La montagna che prega - Tucano Viaggi Skip to main content

A Osh, nella valle di Fergana, snodo secolare della Via della Seta, si erge un luogo d’elezione dei mistici dell’Islam: il Trono di Salomone. Una montagna sacra dove il sufismo ha lasciato una delle sue impronte più suggestive, intrecciando la devozione popolare con antiche leggende preislamiche.

 

Testo di Fabrizio Vielmini

 

La valle di Fergana è il punto più sensibile del complesso mosaico centrasiatico: un dedalo di frontiere che separa una regione storicamente unita e oggi divisa tra Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan, eredità controversa del disegno sovietico. Qui, più che altrove, l’Islam è sempre rimasto un’eredità viva tra le comunità, anche sotto il rigido ateismo di Stato. E in questa persistenza della fede, le confraternite sufi hanno svolto un ruolo silenzioso ma fondamentale, mantenendo accesa la fiamma della spiritualità popolare.

Al centro del groviglio della Fergana sorge la città di Osh: non solo la capitale meridionale del Kirghizistan, ma un organismo urbano a più livelli, dove il tempo scorre su piani paralleli. Qui coesistono la città post-sovietica, abitata da oltre cento gruppi etnici; il reticolo dei bazar, animato dalla vivace comunità uzbeka; e la storia millenaria di uno degli insediamenti più antichi dell’Asia centrale. Tre strati che convivono, si sfiorano e talvolta si scontrano, plasmandosi a vicenda in un equilibrio sempre instabile.

Cronache di pietra

Accanto alla città e ai suoi contrasti, isolata e ieratica, si erge la sua anima di pietra: la Sulaiman-Too. Non una vetta alpina, ma una butte calcarea dal profilo che ricorda un cammello a quattro gobbe. Definita “il più completo esempio di montagna sacra dell’Asia centrale, venerata da diversi millenni”, nel 2009 è diventata il primo sito UNESCO del Kirghizistan.

La grandezza della Sulaiman-Too non si misura in metri, ma in significati stratificati. Le sue pendici sono pagine di un libro di pietra dove è possibile leggere la storia spirituale dell’intera Asia centrale. I primi segni umani risalgono al tardo Bronzo, ma le grotte furono probabilmente rifugio già 10.000 anni prima di Cristo, come suggeriscono le centinaia di petroglifi che ne costellano le rocce.

Per gli antichi viaggiatori era un punto di riferimento cruciale: forse era questa la Torre di Pietra descritta da Tolomeo lungo la Via della Seta, dove le carovane romane incrociavano quelle provenienti dalla Cina e dall’India attraverso gli altipiani del Pamir e del Tibet.
Lungo tutta la sua storia millenaria, la montagna è sempre stata un santuario. In epoca preislamica, le sue terrazze naturali furono usate come “torri del silenzio” (dakhma) per le sepolture zoroastriane, e le cavità ospitarono probabilmente culti del fuoco. Questo carattere di axis mundi, di ombelico del mondo, si è perpetuato attraverso i secoli, assimilando e trasformando ogni nuova fede.

Camminando attraverso la sua ḥaẓira, si comprende cosa significhi lasciare un segno. Entrando nel cortile principale troviamo al centro il sepolcro del maestro, su una grande piattaforma rialzata (dakhma, lo stesso nome delle “torri del silenzio” zoroastriane), rivestita di pietra. La gente le si accosta con una devozione che ho visto in pochi altri luoghi al mondo, toccandola con riverenza e sussurrando.

I sufi e l’arte del sincretismo

Come nel resto della regione, la diffusione dell’Islam tra il X e il XII secolo vide protagonisti i sufi. Asceti e dervisci erranti fecero delle grotte della Sulaiman-Too un luogo di ritiro (khalwa), meditazione e ricerca dell’unione con Dio (tawḥīd). Sui resti di antichi templi zoroastriani o buddhisti costruirono piccole moschee e celle di preghiera, aggiungendo un ulteriore strato alla complessa stratificazione religiosa del sito.

Anche qui, i maestri sufi diedero prova di una sorprendente capacità di adattamento alle tradizioni locali. Per avvicinare i fedeli legati a culti precedenti, introdussero leggende sincretiche, la più duratura delle quali associò la montagna al re Salomone (Sulaiman), venerato come profeta anche nel Corano. Nel colorito immaginario popolare, arricchito dal gusto delle Mille e una notte, si narra che, servito da geni (jinn), Salomone avesse attraversato l’Asia su un tappeto volante, scegliendo infine una grotta di questa montagna per il suo trapasso.

Sulla vetta del monte troviamo così la moschea Takht-i-Sulaiman (Trono di Salomone), il punto più sacro del complesso. Qui, una roccia levigata dal tempo e dai corpi dei fedeli conserva quella che è creduta l’impronta della fronte e della mano del profeta. Questa sovrapposizione fisica – il segno islamico impresso su una roccia già sacra – è la metafora stessa del processo spirituale che qui si compì.

Pellegrinaggio e guarigione

La sovrastruttura islamica non ha cancellato i preesistenti culti ancestrali. Salendo sulla Sulaiman-Too si assiste a riti ancora vivi. Lungo i sentieri, i cespugli sono tempestati di “bandiere di preghiera”: migliaia di piccoli stracci annodati come ex voto. In una grotta buia, i pellegrini strisciano attraverso un tunnel angusto, in un rituale di purificazione che ricorda antiche pratiche sciamaniche di contatto con le forze della terra.

