Puna, tra mito e sopravvivenza - Tucano Viaggi Skip to main content

Il vento della puna è un respiro antico, che porta con sé storie di montagne sacre, di malattie che non si spiegano solo col microscopio e di un rapporto con la natura che sa di reverenza…

 

Testo di Angelica Pastorella

 

A oltre tremila metri, tra silenzi vertiginosi e vette che sembrano guardiani millenari, la vita si regge su un equilibrio fragile, costantemente negoziato tra tradizione e cambiamento.
Ogni primo agosto, le comunità rendono omaggio alla Pachamama. Le strade si riempiono di aromi di legna ed erbe, si offrono cibo, coca e bevande alla “bocca” della terra. È un rito antico di seimila anni, sopravvissuto agli Inca, ai Conquistadores e al cattolicesimo, oggi integrato in un sincretismo dove croci e apachetas convivono senza contraddizione.

Le vette, santuari sacri

Accanto alla divinità, vive un sapere medico che non separa corpo, anima e ambiente. Le malattie sono squilibri: il mal de aire, nato da un incontro sbagliato con certe forze del paesaggio, o il susto, quando un’emozione violenta strappa l’anima dal corpo. A guidare la cura sono i yachay, guaritori capaci di muoversi tra il mondo quotidiano e quello “altro”, attraverso rituali che ricompongono l’armonia perduta. Raccontare una malattia diventa già parte della guarigione: nominare il dolore significa offrirgli un percorso di ritorno.
Negli ultimi decenni, la Puna ha dovuto affrontare trasformazioni profonde. Le riforme economiche hanno frammentato la transumanza tradizionale e spinto molti giovani verso le città, lasciando agli anziani il compito di custodire case di adobe e saperi che rischiano di scomparire. A tutto ciò, si aggiunge la pressione delle miniere di litio. I salares, bianchi e accecanti, custodiscono la risorsa più ambita della transizione energetica, ma le comunità temono la sottrazione dell’acqua, bene vitale e scarso. Nei cabildos si ripete: “Senza acqua non c’è vita, senza Pachamama non c’è futuro”.
È lo scontro tra una visione che considera la terra materia da sfruttare e una che la percepisce come madre.
Le montagne della Puna non sono solo serbatoi minerari: sono santuari sacri. Sulle loro vette gli Inca celebravano riti solenni, lasciando offerte e, talvolta, sacrificando bambini scelti per la loro purezza. Il ritrovamento dei fanciulli del Llullaillaco, conservati per cinque secoli nel ghiaccio, racconta un rapporto con il divino fatto di devozione e reciprocità. Quelle cime testimoniano che la Puna è un archivio vivente di fede e memoria.

Nel corpo rieccheggia il paesaggio

Nonostante precarietà e pressioni, le comunità continuano a reinventarsi. Le offerte alla Pachamama, i canti con la caja, le erbe raccolte a mano e i racconti trasmessi oralmente appartengono a un presente vivo, che respira con i venti gelidi dell’altopiano. La loro forza risiede nella capacità di intrecciare tradizione e sfide globali, mantenendo salda l’idea che la terra, la salute e il lavoro siano inseparabili.

Viaggiare nella Puna significa ascoltare: il vento che si fa voce, il canto delle copleras, le parole di un guaritore che spiega come il corpo riecheggi il paesaggio. Significa sedersi accanto a un fuoco, sorseggiare un mate e comprendere che la salute è armonia con il tempo, lo spazio, la comunità e la terra.
La Puna non è un luogo remoto, ma un universo culturale che custodisce un altro modo di abitare il mondo, dove mito e sopravvivenza camminano insieme e il futuro passa necessariamente dalla memoria.

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Angelica Pastorella

Angelica Pastorella è un'antropologa esperta in Asia Orientale, Sustainability Project Manager ed Esperta Culturale per Kel 12 Tour Operator. È ideatrice di Water & Beyond, un progetto che...