È un posto di confine. L’ho sempre colta così, questa città, una specie di porta di servizio sul più ricco e potente dell’America del Sud, il Brasile. È perché sempre ci sono arrivato da sud, lasciandomi alle spalle la pampa boliviana, diretto dentro il cuore d’Amazzonia… .
Testo di Paolo Brovelli
Porto Velho è la capitale di uno degli stati del Nord del Brasile, grande due terzi l’Italia e con meno di due milioni di abitanti. Un deserto verde, insomma, come tutti gli altri stati d’Amazzonia. Si chiama Rondonia, dal nome d’un eminente brasiliano, militare, esploratore, ingegnere, benefattore e tanto altro, che proprio nel periodo della fondazione della città s’aggirava coi suoi uomini nella zona, piantando pali per portare il telegrafo in mezzo alla foresta e, a tempo perso, avvicinando le tribù indigene, che incontrava sul suo cammino. Era il maresciallo Cândido Rondon, che non a caso fu pure il primo direttore dell’SPI, il Servizio di protezione all’Indio, la prima organizzazione a ergersi a paladina dei diritti dei popoli indigeni (ora FUNAI).
Ai suoi tempi, Porto Velho non era che un malsano acquartieramento di poveri operai portati lì per lavorare alla ferrovia Madeira-Mamoré che, per sessant’anni (1912-1972) avrebbe dato continuità alla grande via fluviale che, dalle Ande boliviane, arriva all’Atlantico, ovviando a più di trecento chilometri di rapide. Una delle idrovie più importanti d’Amazzonia, lungo il maggiore affluente meridionale del Rio delle Amazzoni, il Rio Madeira.
A lavorare alla “ferrovia della morte” ci vennero da ovunque. Anche dall’Italia. Vennero spagnoli, cinesi, arabi, indiani, messicani… vennero anche i neri delle Barbados, tanti, perché molti furono i morti. Uno per ogni traversina, dice la leggenda. Deceduti per la fatica, il caldo, le malattie, gli insetti, l’acqua… L’ambiente infame. E molti rimasero a popolare la città, fondata ufficialmente nel 1914. Il caucciù fu la prima causa della sua fondazione. La febbre del caucciù, anzi, che fece di certe zone d’Amazzonia una miniera a cielo aperto, nel periodo dell’invenzione dell’automobile, che richiedeva gomma per le gomme. Crebbe poi ancora nella seconda metà del Novecento, quando s’inaugurò la fronteira pioneira d’Amazzonia, ossia una specie di corsa a creare nuovi territori agricoli, che ospitassero coloni da altre parti del . Fu prima che il Brasile cominciasse a interessarsi d’ecologia. Ma anche dopo. I suoi effetti non sono mai terminati: incendi (spesso dolosi), furto di terre e legname, estrazione (spesso illegale) di oro e altri minerali… La foresta s’assottiglia a grandi passi, tanto che in questa zona non ce n’è quasi più. I fiumi s’avvelenano del mercurio e del cianuro dei garimpeiros che cercan l’oro nei fiumi. Le terre indigene (e gli indigeni!) son sempre sul filo del rasoio, quelle da pascolo diventano la norma. D’altra parte, da che mondo è mondo, l’Amazzonia è terra de ninguém, terra di nessuno, s’è detto e, spesso, si ripete ancora.
La febbre dell’oro
La stirpe di avventurieri d’ogni sorta, degli operai in cerca di fortuna d’inizio Novecento e di quei pionieri venuti dopo per civilizzare l’Amazzonia s’aggira oggi per le vie di questa città ormai rispettabile, dissimulata tra negozietti e centri commerciali come niente fosse. La stessa stirpe di quella cittadinanza che, negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, organizzava spedizioni punitive di massa contro gli indios dei dintorni. E ancora, la stessa gente che fino a trenta, quarant’anni fa scorrazzava per le strade con le cartucciere a tracolla e i mitra in mano, sparando all’impazzata, come banditi da far west, appunto. Erano gli anni della febbre dell’oro del Rio Madeira, quando lungo le sue rive sorsero interi quartieri fatti di centinaia di chiatte e di draghe che ospitavano pistoleri, bar, bordelli, ma anche farmacie, panetterie e botteghe, dove i cercatori d’oro sognavano, soffrivano e morivano. Ecco su quale humus è germogliata Porto Velho. Ora c’è l’asfalto, le fognature (che però scaricano a fiume senza filtro), le pizzerie, i pub, gli hotel, ma il simbolo della città, le Três Marias, tre vecchie cisterne d’acqua nere in cima alla collina primigenia verniciate di nuovo, ci ricordano che, fino a ieri, non era che un villaggione di frontiera che si batteva, coltello tra i denti, per sopravvivere alla selva.
