Nel Quarto Vuoto - Tucano Viaggi Skip to main content

“Il solo luogo dove si può trovare la pace della vera solitudine”, scriveva Wilfred Thesiger. Questo luogo è il Rub’ al Khali, nel cuore dell’Oman: un deserto immenso dove il silenzio diventa un’esperienza e si riscopre l’essenziale.

 

Testo di Fausta Filbier

 

Mi ero immaginata il deserto. Del resto, di deserti ne avevo già vissuti. Avevo camminato nel Sahara, avevo visto il vento cancellare le tracce e avevo imparato che la sabbia non è mai soltanto sabbia: è tempo, attesa, pazienza. Pensavo che ogni deserto avesse un linguaggio comune e che bastasse averne attraversato uno per riuscire a capire tutti gli altri. Mi sbagliavo. Nulla mi aveva preparata al Rub’ al Khali. Non è semplicemente un deserto. È uno spazio così vasto che le distanze perdono significato. Qui, il silenzio sembra avere una consistenza diversa e lo sguardo non trova appigli: solo dune che si rincorrono fino all’orizzonte.

Il nome stesso lo racconta. Rub’ significa “un quarto” e al-Khālī “il vuoto”: il Quarto Vuoto. L’espressione nasce dall’antica suddivisione della Penisola Arabica in grandi regioni naturali. Questa immensa distesa desertica occupa circa un quarto della sua parte meridionale e oggi si estende tra Arabia Saudita, Oman, Emirati Arabi Uniti, Yemen.

Io vi sono entrata dal sud dell’Oman, dove il Dhofar, la regione dell’incenso e del khareef – il monsone estivo che ogni anno ricopre di verde le montagne costiere – cambia volto, allontanandosi dal mare. Le ultime acacie si diradano, qualche dromedario pascola ancora tra i cespugli, poi anche la vegetazione scompare. Rimangono soltanto sabbia e orizzonte.

Sabbie arabe

Come sempre prima di un viaggio, avevo cercato le parole di chi quel luogo lo aveva già attraversato. Tra tutte, mi erano rimaste dentro quelle di “Sabbie arabe” di Wilfred Thesiger, esploratore e scrittore britannico conosciuto nel mondo arabo come Mubarak bin London, uno dei pochissimi occidentali a percorrere il Rub’ al Khali insieme ai beduini. La sua prima grande traversata iniziò nel 1945 proprio dal Dhofar. Negli anni successivi ne compì una seconda, affrontando anche le immense dune dell’Uruq al Shaiba, allora considerate quasi invalicabili. Da quelle spedizioni nacque uno dei grandi classici della letteratura di viaggio.

Avevo sottolineato una frase del suo libro e continuavo a tornarci: “Nessuno può vivere questo tipo di vita senza uscirne mutato. Porterà sempre con sé il marchio del deserto…”. Solo attraversando il Rub’ al Khali ho capito davvero cosa intendesse. Con i suoi oltre 650 mila chilometri quadrati, è il più grande deserto continuo di sabbia del Pianeta. D’inverno, le notti possono avvicinarsi allo zero, mentre d’estate la temperatura supera facilmente i 50 gradi. A prima vista, sembra un ambiente privo di vita, ma non lo è. Nelle depressioni dove l’umidità riesce a conservarsi sopravvivono arbusti e graminacee adattati alla siccità; tra le dune vivono gazzelle arabe, volpi del deserto, piccoli roditori, rettili e numerose specie di insetti. I rapaci sfruttano le correnti ascensionali e, durante le migrazioni, anche molti uccelli attraversano questo immenso mare di sabbia. È un ecosistema essenziale, capace di sopravvivere con pochissima acqua.

Qui, la prima sensazione che ho provato non è stata lo stupore, ma la sproporzione. Ogni riferimento sembrava dissolversi. Le dune mi apparivano come onde e il vento le modificava di continuo, cancellando in poche ore ogni traccia del passaggio umano. Poi, abbassando lo sguardo, comparivano dettagli quasi invisibili: il percorso sinuoso di un coleottero, l’impronta di una gazzella, un piccolo ciuffo d’erba cresciuto dove la sabbia trattiene un po’ di umidità. Bastavano a ricordarmi che il deserto non è un luogo morto, ma un ambiente dove la vita ha imparato a essere discreta.

Dune stellari

E poi ci sono loro, le dune a stella, le forme più spettacolari del Rub’ al Khali. Se le barcane, le classiche a mezzaluna, nascono dove il vento soffia quasi sempre nella stessa direzione e avanzano lentamente come onde di sabbia, quelle a stella seguono una logica diversa. Qui, le correnti cambiano direzione nel corso dell’anno: la sabbia arriva da più lati e, invece di spingere la duna in avanti, si accumula attorno a un nucleo centrale. Così, la duna cresce soprattutto in altezza, sviluppando più creste che si aprono proprio come i raggi di una stella.

