Memorie sufi - Tucano Viaggi Skip to main content

Bukhara è molto più di una città-museo. Oltre a quella dei bazar turistici o della possente fortezza Ark, c’è un’altra città. Quella che i locali chiamano Bukhoro-i Sharif: la Nobile, la Santa.

 

Testo di Fabrizio Vielmini

 

La Santa: un appellativo che non viene dai monumenti, ma dalle persone, o meglio, dalle anime di chi ha scelto di dimorare qui per l’eternità. Perché Bukhara, nel cuore dell’odierno Uzbekistan, fu uno dei grandi crogioli del sufismo, la corrente mistica dell’Islam, e la sua santità è scandita dalle presenze silenziose dei maestri che qui vissero e insegnarono attraverso le loro confraternite.

Intorno alla Bukhara dei vivi si estende infatti una geografia parallela: quella delle ḥaẓira, i complessi funerari dei mistici sufi. Qui l’architettura non cerca di stupire, ma di accogliere. Non troviamo le dimensioni titaniche dei mausolei di Tamerlano, bensì cortili raccolti, portali in legno intagliato dal tempo e pergolati di colonne che offrono ombra come braccia aperte. È un’architettura che sussurra, non urla. Ed è possibile andare ad ascoltarla.

Bahauddin Naqshband: il maestro che incise il cuore del mondo

La prima tappa per la scoperta dell’eredità silenziosa dei sufi si trova alla periferia della moderna Bukhara, nel villaggio di Kasri Arifon. I taxi si fermano in un parcheggio brulicante di pellegrini: famiglie estese uzbeke, anziani incerti sui loro bastoni, giovani donne con foulard colorati e volti che arrivano da lontano—pakistani, turchi, indiani. Vengono tutti qui per raccogliersi attorno a una tomba. Non un sepolcro qualunque, ma quello di Khoja Bahauddin Naqshband (1318-1391), l’uomo che ha “inciso” il nome di Dio nei cuori di milioni di fedeli.

Naqshband fu un riformatore e sistematizzatore di pratiche sufi risalenti ai “primi maestri”, noti come Khwajagan, figure come Ahmed Yassawi e Abdul Khaliq Ghijduvani, anch’egli sepolto nell’oasi di Bukhara. Naqshband riprese questa eredità, riformulandola in persiano (la lingua della cultura colta) nell’opera conosciuta come Kalimat-i Qudsiya (Le Parole Sacre). Da questo insegnamento nacque una nuova e importante catena iniziatica sufi (silsila) che prese il suo nome: la Naqshbandiyya.

Naqshband deriva da naqsh, “impronta”, quella del nome di Dio sul cuore dei fedeli, da ottenere attraverso preghiera e meditazione.

Camminando attraverso la sua ḥaẓira, si comprende cosa significhi lasciare un segno. Entrando nel cortile principale troviamo al centro il sepolcro del maestro, su una grande piattaforma rialzata (dakhma, lo stesso nome delle “torri del silenzio” zoroastriane), rivestita di pietra. La gente le si accosta con una devozione che ho visto in pochi altri luoghi al mondo, toccandola con riverenza e sussurrando.

Intorno, il complesso è un palinsesto di secoli, con moschee, minareti e altri edifici. Ogni dinastia che ha governato Bukhara—dai timuridi fino agli emiri del XIX secolo—ha voluto aggiungere un pezzo di sé. Il sovrano shaybanide Abd al-Aziz, lui stesso un discepolo, fece costruire nel Cinquecento una magnifica khanaqah (loggia per le riunioni delle confraternite sufi, edifici conosciuti nel Mediterraneo come ribaṭ).

Era un modo per legittimare il proprio potere, certo, ma anche per stare vicini, anche da morti, alla baraka (la grazia) del santo. Attorno a ogni ḥaẓira si estendono vaste necropoli, poiché la baraka intercede per la salvezza eterna di tutti i sepolti. E la baraka qui è tangibile: si respira nell’aria densa di preghiere, un filo invisibile che unisce il XIV secolo a oggi, Bukhara al resto del mondo islamico. I sovietici, in pieno ateismo di Stato, provarono a spegnerla vietando l’accesso. Ma non si possono vietare le emozioni.

ʿAbdul al-Khāliq Ghijduvānī: la lezione di silenzio di un maestro più antico

Per trovare le radici del silenzio in cui aleggia la memoria sufi di Bukhara, bisogna tornare indietro di un secolo e guidare per quaranta minuti verso nord, fino alla sonnolenta cittadina di Ghijduvan. È un luogo in cui da sempre domina una quiete monastica.

