Il mercato di Tourou e i regni feudali - Tucano Viaggi Skip to main content

Le superstar? Le donne Hidè, che servono la birra di miglio. Al centro? Decine di ristorantini, che grigliano pesce e carne. Poi ancora fabbri, guaritori e stregoni con gli amuleti. A Tourou, nel nord del Camerun, giovedì è giorno di festa e di mercato. E qui, sopravvivono ancora gli antichi regni medievali, con tanto di re e di sultani…

 

Testo di Nicola Pagano

 

Le donne Hidè occupano la parte alta del mercato, sedute all’ombra di un immenso albero del kapok, chiassose e sorridenti. Sono le mescitrici di bili bili, la birra di miglio molto amata da queste parti: spesso, ne bevono più di quanta ne vendano. Indossano una calabasse (una zucca svuotata) a mo’ di copricapo, tutta ricamata e lucida di olio. Sono inconfondibili, e si fanno notare già da lontano. Sono le superstar del mercato che si svolge ogni giovedì a Tourou, in Camerun, nella Regione dell’Estremo Nord.
Al mattino presto, quando il sole non è ancora spietato, scendono con gli otri di birra fermentata dalle pendici orientali dei monti di Tourou, proprio sul confine con la Nigeria, per vendere il prezioso prodotto. Le donne sposate portano uno stecchino che fora la narice sinistra e le loro calabasse sono finemente lavorate. Le giovani, senza piercing, indossano zucche grezze.
Mentre passeggio nelle vivaci stradine di Tourou, le Hidè mi offrono insistentemente la loro birra. Accetto volentieri e loro osservano stupite mentre sorseggio (di solito i toubab, i bianchi, non si fidano a bere). Conosco bene quel sapore aspro e dissetante. Quando restituisco il contenitore vuoto, scoppiano a ridere nel vedere tutta la schiuma rimasta sulla barba. Pago con pochi naira, la moneta nigeriana, che qui è accettata più volentieri del Franco CFA camerunense. Ora siamo diventati amici.

Un organismo antropomorfo

Il mercato transfrontaliero di Tourou è molto più di un semplice luogo di commercio. È un punto d’incontro tra diverse culture, un esempio di come le tradizioni secolari possano fondersi e contemporaneamente rimanere integre.
Mi piace pensare al mercato come a un organismo antropomorfo. Presenta una testa, nel luogo in cui si siedono gli anziani e i notabili, con i loro buffi cappelli e i bastoni intarsiati, a bere il thè e a chiacchierare. C’è la pancia, dove i ristorantini grigliano carne, spiedini di pecora, pesci e manioca. Braccia, nella zona degli utensili agricoli e gambe, dove i fabbri forgiano oggetti di ferro dalla sabbia. La farmacopea tradizionale, con amuleti e pozioni magiche, ne è il baricentro. C’è una linfa vitale che scorre tra i diversi organi, fatta di storie, novità, consuetudini, accordi e amori che accomuna tutti nella differenza.

I Regni feudali

Gli altopiani nordoccidentali del Camerun sono un vero caleidoscopio etnico e linguistico. Qui, sopravvivono ancora antichi regni medievali, le Chefferies. I re vengono chiamati lamido o sultani (tra le popolazioni islamizzate del nord, come i Fulbè), o fon, presso i bantu del centro. La repubblica del Camerun non è riuscita a scalzare il potere di dinastie con alle spalle secoli di storia. Perciò lo “stato che c’è” riconosce di fatto lo “stato che non-c’è”, delegando al sultano il potere locale, come fa ogni governo con il suo prefetto. Chi esce dalle città (Yaoundè o Douala), e si dirige a nord o a ovest, si ritrova in un mondo retto da feudatari: vivono in regge cinte da mura, vantano alberi genealogici plurisecolari e possiedono una valanga di mogli, dato che ognuno eredita quelle del predecessore. Il record è di Oudjilla, a due passi da Tourou: 47 mogli e 113 figli.
Entrando a Laikom, regno sempre sul confine con la Nigeria, cambio dimensione. Rigidi protocolli di accettazione, attese senza fine e una gran paura di trasgredire leggi che non corrispondono alla giurisprudenza conosciuta. Una volta varcate le mura fortificate, può succedere di tutto senza che alcuna notizia trapeli all’esterno. Ho visto celle anguste per trasgressori. Sguscio fuori dal regno, mentre i notabili mi strattonano e domandano soldi.

