Un libro di pietra, nascosto tra le sabbie e le rocce algerine, dove l’uomo primitivo ha disegnato sè stesso, la sua vita, i suoi sogni. E ha fuso, in un racconto unitario e unico, arte e natura. Fantastiche visioni o riti magici? Forse solo un modo per comunicare emozioni e sentimenti
Testo di Fausta Filbier
Il suo nome è Tassili dell’Ajjer, l’Altopiano dei Fiumi dei tuareg kel Ajjer. È il sito di arte rupestre più importante del mondo, per la qualità e la quantità dei suoi graffiti e dipinti rupestri: più di duemila censiti fino a oggi. Un museo a cielo aperto, Parco nazionale dal 1973 e Patrimonio dell’Umanita Unesco, disseminato su un altopiano di arenaria lungo più di 750 chilometri, largo fino a 100, e grande poco meno della metà dell’Italia. Un gigantesco monolite, un ammasso di pietre e sabbia che spunta improvviso dal deserto: a est si trovano Ghat e il mare di dune libico, a sud l’immenso Ténéré nigerino. Una galleria d’arte preistorica, unica e speciale, un vera e propria pinacoteca del Sahara.
Interrotta solo dal corso di qualche uadi (letto di fiume) fossile e da alcuni picchi più elevati, costituisce come una vasta piattaforma, dove il vento e l’acqua hanno eroso la roccia e hanno creato forme improbabili: profili umani, grandi dinosauri che vengono incontro, larghe falde parallele, blocchi alti e massicci che creano ripari e gallerie, colonne e arcate. La attraversano un labirinto di corridoi dal pavimento roccioso, a volte ammantato di sabbia ondulata dal vento, a volte ricoperto di finissima argilla.
È in questo scenario grandioso e apocalittico che è rappresentata una fetta di storia dell’umanità e della sua arte. È su queste pietre, che l’uomo primitivo ha raccontato sè stesso, la sua vita, le sue fantasie e ha fuso, in un disegno unitario e unico, arte e natura. In questa Cappella Sistina all’aria aperta, i dipinti si susseguono numerosi, come in un calcolato effetto scenico, tra quartieri e stradine, slarghi e pilastri di queste città neolitiche. A volte, le più recenti si sovrappongono alle opere più antiche, in un perfetto adattamento alla materia e alla trama dell’arenaria.
In mostra a Parigi
Le pitture del Tassili, grazie alle radiazioni con il carbonio 14, sono state datate alla fine degli Anni Cinquanta da un grande etnologo e archeologo francese, Henri Lothe. A lui, si devono l’esplorazione sistematica dell’altopiano e la catalogazione delle opere d’arte per periodi e stili, che ha consentito di ricostruire le tappe di questa civiltà. Lothe, grazie anche a Machar Djébrine Ag Mohamed, la sua guida tuareg, e a una equipe di pittori e fotografi, rilevò le impronte dei dipinti rupestri e le riportò su strati di carta, che successivamente dipinse con pitture a tempera. Lavori unici nel loro genere, presentati nel 1957 e nel 1958 al Museo delle Arti Decorative di Parigi, in una mostra che fu considerata una delle più importanti della metà del XX secolo.
Le pitture documentano una successione molto varia di razze e culture a partire almeno dal 10000 a. C. fino all’epoca cristiana. Grosso modo, si può dire che al tipo negroide, più antico, si sono successivamente sovrapposte razze etiopi e di tipo europeo. E tutte, hanno lasciato illustrati in questo libro di pietra la loro vita, i costumi, le armi, le danze, le divinità. Per l’uomo dell’Età della pietra forse erano le prime espressioni di un linguaggio materializzato, forse fantastiche visioni, forse un mezzo di comunicazione e di concretizzazione di un pensiero, di un sentimento religioso, di riti magici. La maggior parte dei graffiti erano incisi vicino a pozzi e sorgenti d’acqua, quando ancora il Sahara non era sete e fuoco, ma un giardino di piante e acqua, dove gli animali si fermavano a bere. Quelli che oggi sono gli uadi, tracce di corsi d’acqua che solcano le distese di sabbia come una fitta rete, e le gueltà, piccoli bacini di raccolta del prezioso liquido dopo le rarissime piogge, erano un tempo fiumi e laghi attorno ai quali fiorivano vita animale e civiltà umana. Il pastore, lì e in quel momento, trovava il modello e la pietra su cui disegnare. Arenaria e rocce dure che hanno consentito incisioni più profonde che altrove.
Danzatrici e il grande dio di Sefar
Le grandi pietre, che sembrano vive, e la memoria di antiche presenze possono turbare l’uomo tecnologico, non avvezzo a questa immersione nel naturale. Il Sahara in arabo significa Vuoto. E qui, in ogni momento, si ha la sensazione di totale vuoto, ma anche di totale pieno. Di energia che persiste nei millenni, di morte e di vita che da sempre vanno insieme. Così, lo stretto rapporto fra materia, luoghi e rappresentazione impone di non considerare le immagini separate dal contesto, che ha sicuramente avuto un ruolo determinante per l’origine dell’arte rupestre. I giochi di luce e ombra sulle strane pareti, i colori, le forme antropomorfiche delle rocce costituiscono di per sè una proiezione e un invito all’espressione. Allora, forse è sbagliato cercarne un’interpretazione raffigurativa; forse bisogna considerarla come arte astratta, coglierne l’impressione, le emozioni, lasciarsi coinvolgere e prendere da quello che soggettivamente comunica.
Ma allora? I cerchietti intorno ad alcuni personaggi sono extraterrestri oppure scarificazioni? E gli uomini alti e slanciati che guidano le mandrie sono peul, popolazione di allevatori diffusa lungo il Niger, il Ciad e il Senegal? Le danzatrici di Jabbaren, sottili e formose con le acconciature a cimiero, ricordano forse i balli delle donne peul, possedute da musica e rito?
E il grande dio di Sefar, alto più di tre metri, che domina la parte centrale di una piazzetta. La figura sfrutta la concavità naturale di una roccia, si estende nella semivolta. Si piega verso l’osservatore sovrastandolo con il busto e le braccia levate. Si erge oltre una coltre di nubi e all’altezza del ventre ha un grande sole. Dietro, ha una lunga coda (di gatto, di leone?), in una mano sembra avere un uccello. Sotto di lui, animali e personaggi più piccoli. Cosa potrebbe rappresentare: un dio marziano, il diavolo, il giudizio universale? E allora non si può che concordare con Lothe quando scriveva: “quello che abbiamo visto nel dedalo di rocce del Tassili supera ogni immaginazione”…