Qui riposa Abdul Khaliq Ghijduvani (1103-1179), il maestro che gettò le basi dottrinali su cui Naqshband costruì il suo ordine. Se Naqshband è stato il grande organizzatore, Ghijduvani è stato il pensatore: il maestro che capì che, in una società urbana e complessa come quella delle oasi, la spiritualità doveva trovare nuove strade.

Egli insegnò che Dio non si rivela solo a chi si isola dal mondo, ma che lo si può trovare anche nel mezzo dei bazar, a patto di custodirne il segreto. In contrasto alle forme estatiche e pubbliche di altre confraternite, Ghijduvani elaborò per la Khwajagan lo zikr silenzioso, una recitazione del nome di Dio quale pratica interiore, quasi un battito cardiaco spirituale atto ad accompagnare la vita quotidiana.

Anche la ḥaẓira di Ghijduvani è cresciuta attraverso i secoli. A questo contribuì in particolare il nipote di Tamerlano, il principe-astronomo Ulugh Beg. Proseguendo la politica del nonno di patrocinio dei santuari sufi a legittimazione del potere secolare, Ulugh Beg seppe applicare una sensibilità rara: per abbellire l’ḥaẓira del maestro non costruì un nuovo mausoleo, ma un’elegante madrasa-khanaqah, una delle tre legate al suo nome (le altre sono a Samarcanda e Bukhara).

Un episodio storico contribuì ulteriormente alla fama e allo sviluppo del sito: nel 1512, alle porte di Ghijduvan, i nuovi padroni di Bukhara, gli uzbeki shaybanidi, inflissero una schiacciante sconfitta a un temibile esercito safavide sciita. La vittoria, si disse, fu merito della baraka del santo sepolto lì vicino. Che un campo di battaglia si leghi a un luogo di preghiera è qualcosa che fa riflettere su quanto, in queste terre, fede e politica siano sempre state due facce della stessa medaglia.

Char Bakr: la città dei morti

L’ultima tappa di un percorso nei santuari sufi dell’oasi di Bukhara ci porta in una dimensione ancora più intima, quasi onirica. A cinque chilometri dalla città, nel villaggio di Sumitan, si apre un labirinto di mura di mattoni. È la necropoli Char Bakr (“i Quattro Bakr”), il cui nome deriva dallo sceicco Abu Bakr Saʿd (m. 971) e dai suoi fratelli, discendenti del profeta Maometto e qui inumati.

Si tratta di uno dei complessi commemorativi più suggestivi ed estesi (40 ettari) dell’Asia centrale. Inizialmente luogo di ritrovo dei dervisci Khwajagan, divenne dal XVI secolo il cimitero dinastico della ricca e potente famiglia di sceicchi naqshbandi Juybari, per secoli consiglieri spirituali (e spesso politici) dei khan di Bukhara, che qui si fecero erigere una dimora eterna all’altezza del loro potere terreno.

Char Bakr si presenta come una vera e propria città dei morti disegnata per l’eternità: si sviluppa come un labirinto di cortili, vicoli acciottolati, portali monumentali e facciate ornate di piastrelle policrome riccamente decorate. Sembra quasi di passeggiare per una Pompei medievale, dove al posto delle domus ci sono ḥaẓira e mausolei patrizi, dove ogni vicolo è un capitolo di storia familiare, ogni cortile un ramo di un albero genealogico. Molto più di un cimitero, Char Bakr è un promemoria che ricorda ai vivi, nella sua bellezza silenziosa e ordinata, che la morte non è la fine, ma un passaggio.

Un’eredità viva attraverso i sepolcri

Visitare le memorie sufi di Bukhara è un’esperienza che va ben al di là di un semplice tour archeologico. Percorrere queste necropoli, austere ma cariche di significato, significa intraprendere un viaggio nel cuore della civiltà centroasiatica, scoprendo la ricchezza stratificata della sua storia attraverso il sussurro delle preghiere rivolte alle sue più memorabili figure spirituali.

Questi luoghi raccontano non solo una fede intensa, ma anche intricate trasformazioni politiche e sociali. Essi testimoniano l’alleanza tra potere temporale e spirituale che, attraverso la devozione di alcuni uomini, ha plasmato il paesaggio locale. Questa alleanza ha segnato profondamente l’identità millenaria e composita della regione, lasciando un’impronta indelebile nel cuore del mondo e proiettando la propria influenza ben oltre i confini delle steppe.

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Fabrizio Vielmini

Fabrizio Vielmini, nato nel Monferrato, resta profondamente legato al Piemonte. Negli anni Novanta, l’incontro con l’Asia centrale e il Caucaso cambia la sua vita e queste lande diventano una...