Leptis Magna, il sogno di un imperatore - Tucano Viaggi Skip to main content

Settimio Severo a Leptis ci era nato. E la ricostruì grande, Magna. Una seconda Roma baciata dal sole d’Africa e dal Mediterraneo. “Anche per chi viene da Roma, e conosce Ostia e sa a memoria Pompei, Leptis Magna è una cannonata…”  

 

Testo di Dante Bartoli 

 

Se Cesare Brandi scriveva così in Città del deserto, c’è da crederci. Del resto, non bisogna essere acclamati storici dell’arte per sorprendersi non appena si varca la soglia dell’antica città romana. Sono in Libia, a 120 chilometri dalla capitale Tripoli e, dopo 15 anni di blocco totale del turismo, torno a visitare il suo sito più famoso. Provo un po’ di trepidazione, per come lo ritroverò dopo tanti anni di abbandono. Ma Leptis Magna è sempre lì, meravigliosa e immobile. Ecco, inondato di luce, scolpito nel marmo, che si staglia candido contro l’azzurro intenso dell’immenso cielo d’Africa, l’arco di Settimio Severo mi accoglie, imponente e maestoso.  

Arco non di passaggio – è rialzato rispetto al livello della strada – non di trionfo, per una guerra che da tempo non si combatteva più, nella prospera e pacificata provincia romana, ma di celebrazione del suo cittadino più illustre. Proprio lui, Settimio Severo, che a Leptis era nato, che da Leptis era partito per fare fortuna ai quattro angoli dell’impero – Sardegna, Tunisia e Spagna, poi Gallia, Sicilia e Pannonia, la globalizzazione esisteva già allora – e aveva raggiunto a Roma il massimo grado dell’autorità e del prestigio. Anche se, provinciale dal marcato accento punico, sposo della siriana Giulia Domna, nella città eterna dovette sentirsi sempre un po’ a disagio.  

Selve di colonne, templi e il porto 

A Leptis, invece, no. Qui non aveva rivali: era il suo figlio più illustre e venne addirittura divinizzato. Dato che un dio può fare tutto quello che vuole, Settimio decise di trasformare la sua città natale in Magna, cioè grande. Come Augusto si gloriava di avere trovato Roma costruita in mattoni e averla lasciata di marmo, lo stesso avrebbe fatto lui. Settimio decise di sognare in grande, e che il suo sogno si sarebbe tramutato in realtà: nel giro di pochi anni sarebbe nata una seconda Roma baciata dalle onde del Mediterraneo a nord, aperta a sud verso le immense ricchezze del continente africano, il porto sarebbe stato ampliato per accogliere mercantili sempre più grandi e numerosi.  

Avrebbe potuto Leptis competere con le altre grandi metropoli dell’epoca, specialmente le confinanti Alessandria e Cartagine? Dal punto di vista artistico, certamente: lontano dal centro del potere e dalle rigide logiche dell’arte ufficiale gli artisti sarebbero anche stati anche più liberi di sperimentare tecniche nuove e di innovare: i mezzi timpani a cresta di gusto tanto barocco, ad esempio, nascono qui. Settimio certamente ci credeva, e i risultati si vedono ancora oggi.  

Nel corso della visita mi accorgo che qui i viaggiatori scoprono la città guardando all’insù e non all’ingiù, come di solito avviene per i siti archeologici. Increduli di fronte a tanta meraviglia, passeggiano per le antiche strade con lo sguardo perso tra selve di colonne, templi, due fori, teatro e anfiteatro, terme, ninfeo, ippodromo oltre al porto che, in passato, rappresentò una vera e propria porta spalancata dall’Africa verso l’intero Mediterraneo. Era il punto di partenza di beni esotici e di prima necessità che, a lungo, resero prosperi i suoi abitanti. Fu infatti grazie al grano, al vino, all’olio di oliva qui prodotti, che la capitale dell’impero poteva nutrire la sua popolazione. Fu grazie agli animali selvatici, che provenivano da qui, che si poterono organizzare gli spettacoli più emozionanti. Per non parlare dell’avorio, dei profumi e delle spezie.  