Poco distante, una lunga e liscia lastra di roccia inclinata è meta delle donne senza figli: si crede che scivolarvi sopra per tre volte conceda il dono della fertilità. Altre rocce vengono toccate per curare dolori renali o ossei, in un continuum di fede taumaturgica che attraversa i secoli.

Sulla seconda vetta, quella che domina l’intera città, sorge ancora una piccola moschea che ricorda un altro illustre frequentatore della montagna: Muhammad Zahir-ud-Din Babur (1483-1530), discendente di Tamerlano e fondatore dell’Impero Moghul in India. Nativo della vicina Andijan, nelle sue memorie, il Baburnama, egli ricorda con affetto gli anni giovanili trascorsi a Osh e l’eremo (hujra) che fece costruire qui, da allora noto come la “Casa di Babur”.
Ai piedi della montagna, invece, ai margini di un vasto cimitero islamico, sorge un mausoleo (mazar) dedicato a un’altra figura leggendaria: Asaf ibn Barakhya, il visir di Salomone. L’edificio attuale, costruito nel XVIII secolo, poggia su fondamenta molto più antiche.

La Mecca dei poveri

I sufi promossero efficacemente nell’immaginario popolare un’ulteriore e potente credenza: compiere tre salite alla Sulaiman-Too equivaleva ad adempiere all’Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, uno dei cinque pilastri dell’Islam. La montagna divenne così una “Mecca dei poveri”, sostituto sacrale per chi non poteva affrontare il lungo e costoso viaggio in Arabia. Una funzione che divenne cruciale durante i settant’anni dell’URSS, quando i viaggi all’estero erano rari e la fede veniva perseguitata.

Proprio per il suo ruolo di centro di irradiazione dell’Islam popolare in tutta la valle di Fergana, la montagna e i suoi sufi divennero un bersaglio primario delle campagne di ateismo militante. Negli anni Sessanta le autorità fecero saltare in aria sia la moschea Takht-i-Sulaiman sia la Casa di Babur, nel tentativo di interrompere i pellegrinaggi.

Nel 1977, in un atto di appropriazione simbolica, costruirono all’interno di una caverna il Museo Storico-Archeologico – oggi Museo Nazionale Sulayman-Too – un’architettura modernista a forma di conchiglia rivestita di pannelli di vetro, che contrasta in modo quasi surreale con la roccia antica. Solo dopo l’indipendenza gli edifici sacri furono meticolosamente ricostruiti sulla base di materiali d’archivio, grazie anche a finanziamenti provenienti dal Pakistan.

Osh, città lacerata

Scendere dalla montagna significa tuffarsi nel flusso di Osh. Per due anni ho vissuto in una città che mi affascinava con la sua energia caotica, i profumi dei bazar e il suo mosaico di popoli. Ma dall’estate del 2010 la “capitale del sud” non è purtroppo più la stessa: la coesistenza quotidiana tra la maggioranza kirghisa e la consistente minoranza uzbeka è stata sconvolta da un’esplosione di violenza interetnica.

Le ferite aperte da quei giorni – con centinaia di morti e sfollamenti di massa – hanno segnato uno spartiacque nella vita della città e dell’intero Kirghizistan. Sebbene rimarginate in superficie, esse hanno lasciato una geografia sociale profondamente divisa.

Ne parlo con un vecchio amico, che mi racconta come nell’ultimo anno le autorità abbiano trasferito alla periferia il bazar centrale animato dagli uzbechi, abbattuto alberi secolari e aree verdi, e progettino persino di costruire un parco sulla necropoli ai piedi della Sulaiman-Too. “A volte ho l’impressione che ci governino dei conquistatori”, sospira. Le sue parole stridono con la pace apparente che emana dalla montagna sacra.

La Sulaiman-Too, dove differenti polarità vibrano da secoli, rimane silenziosa testimone dei contrasti che si agitano ai suoi piedi. Mentre nella città si consuma un conflitto di memorie e identità, i pellegrini continuano a salire sulle sue cime con il consueto fervore devozionale.

Il viaggiatore che ne condivide il cammino attraversa il tempo e comprende come l’Islam, nella sua forma più permeabile e mistica, abbia qui dialogato senza assorbire, stratificato senza cancellare: un messaggio di tolleranza quanto mai attuale per l’odierna Osh, così lacerata nella sua identità.

Mentre il sole tramonta sulla valle di Fergana, tingendo di rosa le gobbe della montagna, al Trono di Salomone e alla sua idea di fede inclusiva continuano a rivolgersi quanti anelano a una pace sempre difficile in queste contrade. Osh e la sua montagna non si offrono facilmente, ma a chi sa ascoltarle sussurrano quale sia la vera anima del cuore del mondo, al di là dei conflitti e delle divisioni.

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Fabrizio Vielmini

Fabrizio Vielmini, nato nel Monferrato, resta profondamente legato al Piemonte. Negli anni Novanta, l’incontro con l’Asia centrale e il Caucaso cambia la sua vita e queste lande diventano una...