La luna di Harar - Tucano Viaggi Skip to main content

Nella città-leggenda dell’oriente etiopico, emporio di ogni commercio fra le coste dell’Oceano Indiano e l’Abissinia, visse Arthur Rimbaud. Poeta dall’animo irrequieto, si installò nella città etiope come trafficante di armi e di caffè, ma si perse tra i suoi vicoli e finì per stordirsi con le foglie di chat

 

Testo di Andrea Semplici

 

“Andiamo! La marcia, il fardello, il deserto, la noia, la collera”. Quel giorno il vento del Mar Rosso soffiava con rabbia sul volto di Arthur Rimbaud, il mercante di armi, il poeta più grande, l’angelo ribelle fuggito dall’Europa per bruciare nelle savane dell’Africa la sua penna corrosiva e superba. Rimbaud si annodò il turbante attorno alla testa, dopo mesi di attesa snervante. Aveva deciso di partire: era l’unico bianco e voleva guidare una carovana di cento dromedari fino agli altopiani dell’Abissinia. Voleva vendere un carico di armi (1755 fucili, 750 mila munizioni) a Menelik, signore dello Scioa, la regione centrale dell’Etiopia, il futuro negus, il “re dei re” che, alla fine del secolo, avrebbe sconfitto gli italiani ad Adua.

Era l’ottobre del 1886: alle spalle di Rimbaud luccicavano le spiagge di lava di Tadjurah, le coste, abbacinate dal sole e tormentate dai vulcani, di quella terra che oggi si chiama Gibuti, ‘l’occhio dell’aquila’. Davanti a lui, un deserto di sale e lava, la depressione del lago Assal, uno dei luoghi da vertigini del mondo. Rimbaud annoterà nelle sue lettere febbricitanti: qui siamo nel “presunto orrore dei paesaggi lunari”. Il viaggio doveva terminare sulle montagne dell’Etiopia, oltre la spaccatura della Rift Valley.
Rimbaud aveva lasciato l’Europa otto anni prima. Sapeva cosa l’aspettava: “L’aria marina mi brucerà i polmoni, i climi sperduti mi abbronzeranno. Tornerò con membra di ferro, la pelle scura, l’occhio furioso”. L’uomo che, ora, si mette in cammino ha il volto smagrito, segnato dai suoi anni africani. Conosce l’arabo, discute del Corano con i cammellieri, è un mercante abile e impietoso, ha convissuto con una splendida donna abissina. La sua città africana è Harar, città-leggenda dell’oriente etiopico, città sacra dell’Islam in terra africana, città delle 99 moschee, emporio di ogni commercio fra le coste dell’oceano Indiano e l’Abissinia. Ad Aden, in Yemen, nel 1880, accetta un impiego dalla ditta di un francese, Alfred Bardey, che lo spedisce aldilà del Mar Rosso, in Abissinia, a soprintendere le spedizioni di caffè e altre mercanzie. Harar era il centro del mondo: ogni anno, alla fine della stagione delle piogge, vi approdavano cinquemila carovane di dromedari cariche dei prodotti che sbarcavano sulle coste somale. Harar era il crocevia dei traffici di avorio, pelli, caffè e resine. Bardey aveva lanciato solo un’occhiata a Rimbaud e aveva capito tutto: cercare di trattenerlo “era come tentare di fermare una stella cadente”. Il poeta Verlaine, amico, amante, rivale, lo aveva già definito “un uomo dalle suole di vento”. Non si combatte contro il proprio destino.

E come si ritrovano le tracce di chi cammina nel vento? Il filo di Arianna delle orme di Rimbaud si smarrisce ad Harar: le mura bianche di calce della città vecchia nascondono un intrico di 362 vicoli. Il poeta ha vissuto undici anni in questo labirinto. I bianchi, allora, si contavano sulle dita di una sola mano. Quando Rimbaud vi giunse (“Non ci sono strade e quasi nessuna possibilità di comunicazione … Sono arrivato in questi paesi dopo venti giorni di cavalcate attraverso il deserto”) era la fine del 1880 ed erano trascorsi meno di trent’anni da quando il primo bianco, Richard Burton, camuffato da pellegrino, era riuscito a varcare le porte di Harar, città proibita agli infedeli.