La Divinità-Ragno

Nella città di Foumban, c’è il palazzo in stile bavarese (il Kamerun era colonia tedesca) di sua maestà Ibrahim Mbombo Njoya, diciannovesimo sultano del glorioso regno bamoun. Ogni venerdì, un corteo lo accompagna alla moschea. A piedi, il sultano percorre i duecento metri che lo separano dai minareti. Avanza lentamente, riparato da un ombrellone multicolore (di origine egizia, simbolo di potere dal Ghana all’Etiopia), preceduto da undici guardie con spade e archibugi, suonatori di lunghe trombe, flauti e tamburi, ventagli e cori di donne che, in disparte, fanno “okh okh okh okh”. Il paradosso bamoun sta nella convivenza dell’islam con la religione tradizionale, quella che considera il ragno una divinità. I regni camerunesi mutarono le Chefferies tradizionali in avamposti islamici cui far pervenire le merci delle carovane transahariane, in mano ai mullah del nord e appannaggio del sultano. Così, se un bamoun il venerdì va alla moschea, il sabato può consultare il primo ragno che passa.

Un paio di veri re del Camerun li ho scovati nei pressi di Bamenda, nell’ovest. A Bafut (quasi non si trova sulle carte) la grande reggia ha mura rosse e cortili, dove sono dipinti i simboli del potere (leoni e leopardi). Gli oggetti più sacri, come la pietra su cui si decapitavano i ribelli e la pietra del fondatore, sono ben visibili prima dell’ingresso. Una grandissima capanna, l’achum, ospita le anime degli avi del fon Abumbi II, re dal 1978. Suo nonno trattava il Kaiser di Germania da pari; Abumbi ha ottenuto dalla Germania i finanziamenti per ristrutturare l’edificio principale e farne un museo di cultura africana. Un danzatore mascherato vortica per più di mezz’ora di fronte alla capanna distribuendo felci adeguatamente ripagate in denaro.

La moglie tedesca

Non lontano, il fon di Bali, Gonyonga III è molto moderno: laureato in Germania, parla quattro lingue europee e ha sposato con una tedesca. Ci sottoponiamo a un rigido protocollo: seduti in semicerchio nel cortile principale si attende che il sultano sia disponibile. Quando il cerimoniere dà il segnale, i presenti devono alzarsi e battere le mani otto volte. Sua maestà appare. Siede su un gigantesco trono scavato nel mogano e intarsiato di conchiglie.
Zanne di elefante, pelli di leopardo ed effigi di leoni lo circondano, a dimostrarne la fierezza e ferocia. L’udienza è accompagnata da ripetuti battimani in segno di consenso ogni volta che il fon parla. Entrano due gruppi di ballerini di corte. Fra un ciclo di otto applausi e un altro cerchiamo di parlare con Ganyonga del suo regno, ma lui elude ogni domanda. Preferisce raccontarci i suoi viaggi in Costa Brava, a Roma e a Francoforte.

Lo stregone del Granchio

Sempre più a Nord, il Camerun si incunea fra Nigeria e Ciad con il lago omonimo. Attraverso un paesaggio lunare di picchi vulcanici strapiombanti, si raggiunge il villaggio di Rumsiki. Da tutta la regione giungono qui agricoltori preoccupati per le messi, novelli sposi che non riescono ad avere figli, genitori preoccupati e persone con ogni tipo di problema. Qui risiede il famoso “sorcier du crab”, lo stregone del granchio. È un uomo senza tempo, occhi lucidi e penetranti. Utilizza un grosso granchio di fiume come oracolo. Vede il futuro ed elargisce preziosi consigli a pagamento. Sembra sia infallibile. Speriamo, visto che ci ha garantito un sereno rientro in Italia.

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Nicola Pagano

Antropologo, alpinista e musicista trentino con la passione per il mondo e i suoi popoli. Terminata l’università è in Australia per apprendere l’uso dello strumento a fiato degli aborigeni, il...