ventosa, mercanti di muli ebbero la follia di collezionare libri su libri. Ne immagino la saggia pazzia. E forse lo fecero solo perché doña Costantina, con il suo fazzoletto attorno alla testa, potesse custodire una straordinaria biblioteca popolare destinata a contadini immersi nel silenzio.
Poco oltre, là dove la strada finisce, a Yavi Chico, poco più di quattrocento abitanti, paese di frontiera, i bambini di una scuola fondata nel 1917 insegnano alle maestre a distinguere ventisette diversi tipi di mais.
Mi siedo assieme ai bambini e loro cominciano la lezione per me.

Le Ande sono un’illusione.

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Andrea Semplici

Scrittore, giornalista e fotografo, grande viaggiatore e conoscitore dell’Etiopia, che ha percorso in lungo e in largo fino alle regioni meno conosciute, Andra Semplici ha raccontato il mondo...