“Bet Rimbo, Bet Rimbo: è il grido che rincorre ogni bianco che attraversi la porta della Vittoria e si avventuri nella città vecchia. I bambini-guida sanno cosa vuol vedere il viaggiatore: vuole entrare nella casa di Rimbaud, la casa del poeta. Ti afferrano per mano, si lanciano a capofitto fra i ciottoli sconnessi della Makina Girgir, la strada dei sarti, saltano per gradini imbiancati, deviano per vicoli larghi come la cruna di un ago e infine aprono una porta. Eccola la Bet Rimbaud. Casa di lusso, una cattedrale di tek, uno sfarzo degno di un impossibile sogno gotico africano, davanzali cesellati, vetrate colorate come un arcobaleno, fregi in ferro battuto. I bambini sanno di mentire, noi sappiamo di ascoltare bugie. Questa non è la Bet Rimbo: è solo la casa più bella di Harar. Oggi è un museo che, spesso, lascia scontenti i visitatori affrettati. Quando vi arrivai la prima volta, vent’anni fa, era una casa splendida e decrepita. Vi abitava una famiglia di profughi. Haji Abdul Satar, vecchissimo contabile della filiale di Harar del Banco di Roma, mi spiegò: “Quella casa fu costruita da un mercante indiano ai primi del Novecento. Non esisteva nemmeno ai tempi di Rimbaud”.
La caccia alla casa riparte. Andai anche a trovare Turunbedus Mohammed, sceicco e medico tradizionale: allora viveva nel palazzo che era stato di Tafari Makkonen, il futuro Hailé Selassiè. Cercò di vendermi talismani e piccole bottigliette magiche, ma non sapeva niente di vecchi stregoni bianchi. Ascoltai i racconti di padre Taddeo, missionario maltese in terra d’Islam: mi raccontò che Rimbaud aveva frequentato, nei suoi anni hararini, la missione dei Cappuccini. Chissà se padre Taddeo aveva mai visto il sigillo con il quale il poeta-mercante firmava le sue note commerciali? Vi era inciso “Abdoh Rinbo”, “Rimbaud, servo di Allah, mercante di incenso”.

 

La foto che Rimbaud inviò alla famiglia nell’aprile del 1883 ci fornisce un indizio decisivo e precario. Dietro la figura bianca, incurvata e magrissima, del poeta-mercante, serissimo con le sue braccia conserte, s’intravede un albero. È un giardino di banani. Le nostre guide, dopo uno sguardo alla foto, hanno nuove certezze: corrono fino a un cortile, scansano galline e scheletri di cani e battono la mano sulla porta di una catapecchia. Vi abitava il custode del museo di Harar. La casa adesso è solo un deposito di legna, ma il vecchio raccontava sempre dell’uomo straniero che aveva vissuto prima di lui in questa stamberga. E mostrava le radici di un albero schiantato: “Qui è stata scattata la foto di Rimbaud”. Bisogna davvero credere che il gioco di Harar sia finito? Una casa così povera? Mi siedo sul vecchio ceppo, è ancora qui.
Sono le prime ore del pomeriggio: gli uomini si ritirano nelle stanze senza finestre delle case a masticare chat, l’erba stimolante che fa dimenticare il mondo. In queste ore, nessuno cammina più fra i vicoli. Ci si stordisce e la città santa è come tramortita dagli odori della droga rassicurante. Le donne, escluse dal rito del chat, fumano il narghilè in scene di perfetta e regale apatia. Le ragazze preparano il caffè tradizionale. I discorsi degli uomini si annebbiano. Anche Rimbaud ruminava, per ore, le palle di chat, ma non riusciva a dimenticare. La luna di Harar splendeva nel cielo e le iene, come fanno ogni notte ancor oggi, si avvicinavano alle mura della città. Troppi simboli e immagini per l’uomo con “le suole di vento”.

Rimbaud lascia la spiaggia di Tadjurah: la vendita di quelle armi è l’affare della sua vita, sarà un viaggio immenso attraverso i deserti della Rift Valley e le scarpate dell’altopiano etiopico. Doveva durare meno di due mesi, durò il doppio. Rimbaud, mercante di armi, dovette spingersi fino a Entoto, sulle montagne che dominano la conca dove, pochi anni più tardi, sarebbe sorta Addis Abeba, capitale definitiva dell’Etiopia. Non ebbe fortuna, Rimbaud, Menelik lo liquidò con somme miserabili: “Il mio affare è andato molto male” scrisse. Ma era il denaro il vero motivo del viaggio, della fuga dall’Europa, degli anni di Harar? Non so, non lo so. Rimbaud aveva sconvolto il mondo della poesia, aveva già vissuto una corrosiva e superba Stagione all’inferno. Cosa ti resta dopo che, prima dei venti anni, hai inventato una lingua bruciante e hai consumato, con violenza, un genio irrefrenabile. Dove si va, quando si smette di scrivere? Rimbaud aveva già scritto: “Io è un altro”.

 

Nella foto: Harar – Casa Museo di Rimbaud, la biblioteca – Saiko, CC BY 3.0

 

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Andrea Semplici

Scrittore, giornalista e fotografo, grande viaggiatore e conoscitore dell’Etiopia, che ha percorso in lungo e in largo fino alle regioni meno conosciute, Andra Semplici ha raccontato il mondo...