Kon-Tiki, un’avventura straordinaria - Tucano Viaggi Skip to main content

Thor Heyerdhal, esploratore norvegese, attraversò l’Oceano Pacifico con una zattera. Il suo obiettivo? Dimostrare che le popolazioni del Sud America potessero aver raggiunto la Polinesia, influenzandone la cultura

 

Testo di Willy Fassio

 

Sin da ragazzo sono stato affascinato dalle vicende e dalla vita degli esploratori. Mi colpiva il desiderio di scoperta dell’ignoto e di antiche civiltà e il tentativo di riempire gli immensi spazi vuoti delle carte geografiche. Ho letto avidamente la storia di Marco Polo, del naturalista Humboldt, di Charles Darwin, di Burton, Speke e Livingstone, per citarne alcuni. Mi chiedevo come uomini “tanto piccoli” potessero decidere con la loro volontà, la loro perseveranza e immaginazione, di dare una dimensione umana a ciò che sino ad allora era sconosciuto. In questi miei ricordi non poteva mancare la figura di Thor Heyerdhal, il leggendario esploratore e navigatore norvegese che affrontò le vastità dell’Oceano Pacifico per dimostrare come popolazioni del Sud America, in epoca precolombiana, potessero aver raggiunto e influenzato le culture della Polinesia sfruttando le correnti marine e i venti favorevoli. Nel panorama delle grandi imprese del Novecento, poche hanno saputo fondere scienza, avventura e visione culturale come la traversata del Kon-Tiki, la zattera con cui Thor Heyerdahl nel 1947 attraversò l’Oceano Pacifico dal Perù alle isole della Polinesia.

Un esploratore controcorrente

Heyerdahl (1914-2002) non nacque come uomo di mare. Anzi, da ragazzo aveva persino paura dell’acqua. Eppure, la sua curiosità per le civiltà antiche e la sua formazione in zoologia, geografia e antropologia lo portarono ben presto oltre i confini del laboratorio. Dopo aver studiato la fauna e la cultura delle Isole Marchesi, nel cuore del Pacifico, Heyerdahl maturò l’idea che gli antichi scambi tra continenti fossero stati più intensi di quanto la comunità scientifica del tempo ritenesse possibile. La sua convinzione trovava un fondamento nei miti e nei nomi delle divinità mitologiche sia del Perù sia della Polinesia. Da qui nacque il nome della spedizione: Kon-Tiki, il Dio del Sole.

La costruzione del Kon-Tiki

Per verificare la sua ipotesi, Heyerdahl decise di affrontare il Pacifico con la primitiva tecnologia disponibile a un antico navigatore precolombiano. La zattera doveva dunque essere costruita senza metallo, con materiali naturali e tecniche tradizionali. Il legname prescelto era la balsa, un’essenza leggera ma resistente, originaria dell’Ecuador. Ottenere i tronchi – lunghi fino a quasi 14 metri e con un diametro di circa 60 centimetri – fu già un’impresa. Nove di essi costituirono la base galleggiante, legati insieme da corde di canapa. A completare la struttura, traverse di balsa, bordi in pino e un albero maestro formato da tronchi di mangrovia. Nessun chiodo, nessuna parte metallica: tutto secondo le tecniche descritte dai cronisti spagnoli del XVI secolo. Sulla piattaforma di dieci metri trovava posto una piccola capanna ricoperta da foglie di banano, il timone di mangrovia, lungo quasi sei metri, una vela principale di tela bianca (4,6 x 5,5 m) sulla quale era dipinta la barba del dio Tiki, simbolo della spedizione.

Un equipaggio di scienziati e sognatori

Heyerdahl partì dal porto di Callao, in Perù, il 28 aprile 1947, insieme a cinque compagni: un ingegnere meteorologo, due radiotelegrafisti veterani della guerra, un antropologo svedese e un artista che disegnò il celebre volto sulla vela e aveva come compito quello di disegnare campioni di flora e di fauna. Non c’erano gradi o gerarchie, solo compagni di viaggio uniti dalla curiosità e dal coraggio. La logistica era essenziale: 110 litri d’acqua dolce, cocchi, patate dolci, zucche e razioni liofilizzate fornite dall’esercito americano. Il pesce, abbondante, completava la dieta. L’equipaggiamento tecnico comprendeva solo bussola, sestante e tre radio, sufficienti a mantenere un contatto sorprendente persino con Oslo, a 16.000 chilometri di distanza.

