Ex capitale del caucciù, con un teatro d’opera nel cuore della foresta, oggi Manaus è una metropoli amazzonica sospesa tra il mito dei fasti coloniali e un presente multiculturale, dove industrie, fiumi e popoli diversi si incontrano della giungla….
Testo di Paolo Brovelli
E luce fu.
Il 22 ottobre del 1896, nelle vie di una città in mezzo alla foresta profonda, lontana mille miglia e settimane di navigazione da qualcos’altro che potesse assomigliarle, d’improvviso i lampioni s’illuminarono d’un chiarore diverso da quello di tutte le altre sere. Fu un boato di applausi, e fischi, e abbracci, e grida di gioia senza pari. Evviva! A Manaus era arrivata la corrente elettrica!
Nessuno avrebbe mai scommesso che il quarto, forse il quinto posto del Brasile ad assurgere a cotanto progresso potesse trovarsi là, nel ventre verde dell’America del Sud. E invece laggiù s’era scoperto qualcosa che valeva come l’oro. Era il caucciù, l’oro bianco, la materia prima con cui Dunlop fabbricò i primi pneumatici e che, per molte delle industrie dell’epoca, divenne imprescindibile.
Presto, i moli di legno di Manaus cominciarono a pullulare di canoe e battelli, provenienti da ogni parte d’Amazzonia, carichi di grosse balle di prodotto, raccolto goccia a goccia dalla corteccia dalla Hevea brasiliensis (in portoghese seringueira, un albero che cresceva, brado, solo in quella selva), a spese di decine di migliaia di vite, soprattutto di amerindi, spesso costretti a lavorare come schiavi, giorno e notte.
La febbre del caucciù
Quello era il suo momento, dunque. S’era scatenata la febbre del caucciù. Le vie di Manaus, già spoglie strade fangose d’un villaggio di confine, cominciarono ad abbellirsi di palazzi di lusso, locali notturni, alberghi, e a riecheggiar del clangore dei tram. I baroni del caucciù trattavano con affaristi provenienti da tutto il mondo che contava, e le sterline, valuta dell’impero più vasto del Pianeta, diventarono moneta circolante. La Parigi dei Tropici, la chiamavano. Fu lì, che nacque la prima università del Brasile (1909)! E nel 1896 si guadagnò persino un teatro dell’opera (Teatro Amazonas), eretto con opere d’arte e materiale fatto venire dall’Europa (marmi di Carrara, raffinato mobilio francese, vetro di Murano), che poi assurse a simbolo della città, e forse dell’Amazzonia tutta.
Quel momento d’oro, però, svanì tanto veloce com’era arrivato, non appena gli inglesi, trafugati alcuni semi, cominciarono le loro piantagioni ben ordinate nel Sudest asiatico. La città tornò, così, ai suoi silenzi, ai suoi pescatori. Tornò ai suoi leggendari pirarucu, tra i pesci d’acqua dolce più grandi del mondo (anche più di tre metri!), e ai suoi delfini rosa, quelli che nelle notti di luna piena si trasformavano in bei giovani, per andare ad affascinare le fanciulle ignare. Tornò al suo posto, sperduta là, sul suo fiume, il Rio Negro, circondata da foreste piene di fiere e fiumi in cui, dicono da queste parti, ci sono più occhi che gocce d’acqua. Remota, lontana dalla frenesia del mondo che si andava costruendo attorno.
Zona franca
Ci vollero decenni prima che qualcuno pensasse di ridarle lustro. Ci volle un piano strategico forte, capace di attirare la gente là, dove non avrebbe mai pensato di andare, in mezzo all’Amazzonia, in quella che i brasiliani d’altrove non hanno mai smesso di considerare terra de ninguém, terra di nessuno. Fu durante il governo della giunta militare che si pensò, così, di regalarle una Zona franca (1967), nella quale aziende locali, e soprattutto straniere, avrebbero potuto produrre e vendere esentasse. Fu la scelta giusta. Non solo per la sua economia, ma anche per ribadirne il possesso con la presenza, dato che la foresta è una specie di deserto, il deserto verde, e chiunque potrebbe metterci le grinfie sopra. Proprio come fanno ancora oggi quei banditi, abbienti imprenditori senza scrupoli o disperati in cerca di fortuna, che occupano terre, incendiano, disboscano, setacciano i fiumi in cerca di oro, invadendo i territori ancestrali dei nativi, a costo di massacrarli tutti. E proprio come tre secoli prima erano riusciti a fare i portoghesi, duri e determinati contro l’ugual cupidigia dei concorrenti ispanici, inglesi, francesi e persino olandesi, nella corsa ad accaparrarsi le terre nuove d’America.
