Benvenuti nel Paese di Mowgli - Tucano Viaggi Skip to main content

Safari in Madhya Pradesh, alla ricerca della celebre tigre del Bengala. Facile avvistarla? Non proprio… Anche se, in poco più di un decennio, l’India è riuscita a raddoppiare la popolazione di questi grandi felini. Oggi il suo numero, circa 3.600 esemplari, ha reso il Paese un santuario globale per la specie. Qui, vive il 75 per cento di tutte le tigri del Pianeta

 

Testo di Roberto Copello

 

 

D’improvviso, i grigi langur di Hanuman cessano di spidocchiarsi e si mettono a saltare da un ramo all’altro, lanciando un petulante khok khok verso la base degli alberi di teak. Parrocchetti e rigogoli dorati si levano in volo, un pavone esce schiamazzando dall’erba gialla e tre cervi pomellati scattano come tanti Usain Bolt, abbandonando la pozza d’acqua dove si abbeveravano. Un ritmico ponk, l’inconfondibile verso del sambar, il grande cervo delle foreste indiane, conferma quello che tutti, a bordo del fuoristrada scoperto, abbiamo già intuito. “Una tigre!”, sussurra Durgesh, il giovane naturalista che mi fa da guida. Il sofisticato sistema d’allarme della giungla è scattato, rapido come i sensori d’allarme sulle finestre di casa, ma di sicuro più efficace. Senti i battiti del cuore che accelerano, non capisci se di speranza o di timore. La curiosità è stata più forte della paura, ma ora che la Regina sta per manifestarsi (e non nella gabbia di uno zoo…), capisci che non c’è documentario che possa averti chiarito abbastanza le idee sulla formidabile macchina da guerra che sta per comparire…

Solo che i minuti passano e la foresta ripiomba nel silenzio: della tigre, neppure una vibrissa. Sarà così per tutta la mattinata nel Pench National Park, nel Madhya Pradesh, delle 50 riserve indiane dove la tigre del Bengala resiste all’avanzata della civiltà, ai cacciatori di frodo e, in definitiva, all’estinzione (oggi in India si contano oltre 3.600 esemplari, contro i 1.800 di una decina di anni fa).

 

Babbo Lupo e il Libro della giungla

“Welcome to Mowgli’s Land”, proclamava all’ingresso del parco un cartello su cui il piccolo eroe di Kipling in versione disneyana ricordava che queste foreste, con quelle del non lontano Kanha National Park, sono i veri luoghi del Libro della giungla, ispirato allo scrittore dalla vicenda di un ragazzo lupo catturato nel 1831 presso il primo villaggio che sta a nord del Pench, Seoni (ricordate l’inizio del romanzo? “Erano le sette di sera d’una serata caldissima fra le colline di Seoni, quando Babbo Lupo si svegliò dal suo riposo diurno…”). Neppure lupi ho ancora visto, inoltrandomi sulle piste sterrate di questa foresta senza liane, ben diversa da quella, buia e lussureggiante, che letture salgariane, film su Tarzan e quadri di Ligabue, hanno radicato nel mio immaginario occidentale: la giungla indiana consiste in una spoglia teoria di alberi decidui, fra i cui rami enormi ragni tendono tele infinite, mentre nugoli di vermetti succhiano la linfa delle foglie, riducendole a carta velina.

Durgesh prova a scherzare: “Sono skeletoniser grubs, bruchi scheletrizzanti. Attento che non ti cadano in testa: non vorrei sentirmi fissato da un teschio con le orbite vuote”. Ingegnere informatico, dopo due anni dietro a una scrivania ha deciso che la vita vera non sta dentro un computer. Così, a 27 anni, dopo 12 mesi di corso, ora è una guida ufficiale, autorizzata a condurre i visitatori nei quattro parchi nazionali del Madhya Pradesh. Alle sei del mattino, dopo che a malincuore avevo lasciato le comode lenzuola del Baghvan Resort, appena fuori del Pench, Durgesh mi aveva chiesto a bruciapelo: “Roberto, che cosa speri di vedere oggi?”. “Qualunque cosa che si muova”, avevo mentito. Ma ora, dopo il sessantesimo cervo a puntini bianchi e la centesima scimmia grigia, inizio a pensare che sarebbe ora che la tigre si manifestasse davvero: non può bastare aver visto i solchi verticali, che uno dei 65 esemplari presenti nel parco ha inciso facendosi la manicure sulla base di un franchincenso.