101 giorni in balia dell’oceano

Spinta unicamente dai venti alisei e dalla corrente di Humboldt, la Kon-Tiki solcò 4.300 miglia nautiche in 101 giorni. Le giornate si susseguivano tra osservazioni scientifiche, pescate miracolose e notti punteggiate da stelle immote e da onde luminose di plancton. Il mare stesso divenne un laboratorio vivente. Heyerdahl annotò: “Era l’eterno vento dell’est, l’aliseo, che turbava la superficie marina e la spingeva avanti… Sapevamo che, molto al di là dell’orizzonte, là dove si formano le nubi, si trovava la costa dell’America del Sud. Solamente mare, per 4300 miglia marine.” Il 7 agosto 1947, dopo varie vicissitudini, la zattera approdò finalmente sull’atollo di Raroia, nelle Tuamotu. Il sogno era diventato realtà: una zattera di legno, costruita con tecniche primitive, aveva attraversato il più vasto oceano del pianeta.

L’eredità di un visionario

Heyerdahl non dimostrò in modo definitivo che la Polinesia fosse stata popolata da popoli dell’America del Sud, ma provò che tali viaggi erano possibili anche con mezzi rudimentali. Fu una lezione di metodo e di immaginazione, che dimostrava che la scienza non vive solo nei laboratori, ma anche nel coraggio di mettere alla prova un’idea. Scriveva: “I confini non li ho mai visti. Esistono solo nella mente di chi non osa oltrepassarli.”

Negli anni seguenti, Heyerdahl continuò le sue esplorazioni con le imbarcazioni Ra, Ra II e Tigris, attraversando Atlantico e Oceano Indiano per indagare le antiche rotte culturali dell’Umanità. A proseguire la tradizione oggi è suo nipote Olav Heyerdahl, ingegnere e navigatore, che ha ricostruito una nuova Kon-Tiki per riportare in mare lo spirito di quella straordinaria avventura.

Heyerdhal, in Liguria e a Oslo

Thor Heyerdahl morì nel 2002, nella quiete di Colla Micheri, un borgo della Liguria di Ponente affacciato sul mare, restaurato e valorizzato grazie al suo intervento.
La mia curiosità mi portò, anni dopo la sua scomparsa, a salire a Colla Micheri. Mi aprì le porte della storica residenza, uno splendido rifugio sul crinale delle alture sopra il golfo di Laigueglia, la figlia Marianne Heyerdhal, pittrice e scultrice. Mi sono sempre chiesto quali fossero le motivazioni per cui Thor Heyerdahl, il grande navigatore che aveva percorso tutti gli oceani, avesse scelto, per soggiornare tra un viaggio e l’altro, proprio questo luogo.
Durante il mio incontro con Marianne ne ebbi la risposta. Quel luogo, sospeso tra mare e cielo, per lui era un porto interiore che gli ricordava le vaste distese degli oceani. Qui, nella vecchia torre priva di luce elettrica e nel silenzio Heyerdhal scrisse i suoi libri. La sua eredità continua a vivere nel Kon-Tiki Museet di Oslo, inaugurato nel 1949 e oggi custode di un archivio dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Questo museo si trova sulla penisola di Bygdøy, nella capitale norvegese, ed è facilmente raggiungibile in bus, o in ferry nel periodo estivo. Vi si conservano diari, manoscritti, fotografie, filmati e la stessa zattera originale, restaurata in occasione del centenario della nascita dell’esploratore, e ospita anche un cinema, dove viene quotidianamente proiettato il film originale Kon-Tiki, che nel 1951 si aggiudicò l’Oscar come miglior documentario.

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