I Dogon? Sono il popolo che trascorre il tempo a riordinare l’universo secondo mappe ancestrali armoniche e virtuose. Il loro mondo? Fatto di simboli cosmici, di misteriose astronomie. Ma sono anche celebri come coltivatori di cipolle. E possono sorprendere con delle birre gelate…
Testo di Fausta Filbier
I segreti della stella Sirio B
Mi ricordo di quella volta in Mali, sulla falesia di Bandiagara. Andavo alla scoperta dei leggendari Dogon. Piccolo gruppo di etnia malinké, avevano lasciato la loro terra, tra Senegal e Mali, in cerca di un luogo sicuro dove vivere. Si erano diretti a nordest, fino a che avevano incontrato la falesia: una parete di roccia verticale, alta fino a cinquecento metri, con strettissime gole scavate dall’acqua. Qui, si installarono i Dogon: nessuna cavalleria poteva passare per quei crepacci, e anche uomini a piedi dovevano salire uno per uno, con tale difficoltà, che la difesa era facile. Oltre la cresta, si estendeva l’altopiano. Qui, nel XIV secolo, fondarono i loro villaggi e svilupparono, nel corso dei secoli, una cultura originale, che oggi si esprime nell’organizzazione dei campi coltivati, nell’architettura delle case e dei templi, nei prodotti dell’artigianato, nel modo di concepire l’universo e l’uomo in esso. E fin qui, è una storia africana come tante altre.
Ma chi cerca informazioni sui Dogon, legge di un mondo fatto di simboli cosmici, di misteriose astronomie, di gente che trascorre il tempo a riordinare l’universo secondo mappe ancestrali armoniche e virtuose. Già, perché per noi viaggiatori occidentali, i Dogon sono quelli di Marcel Griaule, il grande etnologo francese che dedicò molti anni della sua vita a studiarli. Nel suo libro più celebre, Dio d’acqua, uscito nel 1948, Griaule offrì un’immagine magica e misterica di questo popolo e del loro complesso universo cosmogonico. Un’immagine rimasta congelata, immutabile, che resiste ancora oggi: i Dogon erano, e saranno, sempre così, negando a queste genti la capacità di fare storia.
Islam e cipolle
Mentre cammino nei dintorni del villaggio di Sanga posso osservare una miriade di orti coltivati a cipolle. Perché, se per noi i Dogon sono “i misteriosi astronomi” che conoscono il segreto della stella Sirio B, in Africa occidentale la loro fama è legata alle cipolle. E le cipolle, qui, hanno portato all’Islam. Le reti commerciali, da queste parti, sono gestite in gran parte da mercanti islamici ed è più facile entrarvi se si condivide questa fede. Così, ai piedi della falesia, dichiarata nel 1989 Patrimonio Mondiale Unesco in quanto Culla dell’Animismo, si vedono nascere sempre più frequenti piccole moschee.
Oggi i Dogon sono circa 250 mila e vivono in villaggi abbarbicati sulle rocce della falesia che, con le loro capanne dal tetto di paglia, sembrano presepi. In alto, sopra i tetti appuntiti delle capanne, occhieggiano le grotte dei tellem, pigmei che abitavano la regione prima dell’arrivo dei Dogon. Percorrendo i sentieri e le piste lungo la falesia, quella che incontro però è gente che di misterioso ha poco. Gente che cammina lungo la strada, o a cavallo, o a dorso d’asino, o a bordo di motociclette un po’ raffazzonate. Donne che, a piedi, percorrono chilometri per approvvigionarsi d’acqua. Vedo erti villaggi il cui profilo si staglia sulle colline circostanti, campi spesso sbriciolati dalla siccità, magri steli di miglio. Gente che si arrabatta in mille modi per sopravvivere.
L’anima del commercio
Così una sera, di fianco alla mia tenda sul bordo della falesia, ammiro la grande luna africana, immaginando anch’io gli sciamani Dogon, capaci d’interpretare le stelle e chissà cos’altro. Fantastico. Poi il caldo vento saheliano mi fa venire una grande voglia di bere qualcosa di fresco. Dopo pochi minuti, nel silenzio, sento un tintinnìo lontano. Proprio come di bottiglie, che sbattono l’una contro l’altra. Penso sia frutto della mia immaginazione. Invece, dal buio, come in un miraggio, vedo emergere una scassatissima bicicletta. In sella, due ragazzini con una cassetta di bibite. Gelate. Nel pomeriggio, le jeep avevano attraversato il loro villaggio. Così, pur di recuperare qualche soldo, ci hanno seguito, portandoci birra e coca-cola, conservate in una borsa frigo antidiluviana e pesantissima. Certo, di chilometri, al buio, ne hanno macinati. E di fatica, sulla pista sterrata, ne hanno di certo fatta non poca. Ma tant’è. Ci si guadagna da vivere anche così. Oppure coltivando cipolle. Ma per me, i Dogon saranno rimarranno sempre quelli delle bibite fresche.



