Il deserto è un mare di sabbia? Si, anche. Ma non solo. Oltre alle dune, si mostra con infiniti tavolati di polvere e pietre, massicci rocciosi che sfiorano i tremila metri, depressioni sotto il livello del mare. E conserva ricordi di vita millenaria: i resti fossili dei dinosauri e l’arte ruperstre, opera di uomini che lo abitavano quando era una fertile savana…
Testo di Willy Fassio
Nell’immaginario collettivo il Sahara non è altro che un immenso vuoto, un mare di sabbia che divide l’Africa Mediterranea dai Paesi del Golfo di Guinea. Questo è il più grande deserto del mondo, si estende dall’Atlantico al Mar Rosso, per 5000 chilometri di lunghezza e 2000 di profondità. Nove milioni circa di chilometri quadrati: per intenderci, un’estensione pari quasi alla superficie degli Stati Uniti d’America. Le sue sabbie occupano i territori di Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Sudan, Ciad, Niger, Mali, Mauritania.
Siamo abituati a pensare al Sahara come a una monotona e uniforme distesa di sabbie, un susseguirsi di dune. La domanda ricorrente che mi sentivo porre al ritorno dai miei viaggi attraverso il Grande Vuoto era: «Ma cosa c’è di così affascinante nel pianeta di sabbia?». E io rispondevo: «Nel Sahara ci puoi andare una volta, e non poter fare a meno di ritornarci altre cento, oppure fare un viaggio e rientrare con l’impressione di aver visto solo sabbia e rocce calcinate dal sole, poveri villaggi di terra, pochi uomini e raggruppamenti di cammelli attorno ai rari pozzi d’acqua».
Ma il Sahara non è solo un catino di sabbia e rocce. In questi suoi nove milioni di chilometri quadrati presenta una varietà tale di aspetti e paesaggi, che contrastano con la comune idea che si ha del deserto. Vaste depressioni che scendono al di sotto del livello del mare, si alternano a estesi tavolati stratificati gli uni sugli altri, che arrivano a formare altopiani di oltre 2000 metri di altitudine. Enormi ammassi di sabbia prendono forma di sistemi dunari. I grandi erg, accumuli millenari di sabbia trasportata dal vento, non rappresentano che il 20 per cento della superficie del Sahara. Il resto sono vaste pietraie (hammada) e desolate pianure di polvere e ghiaia (reg). Tra il grande reg libico (quasi 900.000 kmq), il reg di Tanezrouft e il reg del Tenérè, al centro del deserto si eleva un asse montagnoso che dai monti dell’Hoggar e del Tassili n’Ajjer in Algeria si estende sino al Tibesti nel Ciad settentrionale. Mentre i monti dell’Air, gli affioramenti rocciosi dell’Adrar des Iforhas e dell’Ennedi si possono considerare prolungamenti di questo colossale sistema. Sono massicci severi, anneriti dal sole, a cui l’erosione eolica ha dato forme irreali e le cui vette – nell’Hoggar e nel Tibesti con l’Emi Koussi – raggiungono i 3000 metri di altezza.
Denominatore comune del Sahara la pressoché scarsità di precipitazioni. Mediamente in un anno il Sahara riceve non più di 100 millimetri di pioggia: ciò significa che, al di fuori delle oasi, non esiste possibilità di culture vegetali. In alcune parti del deserto le piogge non mancano, ma sono irregolari e spesso imprevedibili. Per decine di anni non cade una goccia di pioggia in alcune zone, mentre in altri luoghi si manifestano alluvioni catastrofiche. Animali e uomini con tecniche stupefacenti hanno saputo adattarsi per sopravvivere a questa cronica mancanza di acqua.
Una scatola magica piena di sorprese
Questo grande “vuoto” riserva nei suoi spazi infiniti incredibili sorprese. Nei suoi strati più antichi affiorano, talvolta in sequenza anatomica, resti fossili, come a Gadoufaoua, in Niger, dove è stato scoperto uno dei più grandi cimiteri di dinosauri. Non mancano curiosità uniche, come l’Arbre du Teneré, un albero così importante da essere addirittura segnato sulla Carta Michelin 1:4.000.000, un’acacia striminzita, spinosa e coriacea, il cui tronco è oggi esposto al museo di Niamey dopo essere stato abbattuto, pare per errore, da un camionista libico. Qui, un cocciuto tenente francese, all’inizio del secolo scorso, vedendo questa pianta, isolata in mezzo a una distesa arida e assolata, suppose l’esistenza di una falda d’acqua non molto profonda. Aveva ragione. I sondaggi furono faticosi e non privi di pericoli ma, alla fine, la testardaggine fu premiata e l’acqua sgorgò a oltre 40 metri di profondità.
Da quel giorno, carovanieri, nomadi, viaggiatori e truppe mehariste hanno sostato accanto all’acacia del Tenéré, a conclusione di un lungo viaggio o prima di iniziare una grande traversata verso le oasi e le saline di Fachi e Bilma. I fuochi del bivacco hanno udito l’intrecciarsi di storie, racconti, drammi, leggende. L’acqua del pozzo ha dissetato i cammelli dei tuareg prima di partire per le Azalai, le grandi carovane del sale composte, un tempo, persino da mille cammelli, uno degli spettacoli più inconsueti e affascinanti che si possono ancora, anche se più raramente, incontrare attraversando il Tenérè.