La spedizione determinante per il successo lusitano fu la risalita del fiume da Belém a Quito del militare portoghese Pedro Texeira (1637), con la quale s’impadronì idealmente di gran parte del bacino amazzonico, più o meno quella che tuttora appartiene al Brasile. Manaus viene fondata nel 1669, col nome di São José da Barra do Rio Negro, attorno al forte omonimo. Solo nel 1856, dopo vari altri battesimi, le affibbiano il nome attuale, frutto del senso di colpa verso la tribù locale dei Manaos, sterminati ai tempi della colonia.
Una città moderna
Dall’epoca della Zona franca, comunque, Manaus non ha più smesso di crescere. Ora è una città di più di due milioni di abitanti, un gigantesco polmone di cemento e anidride carbonica, che s’espande come un’esalazione, erodendo pian piano la fitta vegetazione intorno. Autostrade piene di corsie la solcano alternandosi a grandi macchie di foresta, tra grattacieli e favelas stipate di indios inurbati (a forza), che sono un centinaio, seminate nel tessuto lasso della città. Per più di tre quarti senza fognatura e con una costante, paradossale, penuria d’acqua.
Non fosse per il panorama umano, che vi mescola sincero folclore amazzonico in ogni angolo, in ogni mercato, in ogni boteco (chiosco alimentare), ai cui tavolini di plastica si possono assaporare specialità prodotte con ingredienti introvabili altrove (açai, cupuaçu, jambu ecc.), per le strade del centro sembrerebbe di stare in una qualunque delle altre grandi città del Brasile, metropoli dal respiro gigante come la foresta, che per quella giungla d’asfalto, solo s’intuisce se si sa. Anche San Paolo, d’altronde, è nata nella selva, nella Mata Atlantica, che nel giro d’un paio di secoli s’era del tutto volatilizzata, sostituita dalle piantagioni di caffè. Inutile, quindi, non credere al possibile destino di Manaus.
L’incontro delle acque
Poi, però, ci son le spiagge, anch’esse gigantesche, sterminate, chiari confini di un’impressionante massa d’acqua scura grande come un mare, quella che dà il nome al Rio Negro. Basta affacciarsi in fondo all’ultima via, o navigare un’ora con una barchetta di legno, per ritrovarsi immersi in un mondo, in un pianeta che pensiamo sia solo una finzione da documentario. Perché sì, Manaus, nonostante tutto, è ancora quella città sperduta nella foresta, con le sue piogge torrenziali, con il suo sole bagnato, dove non è difficile incontrare un bradipo in mezzo a un incrocio, o farsi rubare una banana da una scimmia che s’introduce svelta dalla finestra della cucina. E ancora non ha una strada degna di questo nome che la colleghi al resto del paese. L’unica asfaltata è diretta a nord, a Boa Vista e al Venezuela utile, peraltro, negli ultimi anni, soprattutto alle migliaia di disperati in fuga dalla crisi nera del vicino settentrionale. Per contro, per arrivarci da Porto Velho, l’inizio dell’autostrada verso il sud del Paese, ci vogliono sei giorni di navigazione, e da Belém, collegata al Nordest, altrettanti, navigando su barconi privati merci e passeggeri, in cui bisogna portarsi la propria amaca, se no si sta per terra.
La prima tappa per i visitatori desiderosi di scoprire questo mondo altro d’Amazzonia, però, è proprio a Manaus. Ci arrivano con navi da crociera, dall’Oceano Atlantico, oppure in volo, all’aeroporto internazionale. Da lì, con un battello, si va in gita al famoso encontro das aguas, l’incontro delle acque nere del Rio Negro con quelle fangose del Rio Solimões, che insieme formano il Rio delle Amazzoni e viaggiano senza mescolarsi per molti chilometri. Da lì, partono natanti per ogni dove, basta essere disposti a giocare il gioco del viaggio. A parte le escursioni organizzate ai vari parchi ecologici o quelle, più lunghe, all’arcipelago delle Anavilhanas, si può infatti comprarsi un’amaca e imbarcarsi su una qualunque delle imbarcazioni dirette sulle migliaia di fiumi e igarapés, per avventurarsi nei meandri reconditi della foresta, alla scoperta delle radici misteriose della regione… e di molte delle genti che forse abbiamo incontrato per le strade della città.