Strade ampie e ben pavimentate 

È suggestivo sedersi su uno dei due moli, che ancora oggi guardano vero il mare, con la spuma delle onde che si frange sulla battigia nei pressi del faro ormai spento, e pensare che qui attraccavano mercanti dalle lingue più diverse: berbero, punico, greco e latino. Ce li si può immaginare appena scesi dalle loro imbarcazioni, ringraziare ciascuno la propria divinità protettrice, e quindi dirigersi lungo la sontuosa via colonnata verso il foro e la basilica Severiana 

Le strade erano ampie e ben pavimentate, un complesso di ben sette fontane, il ninfeo, creava straordinari giochi d’acqua e faceva da raccordo tra il foro e le terme, che già il predecessore Adriano aveva voluto ricche e sontuose, con colonne colossali che sorreggevano le volte a crociera decorate con un mosaico di intenso color blu e turchese che si rifletteva nell’acqua.  Qui, si specchiava per l’eternità una statua del suo amato Antinoo, che nelle acque nel Nilo era spirato. Ma ecco che sulla destra compariva il mercato, a sua volta di marmo e sorprendente come il resto della città: due chioschi ottagonali, con i banchi appoggiati su piedistalli a forma di sfingi alate o di delfini, i banchi della carne che ancora oggi mostrano profondi tagli incisi nella pietra, i fori-imbuto di diverse dimensioni per misurare granaglie e liquidi scambiati.  

L’acqua scorreva per mantenere la necessaria pulizia, portici ombreggiati garantivano freschezza all’ambiente, su una pietra a forma di arco sono raffigurate due navi mercantili romane e un’iscrizione che commemora Porfirio e i quattro elefanti da lui offerti per i giochi del circo. Chissà a quale spettacolo parteciparono: i leptitani erano così ricchi che, in un solo giorno, poterono portare nell’arena ben cinquemila animali selvaggi, e 12 carri affiancati potevano lanciarsi al galoppo tra le urla di incitazione e le acclamazioni della folla. Era una colossale macchina per il divertimento: un enorme anfiteatro scavato nella roccia e collegato tramite gallerie a un circo smisurato, tra i più grandi mai realizzati: ben 500 per 100 metri costruito, tra l’altro, proprio di fronte al mare. La vista che si gode dalla summa cavea, accanto ai resti del tempietto di Artemide, è impagabile.  

L’arte di vivere bene 

Perché gli antichi romani avevano un detto, famoso in tutto l’impero: venari, lavari, ludere, ridere: hoc est vivere (cacciare, fare il bagno, giocare, ridere: questo è vivere). E sicuramente agli abitanti della città all’epoca non mancava nulla. Purtroppo, il declino cominciò proprio dal porto: l’ampliamento non aveva tenuto conto dei venti, delle correnti e, soprattutto, dei detriti scaricati a mare dal corso del wadi Lebda che, a lungo andare, ne causò l’insabbiamento. Di qui, il graduale declino della città.  La crisi economica con il calo dei commerci, il crollo dell’impero e il distacco da Roma, le guerre bizantino-vandale e i terremoti dettero il colpo di grazia all’antica città: in epoca araba, Leptis Magna fu abbandonata e venne inghiottita dalla sabbia per oltre un millennio. Il silenzio, rotto solo dal suono delle onde e dal vento, regna sulla città addormentata. Che condivide, con i viaggiatori che le fanno visita, il suo sogno: il sogno in marmo di un imperatore africano.  

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Dante Bartoli

Archeologo milanese, si laurea nel 1999 studiando la civiltà Magno-Greca della sua amata Calabria. Spinto dalla passione per il mondo antico, e volendo estendere la sua preparazione a tutto il...