Un grande capitolo della preistoria del Sahara è rappresentato dalle pitture rupestri. Nel Tassili N’ Ajjer – altopiano che si snoda per una lunghezza di 700 chilometri circa e che precipita su una piana per un’altezza di 700/800 metri – tra guglie, gole e torri si celano gli straordinari affreschi che costituiscono il più affascinante patrimonio di arte preistorica del Sahara. Sulle pareti, negli anfratti, la raffigurazione di animali come giraffe, ippopotami, elefanti, oggi totalmente scomparsi in quei luoghi, raccontano di un Sahara ricco di acqua, savane, foreste, uomini. Durante i miei viaggi ho trascorso molto tempo immerso in questo mondo di pietra. E vi ho immaginato alberi rigogliosi, enormi corsi d’acqua come il Tafassasset, laghi e paludi, mandrie di buoi e pastori con i loro greggi. Un mondo scomparso, che artisti dotati di straordinaria sensibilità hanno dipinto a policromi colori sulle calde rocce di questo altopiano del Sudest algerino. Si deve a Henri Lhote, esploratore ed etnologo francese (1903-1991), la divulgazione dell’arte rupestre sahariana. Durante varie missioni nel Tassili, lo studioso ricopiò e studiò i vari stili, un lavoro di oltre 15 anni, che rivelerà nel 1958 con un’esposizione a Parigi e con numerose pubblicazioni, alcune indirizzate al grande pubblico. Più tardi ricoprirà il ruolo di responsabile del dipartimento di arte preistorica sahariana presso il Musée de l’Homme di Parigi. Altri uomini straordinari hanno lasciato le loro tracce in queste vaste solitudini inondate di luce. Come non ricordare, Padre Charles de Foucauld, ex ufficiale ed esploratore francese, figura leggendaria di missionario e ricercatore, fondatore dell’ordine dei Piccoli Fratelli, il primo degli europei che, all’inizio del ventesimo secolo, si avvicinò ai tuareg e ne studiò lingua, cultura e abitudini. Senza dimenticare Théodore Monod, il poeta del Sahara. Ittiologo, naturalista, archeologo, filosofo ed esploratore, grande camminatore di interminabili spazi, Monod abbandonò a un certo punto l’oceano marino, affascinato dal grande oceano di sabbia e pietre. Affrontò quel mondo sconosciuto e inospitale sin dagli Anni Trenta del Novecento, quando vaste regioni del Sahara erano ancora inesplorate. Il suo è stato sì un viaggio nello spazio, ma anche nel tempo, alla ricerca dei segni del passato, dei paesaggi preistorici, dei reperti di piante, animali e popoli scomparsi.
Il Sahara è anche testimone della straordinaria capacità dell’uomo di adattarsi agli ambienti più ostili e meno adatti alla vita. Qui, sono fiorite straordinarie civiltà e sono sorte città come Tomboctou, Agadez, Ouadane, Chinguetti, centri vitali nel nulla, porti e avamposti di commerci e culture nel deserto e archivi di straordinarie biblioteche oggi Patrimonio dell’Umanità.
Vivere con un dattero
Nell’ambiente del deserto alcuni popoli si sono perfettamente adattati e hanno saputo, con risorse estremamente povere, crearsi condizioni di vita che ne hanno permesso la sopravvivenza. Tra questi, i più noti, i tuareg e i tebu. “Il tebu vive tre giorni con un dattero: il primo giorno mangia la buccia, il secondo la polpa, il terzo il nocciolo”. Evidentemente è un’esagerazione, ma da sempre i tuareg, che hanno subito razzie da parte dei tebu, ne riconoscono la straordinaria forza e resistenza, che si esprime anche nella capacità di percorrere grandissime distanze con i loro dromedari, senza mai fermarsi.
In alcune oasi abitate dai tebu ho sostato ricevendo ben poca ospitalità e, non di rado, anche qualche sassata diretta al mio fuoristrada. Per contro, ho un ricordo indelebile legato all’ospitalità dei tuareg. Era da poco tramontato il sole, e la sabbia assumeva quel colore violaceo che, a poco a poco, si dissolve in un bianco lattiginoso nel chiarore lunare. Un rumore lontano, un suono di tam-tam, piccole luci nel profondo della notte. La curiosità è fortissima. Con la jeep lascio la pista principale e, dopo alcuni chilometri, trovo di fronte a me le tende di un accampamento, dove si stava celebrando un matrimonio tuareg. La magia dei suoni, i costumi tradizionali e gli ornamenti, il profumo del pane cotto nella sabbia e del mechoui mi accolgono. È così che mi trovo, improvvisato danzatore, a ballare con loro al ritmo frenetico dei tamburi. Un sogno che all’alba si dissolse con lo spegnersi dei fuochi.