Nel settore omanita del Rub’ al Khali questo fenomeno raggiunge una delle sue espressioni più spettacolari. Alcune dune superano i duecento metri di altezza e il paesaggio conserva un’integrità rara, privo di strade, villaggi, infrastrutture. Da terra, non se ne coglie subito il disegno. Solo osservandole con attenzione emerge quella geometria complessa modellata da venti che cambiano direzione nel tempo. Durante il giorno, la sabbia passa dal miele all’oro, fino ai toni ambrati del tramonto. Difficile immaginare che quella straordinaria architettura sia il risultato del lavoro paziente del vento costruita, granello dopo granello, nell’arco di migliaia di anni.

Il Rub’ al Khali, però, non è sempre stato come lo vediamo oggi. Migliaia di anni fa questa regione era attraversata da fiumi, laghi, praterie, frequentata da uomini e animali. Con il progressivo inaridimento del clima il paesaggio è cambiato fino a diventare uno degli ambienti più estremi della Terra. Questo, però, non ha mai significato isolamento. Per secoli il deserto è stato una via di collegamento tra il sud della Penisola Arabica e il Mediterraneo. Attraversarlo era difficile, ma possibile per chi ne conosceva i pozzi, le stagioni, le piste. Lungo queste rotte viaggiavano carovane cariche di incenso, mirra e spezie.

Lacrime d’incenso

Ed è qui che il mio viaggio cambia prospettiva. Dopo giorni trascorsi davanti all’immensità delle dune, il deserto smette di essere soltanto un paesaggio e torna a farsi racconto. Un racconto che, quasi inevitabilmente, finisce per avere un odore preciso: quello della resina. Nel Dhofar cresce la Boswellia sacra, l’albero da cui si ricava uno degli incensi più pregiati al mondo. Incidendo la corteccia ne fuoriesce una linfa lattiginosa che, solidificandosi al sole, diventa le “lacrime d’incenso”. Per millenni è stata una delle merci più preziose del mondo antico: bruciava nei templi egizi, accompagnava i riti di Grecia e Roma, profumava case e palazzi importanti. In certi periodi valeva quasi quanto l’oro.

Riesco a immaginare le partenze all’alba: file di dromedari lungo il margine delle dune, sacchi colmi di resina, uomini capaci di orientarsi tra le stelle e di trovare pozzi invisibili in un territorio che, a uno sguardo esterno, sembra privo di riferimenti. Dal sud dell’Oman le carovane raggiungevano i porti della costa, poi l’Egitto, Roma e tutto il Mediterraneo. Il Rub’ al Khali, oggi percepito come una barriera, allora era attraversato da una delle grandi vie commerciali dell’Arabia.

Tra i centri più importanti di questo traffico c’era l’antica Sumhuram, affacciata sulla laguna di Khor Rori. Fondata più di duemila anni fa, controllava l’esportazione dell’incenso del Dhofar. Gli scavi hanno restituito ceramiche, monete e manufatti provenienti dall’India, dall’Arabia meridionale e dal Mediterraneo: tracce di una rete commerciale che metteva in relazione mondi lontani molto prima delle rotte marittime moderne.

È sorprendente pensare che questo luogo, oggi immobile, sia stato per secoli un crocevia di scambi e di popoli. Non a caso i Romani chiamavano questa regione Arabia Felix: non per la fertilità del territorio, ma per la ricchezza generata dal commercio di incenso e spezie.

E inevitabilmente torno ai beduini che quelle rotte le percorrevano. “Ricorderò sempre quanto spesso mi sono sentito umiliato da quei pastori analfabeti che possedevano, in misura assai maggiore di me, generosità e coraggio, resistenza, pazienza e una nobile galanteria…” scriveva Thesiger. In questo ambiente estremo, la sopravvivenza è sempre stata un sapere condiviso: conoscere i pozzi, leggere il vento, orientarsi tra dune in continuo movimento. Un patrimonio tramandato di generazione in generazione. E quando il vento solleva la sabbia, mi capita di immaginare che sotto queste distese restino ancora le antiche piste delle carovane, cancellate alla vista ma non del tutto alla memoria della terra.

Thesiger definì il Rub’ al Khali “il solo luogo dove si può trovare la pace della vera solitudine”. Dopo averlo attraversato, credo di aver capito il senso di quelle parole. Non è il vuoto a colpire, ma il silenzio. Un silenzio così profondo da cambiare il ritmo dei pensieri e da farti sentire, per un istante, parte di qualcosa di immensamente più antico di noi.

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Fausta Filbier

Fausta Filbier, nata a Roma, con radici che si intrecciano tra le montagne del Tirolo, le coste bretoni e il sole di Napoli, porta nel cuore un mosaico di terre e culture. Cresciuta a Trento, ha...