La magia di una notte d’inverno. Quando possiamo vedere, a occhio nudo, bagliori rossastri o verdastri, danzanti e di forme mutanti. In passato, erano presagi di sventure. Oggi, un effetto dell’attività solare. Ma, sempre, una meraviglia tutta da ammirare…
Testo di Ada Grilli
Com’è la vita in un Paese freddissimo ma baciato dalle aurore boreali? Più colorata, più romantica, più estatica? Di certo lo è, complice all’80% quello spettacolare fenomeno fisico geograficamente circoscritto ai Paesi circumpolari, mediaticamente presente anche nei paesi del Nord Europa e del Nord America, scientificamente studiato in tutto l’emisfero nord e in misura assai minore anche in alcuni Paesi dell’emisfero sud (Oceania per lo più). In Italia, le Aurore Polari sono un po’ la Cenerentola degli studi delle relazioni Terra – Sole e solo pochi “iniziati” al mondo dei ghiacci e dei grandi freddi o del più popolare fenomeno subartico del sole di mezzanotte, ne hanno conoscenza.
Magia e superstizione
E dire che già secoli fa il nostro Galileo fu testimone di una spettacolare aurora boreale in quel di Venezia. Correva l’anno 1621, e già pochi anni prima il fenomeno si era presentato a latitudini piuttosto basse, suscitando grandissimo interesse negli scienziati del tempo, tra cui autorità indiscusse come Kepler e Gassendi. Al nostro insigne studioso delle macchie solari è attribuita la definizione di “aurora borealis” in un’opera del 1619, la cui paternità non è comunque del tutto accertata. Ma l’aurora borealis ricorre poi ancora in un altro suo studio del 1622, per cui, alcuni, considerano la discussione sulla paternità di questa definizione assolutamente capziosa. Era l’epoca in cui in tutta Europa ci si stava appena emancipando dai lacci delle interpretazioni emozionali, e superstiziose, del fenomeno delle Aurore Boreali da cui – a ogni apparire di bagliori rossastri o verdastri, danzanti e di forme mutanti – le genti, come nella Grecia antica, traevano oracoli e interpretazioni di eventi prossimi futuri, per lo più drammatici.
Una spiegazione scientifica
Ci sono voluti parecchi secoli di indifferenza, e di scienza in sordina, per arrivare a formulare ipotesi e avvicinarsi alla verità delle Aurore Polari: un effetto dell’attività solare – soprattutto quella localizzata nella cosiddetta corona che, nel picco del suo ciclo all’incirca undecennale, rilascia miliardi di protoni e di elettroni i quali, a velocità superiore alla media (oltre 450 km/sec), impattano con atomi e molecole di ossigeno e azoto nell’alta atmosfera. Ed ecco a voi, signori e popoli dei ghiacci, l’Aurora Boreale e, specularmente, l’Aurora Australe, ma per una platea quasi inesistente poiché, alla stessa latitudine sud, nella fascia all’incirca tra i 50 e i 70 gradi, ben poche sono le terre emerse e le popolazioni che vi hanno messo radici.
Nell’ultimo secolo, alcuni scienziati hanno dedicato una vita intera a capire la natura del fenomeno. Lenti passi avanti, a costo di missioni impossibili in lande desolate, e pochi onori, tutt’al più un ritratto nelle banconote norvegesi (Kristian Birkeland) o la dedica di un asteroide a Syun-Ichi Akasofu, il guru giapponese delle Aurore, con un background di oltre sessant’anni di studi sulle sottotempeste magnetiche e, dunque, con meriti scientifici indiscussi e una scuola di eccellenza all’Università di Fairbanks, Alaska. Dell’Artico ci occupiamo per lo più solo per il timore di guerre per gli idrocarburi, per il “grande disgelo” o infine per i rischi di complicanze e disturbi delle reti elettriche considerate ormai il tallone di Achille di tutte le società elettro-dipendenti. Infatti, ogni grande Aurora, al di là della sua affascinante fenomenologia, agisce come un gigantesco generatore capace di produrre fino a 10 milioni di MW di energia elettrica, con rilevanti effetti sull’efficienza di tutte le apparecchiature, il cui funzionamento è legato all’energia elettrica. Occhio, dunque, quello che accade sulla corona della nostra stella, genera effetti a catena nello spazio interplanetario, fino a quelle luci speciali che potremmo vedere a occhio nudo, una notte d’inverno.