Ora, è una città di mezzo milione di persone sparse in un municipio più grande del Belgio, nonché centro di infrastrutture fondamentali. Pochi chilometri a sud, negli ultimi anni è sorta la centrale idroelettrica di Santo Antonio, trasformando le famose rapide da ostacolo a risorsa. Poi, è diventata un punto nodale dei trasporti amazzonici, non solo fluviali, ma anche terrestri. Da lì, infatti, passa da una decina d’anni la strada interoceanica, voluta dal Brasile per spedire le sue merci dirette in Cina dalle coste atlantiche al Pacifico attraverso il Perù, evitando così di dover passare da Panama (che costa caro). Da lì, parte anche la famigerata BR319, una transamazzonica di 900 km, 500 dei quali di fango, che arriva sì fino a Manaus, ma che, quando piove, rimane inagibile per mesi.
Barche come autobus
In Amazzonia, però, ci si muove via fiume. Amo, questo modo di viaggiare. Lento, pieno di pensieri, e anche prodigo di conoscenze, perché sulle barche amazzoniche ci viaggia il mondo. Sono gli autobus, qui, e l’unico modo per spostarsi. Ti compri un’amaca, ed essa diventerà il tuo letto e la tua poltrona per tutto il viaggio, che spesso dura più di ventiquattro ore. Lì, si mangia e si dorme fianco a fianco, e spesso, quando son piene, anche molto vicini.
La barca è partita. Dal porto guardo la città, con qualche palazzo che supera il suo profilo basso, le Três Marias, il parco museale dove c’è la vecchia locomotiva della ferrovia ormai centenaria, in restauro. Da lontano sento l’eco della musica dal vivo. Quella che rende le serate del fine settimana dei portovelhensi allegre e piene di vita, come in una qualsiasi altra città brasiliana. Insieme ai ristoranti, ai bar degli aperitivi, dove i giovani si divertono fino a tarda notte.
Molli, ti cullan le amache sul fiume. Per giorni. Giorni di foresta sulle coste fangose, e pescatori che appaiono da foci improvvise, e case galleggianti, e draghe dei cercatori d’oro. Qualche fattoria interrompe, sola, sulla collina, la selva fitta. A volte, qualche ribeirinho, la gente del fiume, saluta il battello dalle comunità di poche palafitte, che vivono anfibie tra secca e piena. E poi le chiatte, inesorabili, sulla superficie liquida color del fango, sommerse da montagne di granaglie o di ghiaia o di chissà cos’altro.
Borba e le altre
Nel mio peregrinare porto visita ad alcune delle cittadine maggiori che, distanti tra loro almeno una dozzina di ore di barca, interrompono decise la coltre verde sulle rive del fiume. Sono abitati di 30, 40 mila abitanti, allungati sull’acqua e presi dalla foresta, in cui la vita scorre lenta, quasi come in barca. Sono legati all’ombelico dalla grande idrovia, liquido amniotico da cui traggono gran parte del nutrimento, che arriva sui battelli da Manaus o da chissà dove… A volte c’è una strada di terra, e un altro fiume, che va per altre zone. E da lì, ancora un’altra strada di terra, e un altro fiume. Sono 25 mila, i chilometri di fiumi navigabili. Una rete capillare che arriva dappertutto, fino a ogni capanna di ribeirinhos, fino alle comunità indigene più remote. Perché l’Amazzonia è un mondo, e noi, che ne viviamo fuori, possiamo solo stupirci. Dei racconti di Seu Miguel, che mi parla del suo incontro con il giaguaro, mentre pranzava seduto su un tronco, nella foresta. O di quelli di Seu Jorge, che mi racconta dell’amico che ha dovuto portare per chilometri in spalla, perché un caimano gli aveva mangiato mezza gamba. O dell’orgoglio che ognuno di loro sprizza, quando gli si chiede della loro vita lì. Dove noi li immaginiamo isolati e tristi, loro si sentono forti e unici.
Questo, mi sono sentito rispondere in tante cittadine d’Amazzonia, che per molti aspetti assomigliano a tante Porto Velho in embrione. Fondate secoli fa da qualche missionario, come Borba, per esempio, per evangelizzare i bellicosi mura, o da qualche commerciante, come Parintins, famosa per la grande festa di giugno, il Bumba Boi. O sorte a metà del Novecento intorno a un giacimento di petrolio, che poi si rivelò scarso, come Nova Olinda do Norte. “Noi siamo amazzonici,” m’han detto, “e per questo siamo i più forti. Noi viviamo in un Paradiso!”