 

Il leopardo mangiauomini

Solo che qui non siamo in Africa, e il safari all’indiana è un po’ diverso: gli animali ci sono, dai predatori (tigri, leopardi, cani selvatici, lupi indiani, iene, sciacalli, volpi, pitoni, manguste, avvoltoi) alle prede (cervidi come i maculati chital e gli imponenti sambar e barasingha, pavoni, porcospini, cinghiali, enormi gaur o bisonti indiani), ma bisogna guadagnarseli. Con pazienza e vista da felino. “Quando vai a caccia di una tigre, devi essere preparato a vedere una tigre”, diceva Jim Corbett, il più grande cacciatore di tigri e leopardi che l’India abbia avuto: in realtà, un benefattore e un ecologista ante litteram, che cacciava solo i felini divenuti antropofaghi, colpiti dopo lunghi agguati notturni su un machan, una semplice piattaforma innalzata fra i rami di un albero. Tanto per dire: Corbett nel 1926 uccise un leopardo che, in otto anni, aveva divorato 125 esseri umani.

 

Anche avvistare uno dei trenta leopardi del Pench non sarebbe male. Ma è ancor più difficile che vedere una tigre. Predatore agile e astuto come nessun altro, il leopardo è l’obiettivo privilegiato dei cacciatori di frodo per via della sua splendida pelliccia, ed è anche il terrore dei villaggi rurali attorno al Pench, dal cui territorio (758 kmq, di cui 300 a tutela integrale) esce volentieri: il mese scorso, tanto per dire, ha sbranato una contadina che s’era attardata a lavorare nei campi dopo il tramonto… Ormai fa troppo caldo, è ora di tornare agli agi del Baghvan Resort. Dove l’ironia di Rattee, la simpatica manager del lodge, non consola né tranquillizza: “Well, stamattina non hai visto la tigre. Ma di sicuro la tigre ha visto te…”. Grazie tante, adesso il riposino sarà più sereno, lassù, nel lussuoso machan sopra il mio bungalow. La piattaforma, ben più comoda di quelle di Corbett, pare l’ideale per notti romantiche. Sarà. Ieri sera, nel buio totale, la zanzariera isolava il letto king size dai ragni ma non dai misteriosi suoni, inquietanti quanto basta per impedire il sonno a chi non sia cresciuto nella foresta come Mowgli.

 

I dhole, temibili cani selvatici

Nel tardo pomeriggio, ripartiamo a caccia della tigre. Una tigre, in effetti, la avvisto, prima di varcare nuovamente uno dei due ingressi del parco, ma è solo la versione disneyana di Shere Khan che, su un cartellone, ammonisce a non provocare incendi. Durgesh, però, è fiducioso. Tendo le orecchie, sperando di sentire il grido d’allarme dei langur, segno della presenza di un predatore: una tigre, un leopardo o un branco di dhole, i temibili cani selvatici. Si capisce perché i langur, scimmie grigie dalla lunghissima coda, ritenute sacre perché servivano il dio Rama, trascorrano al sicuro sugli alberi quasi tutta la giornata.

Incrociamo due elefanti, cavalcati da fieri mahout che, sin dall’alba, battono le piste cercando tracce della tigre. Ogni avvistamento è comunicato via radio agli ingressi del parco, in modo da indirizzare i visitatori. Forse dalla groppa di un elefante sarebbe più facile anche per me individuare un felino giallo-nero nell’erba alta. Più piccolo del cugino africano, l’Elephas maximus è comunque il più grande mammifero asiatico: un maschio è alto tre metri e pesa fino a cinque tonnellate. E infatti la tigre difficilmente lo attacca. “Se è per questo, non attacca neppure i veicoli”, rassicura Durgesh. “È un animale timido. Diventa mangiatrice di uomini solo se ferita da una fucilata o se una spina d’istrice nella zampa le impedisce di rincorrere i cervi”.

Così si riparte, accoccolati sui sedili panoramici del 4×4 Tata Motors attrezzato per i safari, senza vetri di protezione. E in extremis, quando il tramonto già incombe, ecco finalmente la Regina, placidamente immersa in un laghetto, appena a venti metri. Elegante, distaccata, seducente, ma anche enorme, muscolosa, flessuosa, la tigre si volta verso di te, ti fulmina con le sue pupille gigantesche, abbozza un lieve brontolio. Tanto basta a farti accapponare la pelle. Poi, lemme lemme, esce dalla pozza, come una signora che si è concessa un bagno prima di prepararsi per l’happy hour. La serata nella giungla promette di essere movimentata. Povero quel chital che farà da antipasto.

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Roberto Copello

Genovese, giornalista e fotografo, ha visitato una sessantina di Paesi. Svolge la sua attività di giornalista con la stessa curiosità di quando iniziò, con Indro Montanelli, al Giornale o ancora...